domenica, 22 Settembre, 2019

La verginità perdura dei seguaci di San Matteo

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Il popolo della Lega non corrisponde alla sua classe dirigente che, al contrario di questa, è scaltra ed abile non solo in politica, ma anche nell’amministrazione di città, Regioni e governi centrali: donne e uomini ben addestrati che da decenni si tramandano la nobile arte della politica.

Gli elettori della Lega, invece, sono sempre stati un po’ naïf, come il suo fondatore Umberto Bossi del resto, burbero, scamiciato e abile nel fiutare i venti del cambiamento.

Ma questa storia è già stata ampiamente raccontata.
Agli italiani il linguaggio da stadio, diciamoci la verità, non dispiace. Forse nelle tribune d’onore è un pochino più ricercato, nel senso che non sono scamiciati come nelle curve, anche se la parola è tutt’altro che forbita.

Quello che li distingue è che non “magnano” la cotoletta impanata, ma mordicchiano l’osso proprio dove l’orecchio di elefante è attaccato. Fritta a dovere da chef stellati che hanno allestito il sontuoso catering, subito dietro le poltrone Frau. Ecco, lì, i tanti “monezza” di Thomas Milliam vestiti da principini, intenti a sbafarsi il gustoso pasto tra una parolaccia e l’altra mentre la testa gli dondola da destra a sinistra in un movimento a pendolo, ruminano con la bocca piena seguendo la corsa del pallone.

Poi c’è il popolo della Lega, quell’oceano di gente che fa la differenza tra quel quasi 5% di qualche anno fa e il 34% di oggi, stante ai risultati delle europee. Certo, nel frattempo le truppe erano arrivate alla eccellente percentuale del 17% che fissava il risultato al 4 marzo 2018, quando l’armata divenne un popolo e accese la fantasia degli italiani i quali, sempre più numerosi, guardavano all’uomo che li rappresentava nel profondo della loro anima. E tutti presero coraggio!

Brava gente che si era spaccata la schiena tutta la vita per vedersi superare dai migranti ultimi arrivati che gli abbassavano il salario, quando non gli rubavano il lavoro. Almeno questo era ciò che volevano sentirsi dire per sfogare le loro frustrazioni. E i leghisti hanno cavalcato la protesta.

Lasciata a casa la politica, e cantando Gaber nella sua filastrocca “ma cos’è la destra, ma cos’è la sinistra?” si sono incamminati verso lo nemico e, battezzatosi li condottieri, hanno seguito lo crociato novello Brancaleone Alberto da Giussano.
È un popolo buono quello leghista, un popolo di brava gente che ha voglia di menare le parole e sfogarsi contro il sistema che gli ha mangiato la casa, la fabbrichetta, il negozio e, cosa più grave, la dignità.

Il colore della pelle per loro è simbolico perché, in realtà, ci vedono quei radical chic che attraverso la politica gli hanno fottuto la vita.
Si sono arruolati nell’armata dello condottiero perché sono incavolati, e quando lo vedono con lo spadone correre in groppa allo mulo si esaltano fino a toccarlo e adorarlo come fosse un Santo.

Il popolo dello condottiero è fatto così… visto che non ha più nulla, si diverte a fare i selfie, guancia a guancia con San Matteo, aspettando il turno per essere immortalato, fregandosene di arrivare a Gerusalemme. Rimane lì, in attesa che qualcuno gli restituisca la casa, la fabbrichetta, il negozio, lo studio da ragioniere e la dignità perduta che, come la verginità, forse, non ritroverà mai più!

Angelo Santoro

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1 commento

  1. Paolo Bolognesi on

    Nella sua essenzialità e sintesi, mi sembra piuttosto azzeccata e realistica l’immagine del “sistema che gli ha mangiato la casa, la fabbrichetta, il negozio e, cosa più grave, la dignità”, un sistema che pare fra l’altro non essersi accorto che in questo modo sono state di fatto penalizzate, se non “punite”, quelle categorie che hanno prodotto reddito ed occupazione, senza gravare più di tanto o nulla sui bilanci pubblici, e non di rado si sono anche sentite lasciate sole di fronte a chi è semmai entrato loro in casa, negozio…, con intenzioni non proprio amichevoli e pacifiche.

    Né andrebbe scordato che sono le categorie che avevano per così dire connotato il nostro Paese già nell’immediato dopoguerra, e negli anni a seguire, e che vanno annoverate tra i soggetti artefici del cosiddetto “miracolo economico italiano”, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, talché sembra inspiegabile come possano essere state dimenticate, o quantomeno sottovalutate e trascurate, dalla politica, o da una certa politica, e non ci si può stupire se oggi hanno preso coscienza del come sono state “trattate” e cercano di reagire attraverso il voto.

    P.B. 28.07.2019

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