venerdì, 30 Ottobre, 2020

La via socialista democratica contro il terrore leninista. Il magistero di Pellicani

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Lo scorso aprile 2020 sul giornale ‘Trentino’ avevo ricordato la figura di Luciano Pellicani, rifacendomi alla presentazione a Trento nel 2011 del suo saggio ‘Lenin e Hitler. I due volti del totalitarismo’. Pochi giorni dopo, il 4 maggio, Luigi Bozzato, segretario Fillea-Cgil del Trentino, si è sentito in obbligo di replicare, respingendo il collegamento argomentato nel libro di Pellicani (che chiama in causa anche intellettuali come Gramsci e Gorkij) e giustificando gli “sbagli” leniniani “perché quella rivoluzione ancora esile e gracile rischiava di essere spazzata via”. Ho allora ulteriormente fatto queste precisazioni:

1) L’accostamento tra i due totalitarismi è dato dal loro carattere dittatoriale e terroristico, riconducibile – per quanto riguarda il sistema comunista – a Lenin (1870-1924). Lui operante, ne diedero testimonianza molte personalità libertarie: nel 1923 uscì il libro di Sergej Mel’gunov, ‘Il terrore rosso in Russia’, un resoconto fatto dal vivo da un coltissimo socialista – collaboratore di Tolstoij e successivamente curatore della sua opera – responsabile degli Archivi dopo la rivoluzione democratica russa del febbraio 1917, perseguitato poi dalla Ceka bolscevica tra il 1918 e il 1922 ed emigrato a Praga e Berlino dove nel 1923 diede alla stampe la prima edizione del suo libro “considerato da tempo – asserisce lo storico Paolo Mieli – un classico da cui non può prescindere chiunque si occupi dell’argomento”; anche Rosa Luxemburg, fin dal 1918 definì il sistema politico-militare fondato da Lenin “un predominio di cricche, una dittatura non del proletariato ma di un gruppo di politici”; il filosofo Bertrand Russel, a seguito del suo viaggio a Pietroburgo nel 1920, scrisse che il fanatismo del nuovo regime era destinato “a portare nel mondo epoche di oscurità e violenza”; l’anarchico Alexander Berkman nel 1921 tirò conclusioni analoghe: «Ho visto la lotta di classe diventare una guerra di vendetta e di sterminio. Ho visto gli ideali di ieri traditi, il senso della rivoluzione invertito in reazione. Ho visto gli operai sottomessi, l’intero paese zittito dalla dittatura del partito e dalla sua brutalità organizzata». Dopo queste testimonianze dei protagonisti, seguiranno negli anni studi storici accurati tra cui emerge ‘L’Urss di Lenin e Stalin’ di Andrea Graziosi, il quale riferisce dei metodi “barbari” impiegati da Lenin: “Vi fu il ricorso sistematico alla presa di ostaggi, inclusi donne e bambini, e alla loro esecuzione” per poi procedere alla deportazione di intere famiglie e villaggi; nel maggio 1918, “su ordine di Lenin vi furono impiccagioni e torture di massa” mentre “l’uccisione di un comunista valeva da dodici a cinquanta vite contadine”: come sterminatori non furono da meno dei nazisti.

2) Bozzato contesta la “continuità” tra Lenin e Stalin, per salvaguardare Lenin disgiungendolo dai crimini staliniani come hanno fatto generazioni di propagandisti, finché non è arrivato lo scrittore perseguitato Aleksandr Solženicyn a dichiarare: «Non è mai esistito lo stalinismo. Lo inventò nel 1956 il nuovo leader dell’Urss Krusciov per addossare i difetti centrali del comunismo a Stalin e la mossa riuscì. In realtà fu Lenin a fondare la struttura politica russa, ben prima che Stalin arrivasse al potere». Con ciò Solženicyn recise il nodo che, per decenni, aveva avvinto in una tragica illusione milioni di militanti e di intellettuali servili. Descrive bene questa condizione anche un importante commento del citato Paolo Mieli sul ‘Corriere della Sera’, del 27 luglio 2010 intitolato “Lenin maestro di Stalin nella pratica del terrore”.

3) Sono poi rimproverato per il “disonorevole” coinvolgimento di Gramsci in questa polemica: confesso che da studente l’avevo considerato anch’io un ‘venerato maestro’. Fino a quando non ne ho scoperto le tare ideologiche leniniste, che l’avevano portato a cedimenti incredibili, come quello consumato nell’agosto 1924 sul corpo di Giacomo Matteotti, ancora caldo e martirizzato dagli strazi fascisti: con puro fanatismo giunse a definirlo “un pellegrino del nulla” per aver sprecato la sua vita dietro il socialismo riformista sostenendo idee “senza risultato e vie d’uscita”. Forse Gramsci mutò le sue – queste sì disonorevoli – congetture su Matteotti, quando finì incarcerato da quello stesso fascismo che uccise Matteotti? Purtroppo non risulta.

4) Sarei invece d’accordo con Bozzato quando dice di stare dalla parte “della Rivoluzione Russa”, se lui come me intendesse per Rivoluzione quella del Febbraio 1917 quando un movimento democratico di operai, studenti, militari detronizzò lo zar, portando poi al governo del socialista Kerenskij, un fiero avvocato antizarista, vicepresidente del Soviet di Pietroburgo. Lenin che nel febbraio se ne stava a Zurigo, rientrato in Russia riuscì ad organizzare quella che va sotto il nome di “Rivoluzione d’Ottobre” ma che , come afferma lo storico Lucio Villari, fu un colpo di mano militare, senza alcuna aura rivoluzionaria: con l’assalto al Palazzo d’Inverno i bolscevichi di Lenin cacciarono il governo di un democratico – non il vecchio potere zarista, già decaduto in febbraio – inaugurando uno dei regimi più crudeli della storia.

Pellicani, ricordando queste origini conflittuali della “sinistra” leninista contro la via socialista democratica e riformista, indica quest’ultima come movimento da seguire: serve ribadirlo, se nel 2020 c’è ancora qualcuno che giustifica i tiranni.

 

Nicola Zoller

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