lunedì, 19 Ottobre, 2020

La via nuova

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Si può praticare un’autosufficienza, per quanto orgogliosa, in un sistema politico come quello italiano e per di più per un soggetto politico come il nostro? È evidente che è impossibile solo immaginarla. D’altronde, quasi sempre i socialisti si sono alleati, presentandosi uniti nel simbolo con Alleanza democratica alle europee del 1994, con Segni nel 1995, con Dini nel 1996, con i Verdi nel 2001, con i radicali e nel simbolo della Rosa nel pugno nel 2006 e in quella stessa consultazione elettorale con la Dc di Rotondi per quel che riguarda il Nuovo Psi. Il Psi presentò proprie liste solo alle politiche del 1994, sia pur nell’alleanza progressista, lo Sdi alle europee del 1999 e il Nuovo Psi a quelle del 2004. In tutte e tre queste consultazioni le liste socialiste raccolsero il 2,1, mentre il Psi, dopo la Costituente socialista, si è presentato nel 2008 fuori dai poli e in perfetta autonomia, ma raccogliendo solo lo 0,9. Questa la nuda fotografia dei fatti. Dunque possiamo, senza tema di smentite, affermare che il tentativo di rinascita della identità socialista italiana, quella europea dal 1992 al 2007 è stata rappresentata in Italia anche dal Pds-Ds, ha preso piede in tutte e tre le possibili collocazioni, nel centro-sinistra, nel centro-destra e in totale autonomia, senza mai raggiungere un risultato che fosse pari alle attese e in linea con le esigenze di rilanciare in Italia una forza socialista. Nessun itinerario diverso, né quello dell’adesione ai Ds di un gruppo di socialisti laburisti, né quello che ha portato all’adesione “uti singuli” a Forza Italia e al Pdl, ha saputo andare oltre la soddisfazione di qualche legittima aspirazione personale, più appagata, per la verità, nel partito di Berlusconi che non in quello ex comunista, al di là della recente nomina di Gugliemo Epifani alla guida del Pd. Si impone oggi un ragionamento a mente fredda. Non basta agitare l’orgoglio della nostra appartenenza per poterla esaltare. Anzi, potremmo arrivare al paradosso di impoverirla, di rinsecchirla, di consumarla definitivamente. Attorno a noi si agitano, a mio giudizio, due possibilità , che possono divenire due opzioni politiche. La prima è quella puramente identitaria, l’appartenenza alla famiglia socialista europea e l’esaltazione, un po’ astratta, del termine “socialista”, che ha peraltro assunto un significato non omogeneo nella storia e oggi si presenta a noi, se coerenti con noi stessi, solo come sostantivo a cui abbinare l’aggettivo di “liberale”. Se la nostra identità fosse solo genericamente socialista dovremmo tentare di fare un partito con Sel, che dice di volersi richiamare al socialismo europeo e forse con la sinistra del Pd. Mi chiedo, però, se possano esistere anche punti in comune sui temi di fondo della politica italiana tra noi e queste due forze. La seconda via è quella invece della convergenza programmatica. E su questa strada, cioè sul legame strategico tra equità sociale e libertà, noi siamo obbligati a imbatterci ancora col mondo radicale e forse anche con l’area più revisionista del Pd. Non sono due vie conciliabili. Sono però due vie praticabili. Restare chiusi in un recinto piccolo, sempre più piccolo, risulta perfino pericoloso. Si può essere scambiati per reperti museali. Quel che non si può fare, però, è gettare a mare la nostra presenza, la nostra organizzazione, la nostra gente. Che ci ha seguito, che ci ha creduto, che ci ha spesso stimolato e anche a volte duramente criticato. I nostri devono capire che la politica impone, mai come oggi e con le nuove norme ormai anche in periferia, sistemi di collegamento, rapporti di convergenza politica, alleanze elettorali e magari anche, se ve ne saranno le condizioni, la costruzione di un nuovo soggetto politico. Altrimenti è probabile che l’esaltazione di una nostra, peraltro solo pretesa, autosufficienza ci conduca assai presto a un esito davvero poco esaltante.

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