domenica, 26 Maggio, 2019

La vittoria mutilata. Il Vate rivoluzionario passa all’azione

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DALLA GRANDE GUERRA ALLA GUERRA CIVILE parte quinta

Nei mesi centrali del 1919, abbiamo visto, le azioni delle forze “rosse” erano abbastanza confuse ed inconcludenti, quelle della “reazione” nera ancora disorganizzate e in sordina, capaci solo di reazioni sporadiche ma non ancora strutturate, dato che il numero degli aderenti era ancora poco numeroso e non ancora dotato di mezzi efficaci. Ci fu però chi decise di passare repentinamente dalle parole ai fatti. La sua prima iniziativa importante fu quella che prese a Roma in Campidoglio, era un poeta, uno scrittore famoso, un eroe di guerra. A Parigi la conferenza di pace di quell’anno aveva visto l’Italia uscire fortemente ridimensionata nelle sue rivendicazioni territoriali, non le era stata concessa né la Dalmazia e nemmeno una città che allora era prevalentemente abitata da Italiani e che era stata culla, come altre, di quell’irredentismo che aveva dato almeno una cognizione di causa ad una immane strage. Il presidente del Consiglio Orlando e il ministro degli Esteri Sidney Sonnino se ne erano andati dal tavolo delle trattative quasi sbattendo la porta, ma rientrarono dopo pochi giorni con la coda tra le gambe e a giochi ormai fatti. Fiume restava una città presidiata dalle truppe vincitrici del conflitto e all’Italia era impedito di annetterla, liberandola dal limbo a cui era stata destinata.

Le agitazioni nelle piazze si susseguirono e furono alimentate anche dai nazionalisti per distogliere anche l’opinione pubblica dalle scottanti questioni sociali allora in corso. Nacque così il mito della “vittoria mutilata”, che per molti reduci fu un ulteriore schiaffo, dopo la negazione delle terre e del lavoro, una volta ritornati in Patria. Lo scrive chiaramente anche Nenni nel suo libro “Storia di quattro anni” : “Dite ad un popolo che ha fatto la guerra senza alcun entusiasmo e con la coscienza di subire un sopruso, che vi ha perduto mezzo milione di vite umane, che ancora sanguina e geme delle ferite della guerra, ditegli che i suoi sacrifici sono stati vani, che esso si è svenato per niente, che ha patito 41 mesi in trincea per ottenere poco più di quanto avrebbe potuto ottenere con la neutralità; ditegli – come dicevano i nazionalisti – che gli alleati lo hanno tradito, che esso rimane senza un sicuro confine e carico di debiti, che gli altri si sono fatti la parte del leone e non gli hanno lasciato neppure le briciole, e poi meravigliatevi se questo popolo in preda ad una santa collera, digrigna i denti. Dimenticate – come fece la borghesia – le promesse fatte durante la guerra, ed all’operaio ed al contadino smobilitati date per viatico un miserevole pacco vestiario e ricacciatelo nella lotta della vita più misero, più avvilito, e poi meravigliatevi di trovarlo ribelle alla vostra legge. No, se c’era qualcosa di sorprendente è che dopo tutto ciò la collera di questo popolo ingannato e tradito si manifestasse con qualche urlo, con qualche intolleranza e votando rosso.” Ebbene, questa rabbia, mentre la vittoria elettorale per i “rossi” maturava e si poneva poi il problema di come utilizzarla “parlamentarmente”, D’Annunzio l’aveva intuita tutta ed era pronto a darle ben altro sfogo. Il sei Maggio 1919 il Vate Rivoluzionario (poi spiegheremo come e perché lo fu davvero) pronunciò un discorso epocale in Campidoglio a Roma sulla “vittoria mutilata”. Ecco alcuni suoi brani significativi: “La storia vostra si fece nelle botteghe dei rigattieri e dei cenciaiuoli? Le bilance della vostra giustizia crollavano forse dalla banda ov’era posto un tozzo da maciullare, un osso da rodere? Il vostro Campidoglio era forse un banco di barattatori e di truffardi? La gloria vi s’affaccendava e ciangottava da rivendugliola? Non ossi, non tozzi, non cenci, non baratti, non truffe. Basta! Rovesciate i banchi! Spezzate le false bilance!»

Quella voce è la stessa che oggi vi parla. Ed è la stessa fede: ed è lo stesso ardore, lo stesso ardire. Non lasciate il leale governo d’Italia ritornare verso quei banchi. Non date a pesare in quelle bilance il nostro sangue schietto. In tale ardire è la nostra salute. Non in altro che nell’ardire oggi è la nostra salute, Italiani. Credetemi. A NOI! …. Questi fanti d’Italia, questi cavalieri d’Italia sapevano che stava per scoccare l’ora dell’armistizio. Lo sapevano. Avevano l’ardore in bocca, il vigore nel petto, il cuore palpitante. Erano giovani. Vivevano. Il diritto alla vita stava per essere ricollocato sul dovere del sacrifizio. Essi potevano ritenere nel loro pugno la loro sorte. L’ora stava per scoccare. Intendete fratelli? Bisogna inginocchiarsi. Essi erano inebriati dall’ansia di spingere la vittoria quanto più lontano fosse dato al loro soffio, sul suolo riconquistato, prima che quell’ora scoccasse e segnasse il termine raggiunto. Potevano vivere e incoronarsi. Vollero incoronarsi e morire.

Laggiù, su le vie dell’Istria, su le vie della Dalmazia, che tutte sono romane, non udite la cadenza in un esercito in marcia? I morti vanno più presto dei vivi. E per tutto ritrovano essi i segni dei legionari. Fuori la schiaveria bastarda e le sue lordure e le sue mandrie di porci! Con le Aquile e col Tricolore, troncati gli indugi, rinnovato il suo maggio, un’altra volta dal Campidoglio si muove l’Italia. A NOI!” Il discorso sui reduci ebbe un effetto straordinario e se oggi può sembrare ai più intriso di retorica, allora invece esso galvanizzò enormemente tutti coloro che, come abbiamo visto nelle considerazioni di Nenni, non accettavano di andare incontro, dopo quella che veniva ricordata loro come una impresa eroica (e in fondo, nonostante la si dipinga tuttora come una inutile strage lo fu), ad un destino di emarginazione interna e di umiliazione internazionale. D’Annunzio, lo sappiamo, è stato a lungo misconosciuto, considerato alla stregua di un protofascista, lasciato nel dimenticatoio di una decadenza estetica ed esaltato solo per i suoi esagerati estetismi. Eppure la figura del Vate Rivoluzionario resta quella di un perfetto asceta, quasi che, in senso gnostico, tutti i suoi estetismi non fossero altro che un trasgredire volutamente un senso della comune decenza che strideva e trasudava ipocrite maschere di morale bigotta.

Per comprendere la figura di D’Annunzio ed il suo rapporto con il mondo “rosso”, bisogna però aprire una parentesi risalendo alla fine dell’Ottocento ed ai primi anni del Novecento. E’ importante per comprendere che quella di Fiume non fu una azione improvvisata ma solo la perfetta e coerente conclusione di un viaggio iniziato molti anni prima. A tal scopo integro questo mio excursus con un mio intervento di qualche tempo fa, proprio dal titolo il Vate Rivoluzionario. Uno degli aspetti più sconosciuti e interessanti dell’opera di uno dei più grandi artisti e poeti italiani, è quello della sua vita rivoluzionaria, un vivere che, come lui scrisse, e ci possiamo davvero credere, fu “chiamato inimitabile” Sino ad ora, l’aspetto della vita di D’Annunzio, dedito alla causa rivoluzionaria, era stato esplorato solo in parte da De Felice, con alcuni testi in merito alle esperienze del poeta nella Repubblica del Carnaro, oggi abbiamo invece uno studio più approfondito che è il frutto di una bella ricerca svolta da Antonio Alosco, il quale ha pubblicato di recente un libro dal titolo: Gabriele D’Annunzio socialista, oltre ad una bella raccolta di suoi scritti rivoluzionari curata da Emiliano Cannone, dal titolo “manuale del rivoluzionario”. Diciamo subito che è un titolo alquanto azzardato, dato che, strictu sensu, il Vate, socialista, non lo fu mai, almeno nell’accezione ordinaria del termine che possiamo riferire alla militanza in un partito e, in particolare, alla adeguazione della propria prassi verso le sue gerarchie interne. Fu però autenticamente rivoluzionario e vedremo perché. D’Annunzio adeguò il mondo in cui visse, in maniera mirabilmente cosmica e storica, a se stesso, pur imprimendo alla sua epoca una sua personalissima, originalissima e vitalissima impronta caratteriale, artistica e anche politica. La sua esperienza con la sinistra storica di fine Ottocento inziò nel 1897 nelle file della destra, ma con intenti tutt’altro che conservatori, il suo, infatti, fu solo un voler portare in Parlamento “la causa dell’intelligenza contro i barbari”, lo disse testualmente: “dopo il guerriero, dopo il sacerdote, dopo il mercante, venga colui che pensa”, fu quindi forse il primo ad inventare in Italia il ruolo dell’intellettuale impegnato, organico, in un’ epoca, per altro, non esente da corruttele e trasformismi, purtroppo mali endemici del nostro paese. Fu presente nelle file della destra, ma non pronunciò mai alcun discorso, stette lì solo in veste di osservatore, fino all’avvento al potere del generale Pelloux e al varo di una serie di leggi liberticide che seguirono ai moti di piazza e alla strage di Milano del 1898.

Fu allora che il Vate, in un moto di stizza e di spirito autenticamente libertario, decise di agire, il 23 marzo del 1900, passando all’estrema sinistra, con un famoso discorso che, in sintesi, suona così: “io so che da una parte vi sono i morti che urlano, e dall’altra pochi uomini vivi ed eloquenti. Come uomo di intelletto, vado verso la vita”. La sua, di conseguenza, non fu tanto una decisione in senso politico, ma soprattutto una scelta esistenziale che lo portò a votare importanti provvedimenti, tra quali alcuni in favore della scuola pubblica e rigorosamente laica. Si ricandidò poi nel collegio di Firenze, ma non ebbe successo, ciò nonostante si impegnò per favorire la vittoria delle candidature legate al suo schieramento, pur sostenendo apertamente di non essere socialista, nel senso dell’appartenenza ad uno specifico partito: “Sono e rimango individualista, ad oltranza, individualista feroce..” e sottolineando, con un certo disincanto, consapevole del fatto che nel nostro paese spesso e volentieri le ideologie sono solo coperture di meschini interessi personali o di consorteria, che “il socialismo in Italia è una assurdità. “Da noi non c’è più altra possibile politica che quella di distruggere. Tutto ciò che adesso esiste è nulla, è marciume”..come dargli torto più di cento anni dopo, quando il marciume ormai governa indisturbato solo se stesso? “Un giorno scenderò per strada” disse esplicitamente e fu proprio allora, bisogna dire, che nacque la sua consapevolezza che l’intellettuale artista non poteva più essere solo un testimone, ma doveva necessariamente passare all’azione e diventare un esempio vivente.

Qui nasce la sua coscienza rivoluzionaria, spinta sin verso l’eversione. Bissolati lo sostenne, e con lui il giornale socialista l’Avanti, per svariati anni, quelli in cui iniziò il XX secolo, e il suo libro il Fuoco venne addirittura presentato con un articolo in prima pagina, cosa mai accaduta in un giornale politico, con parole molto lusinghiere: “noi dobbiamo rallegrarci di udirlo parlare così, e notare nel libro del Fuoco, i segni di quella sua bella evoluzione politica compiutasi in questi giorni tra lo sbigottimento dei “morti” e la meraviglia dei “vivi” Una splendida presentazione della sua Canzone di Garibaldi, venne scritta, sempre sullo stesso giornale, da uno dei filologi più illustri dell’epoca: Gustavo Balzamo-Crivelli con parole decisamente altisonati: “E l’epopea della Camicia Rossa non vuole altre storie che questa, intessuta nel ricordo non oblioso del popolo, in cui la fiamma dell’ideale mai non si estingue. Gabriele d’Annunzio illuminò di questa fiamma in un riflesso di incendio la sua poesia” D’Annunzio utilizzò il partito socialista per diffondere il suo scritto in tutta Italia (lo recitava egli stesso) e il Partito Socialista si servì del poeta per farsi propaganda per un bel periodo. Lo stesso partito avrebbe presentato volentieri di nuovo la candidatura del Vate nelle successive elezioni, tanto che, pur essendo allora favorevole ad abolire il Senato, che era di nomina regia, quando si discusse della nomina di D’Annunzio, esso la sostenne, anche se poi non ebbe luogo.

Furono i repubblicani e i radicali, più organizzati allora territorialmente, a porre il loro veto su ulteriori candidature di D’Annunzio sostenute dai socialisti, e il poeta se ne ebbe tanto a male che, da allora in poi, rifiutò l’impegno parlamentare, pur contribuendo, con le sue conferenze ed i suoi incontri, a sovvenzionare notevolmente gli introiti delle Camere del Lavoro. Si fece persino promotore della costruzione di alcune di esse, e, in occasione della inaugurazione di una, disse testualmente: “Io spero prossimamente di potere entrare, non indegno, come poeta, alla Casa che voi edificherete con pietre armoniose” Inaugurò i corsi dell’Università popolare di Milano facendosi apologeta di una nuova missione educatrice dell’arte verso il popolo, non più suggestionato dal fatto che l’arte dovessere restare un patrimonio di eletti: “Si riconosce che conviene distruggere il pregiudizio che oggi separa gli artisti dalla folla e restringe con un ingiusto privilegio il numero delle arti…i più umili mestieri, esercitati con animo libero, possono assumere nobiltà di arte, come ogni cosa o creatura può diventar bella, così ogni lavoro può divenire un’arte.

Tutte le attività umane debbono essere glorificate. Se tutte, oggi, non ci appaiono degne di gloria, questo accade o per ingiustizia o per una servitù che lo opprime..la mano che impasta il pane è nobile come quella dello statuario” Il periodo di stretta collaborazione tra D’Annunzio e i socialisti non fu dunque né breve e nemmeno effimero, ma durò svariati anni, almeno fino al 1906, in particolare durante la direzione de l’Avanti di Bissolati. Furono le successive vicende coloniali italiane che portarono alla divaricazione di percorso tra i socialisti e il Vate, soprattutto perché egli se ne fece sostenitore, con spirito più che nazionalistico , patriottico, quello cioè di una grande Patria popolare che si metteva in moto senza chinare la testa di fronte ad altre potenze le quali, se fosse rimasta a guardare, l’avrebbero schiacciata in un ruolo succube nel Mediterraneo. Questo mito della “grande proletaria”, lo accompagnò fino all’ultima impresa coloniale italiana in Etiopia.

Da sottolineare il fatto che tale mito non fu solo suo, ma anche di alcuni socialisti come Labriola, il quale però si spense agli inizi del secolo XX. Fu comunque la Grande Guerra a sancire lo iato profondo con il partito socialista, e come sappiamo, egli fu l’unico a distaccarsi, dato che portò anche Mussolini ad essere espulso dal suo partito. D’Annunzio partì infatti come volontario, a ben 52 anni, guadagnandosi sul campo i gradi di tenente colonnello e soprattutto con una gloriosa nomea, da allora fu infatti, “il Comandante” per antonomasia, per tutti coloro che, dalla guerra, si attendevano un inevitabile sbocco rivoluzionario. Nella guerra scoprì il cameratismo, la condivisione, la stretta interdipendenza con un popolo che lottava per essere protagonista della sua storia, l’essere uniti, e, di conseguenza, che la vita, come creazione artistica, non doveva essere solo quella di un singolo ma quella dello stesso popolo con cui si vive e si muore: “D’un solo cuore, d’un solo fegato, d’un solo patto, con me, come quando voi fate la catena per gettare al sole e alle stelle le vostre canzoni vermiglie, con me, compagni, con me compagno, fedeli a me fedele, ejia ejia eija Alala!” L’esito rivoluzionario arrivò finalmente con l’impresa di Fiume, che solo un disattento quanto superficiale lettore della storia potrebbe tuttora considerare un’impresa nazionalista o dalle caratteristiche coreografiche e confusionarie.

Questa mistificazione, che è nata subito dopo sin dai tempi del fascismo, e in certi casi tuttora perdura, è sorta con il preciso scopo di depotenziare un evento che sicuramente, se avesse avuto successo, avrebbe cambiato profondamente la natura del tessuto istituzionale italiano, e il futuro di una Patria più libera e consapevole. Fiume segnò sia il distacco definitivo di D’Annunzio dal Partito Socialista e, in particolare dalla sua direzione che passò nelle mani di Serrati, sia però anche il suo riavvicinamento all’ala più radicale del sindacalismo rivoluzionario.

L’Avanti fu allora diretto da Serrati e rivolse duri attacchi verso D’Annunzio e contro la sua impresa, qualificando il Vate come “rappresentante della piccola borghesia italiana” o della “striminzita speculazione patriottica nostrana”, denigrando così una vicenda che largo clamore stava avendo presso l’opinione pubblica e, al contempo, facendo da sponda alla reazione nazionalista che avrebbe voluto metterla a tacere in nome di interessi diplomatici. Il commento più benevolo dei socialisti di allora fu di considerarla un “gesto donchisciottesco”, ma vedremo bene che, concretamente, fu molto più donchisciottesco il tentativo generalizzato di occupare le fabbriche e di operare una rivoluzione sindacale con un biennio che fu rosso solo di rabbia e di rancore, ma mai di vera capacità rivoluzionaria. Tanto che, quando da Fiume D’Annunzio offrì agli operai in lotta che occupavano le fabbriche le armi per potere portare a vero compimento una concreta ed autentica rivoluzione, egli si vide rispondere no, a dimostrazione che quel biennio, in definitiva, ebbe solo scopi corporativi e salariali, destinati ad essere ridimensionati nel gioco collateralista del riformismo più o meno mascherato, ad oltranza. Fu lo stesso Lenin a lodare D’Annunzio (“In Italia c’è un solo rivoluzionario: Gabriele D’Annunzio”) e a biasimare Serrati e i socialisti di allora. A sostenere l’impresa rivoluzionaria di Fiume fu invece Ricciotti Garibaldi che disse espressamente che essa si poneva in diretta continuità con le imprese risorgimentali garibaldine, non solo per il suo spirito patriottico, ma anche per la sua carica di innovazione sociale. Oltre al contributo delle migliori avanguardie artistiche di allora, ad animare di grande creatività e di spirito autenticamente rivoluzionario quella stagione, ci fu l’apporto di sindacalisti come De Ambris, che scrisse insieme a D’Annunzio la Carta del Carnaro. Persino un giovane di allora: Leo Valiani, che era nato a Fiume ed abitava di fronte al palazzo di governo, ricorda D’Annunzio come “oratore eccezionale e forse ancora più seducente come attore. Mi affascinava soprattutto il suo appello ad una rivoluzione di libertà”.

La Carta del Carnaro che scaturì dalla collaborazione tra De Ambris e D’Annunzio ma non fu, come molti erroneamente credono, solo la stesura in bella copia ed in stile dannunziano delle idee di De Ambris, rappresenta piuttosto la traduzione in una lingua ed in una sensibilità libertaria di principi ed idee di eguaglianza e di dignità sociale che già da tempo andavano maturando nel pensiero più fruttuoso del sindacalismo rivoluzionario di personaggi che, come Corridoni, non si appiattirono nel neutralismo socialista, ma vollero fare del loro interventismo, il preludio per una autentica stagione rivoluzionaria in Italia. Per i socialisti di allora, però, lo Statuto “non pratico, non applicabile, non fu serio”, dissero “è frutto di un lavoro scolastico di un poeta. E’ anacronistico, pletorico e grottesco”, quasi fosse un malcelato disegno dittatoriale di un solo personaggio in cerca di gloria. Ed è particolarmente sintomatico il fatto che, mutatis mutandis, tale giudizio storico abbia accompagnato in senso trasversale ed a lungo tale esperienza, con l’unico scopo di gettarvi discedito e di depotenziarla. Lo stesso sindacalista collaboratore di D’Annunzio venne denigrato bollandolo come “vicedio”.

De Ambris e i volontari fiumani vennero definiti “quei parassiti che si chiamano legionari” E’ importante sottolineare ciò, per capire il profondo rancore che quei legionari, in gran parte reduci ed Arditi, cresciuti nelle maggiori e più rischiose difficoltà del conflitto, maturarono dopo la sconfitta a suon di cannonate dell’esperimento rivoluzionario fiumano, confluendo poi sia nelle file fasciste che in quelle antifasciste: gli Arditi del Popolo, e portandosi dietro una carica notevole di rabbia e di violenza. E’ bene ribadirlo con chiarezza: quella rivoluzione era destinata ad estendersi a tutta l’Italia portando ad un ribaltamento dei suoi assetti istituzionali, sulla scia delle idee repubblicane e garibaldine che tanto avevano dato alla storia risorgimentale e tanto erano state frustrate dall’avvento della dinastia dei Savoia come monarchia nazionale, frustrazione e risentimento maturati anche da D’Annunzio già dai tempi delle cannonate di Bava Beccaris.

La Carta del Carnaro aveva e conserva principi avanzatissimi, come la prorietà concepita nella sua funzione sociale e non speculativa, la corporazione come sinergia di forze produttive, la concezione del lavoro operaio come frutto di produttori attivi e non come soggetti alienati passivi, la libertà di religione e dalla religione, la revocabilità delle cariche pubbliche, la parità dei diritti tra uomo e donna, con quell’emancipazione femminile che rese proprio le donne le maggiori protagoniste della rivoluzione fiumana, la promozione di una Lega di Fiume dei popoli oppressi, che possiamo considerare l’antenata dei movimenti no global, e destinata a dar voce a «tutti quei popoli che oggi patiscono l’oppressione e che vedono atrocemente mutilate le fibre viventi dei loro territori nazionali, e che guardano al vessillo di Fiume come al segno della rivolta e della libertà», e infine il decentramento amministrativo e la revisione periodica della Costituzione per renderla sempre più adeguata alle sfide del tempo, pur senza farla rinunciare ai suoi principi basilari. Sono questi caratteri indelebili di attualità che dovrebbero farci ben riflettere, non solo sulla concretezza di quell’epoca e di quel tentativo, forse paragonabile solo a quello della Costituzione della Repubblica Romana del 1849, ma ancor di più su quelli odierni di rinnovamento istituzionale che sovente restano prigionieri di logiche politiche autoreferenziali di basso e persino infimo cabotaggio.

E’ stato un illustre esperto di Diritto Costituzionale come Gaspare Ambrosini, presidente della Corte tra il 1962 e il 1967, a dichiarare che “Quell’ordinamento che filosofi, economisti e giuristi non avevano creato, doveva essere creato da Gabriele D’Annunzio, la cui Carta di Libertà del Carnaro, quantunque non entrata in attuazione, resta nella scienza come il modello più insigne di completo ordinamento sindacale finora escogitato” Per questa sua rivoluzione che avrebbe dovuto essere anche quella di tutti noi, il Vate cercò la collaborazione non solo di reparti dell’esercito, ma anche di Mussolini e di Serrati da lui definito “rivoluzionario da temperino”, perché, animato da velleità bolsceviche, ma immobilizzato da una inazione che concretamente si manifestava collaterale allo stesso sistema da lui contestato. Purtroppo non si seppe e non si volle cogliere il momento favorevole e non lo colse in particolare né Serrati a cui pure D’Annunzio si era appellato né Mussolini che temeva che l’esercito restasse fedele alla monarchia e che l’azione non potesse estendersi oltre la Venezia Giulia. Questa fu la sua giustificazione, in realtà il futuro duce temeva che Il Vate lo surclassasse, e lo temette fino alla marcia su Roma, anche se D’Annunzio capì, dopo essere stato lasciato solo, e preso a cannonate dal “ministro della malavita” diventato capo del governo: Giolitti, che la sua rivoluzione era stata rinnegata. Serrati e Mussolini furono accomunati dalla loro codardia in questa vicenda, nessuno dei due era mai stato uno che, come D’Annunzio, avesse messo a repentaglio la propria vita in guerra. Mussolini era stato ferito in una esercitazione e approfittò delle ferite per non tornare più al fronte. D’Annunzio vi tornò anche orbo di un occhio e fino alla fine..usque ad finem! Lapidario il giudizio di Ivanoe Bonomi: “D’Annunzio non si mosse da Fiume e il socialismo bolscevico, odiatore di ogni cosa che avesse il suggello della guerra, continuò stupidamente ad ingiuriare gli ufficiali, a inscenare scioperi, a commettere violenze senza senso, così lo Stato potè sfuggire il suo pericolo più mortale”. Non meno caustico verso i serratiani è stato De Felice, il quale sottolinea “l’incapacità dei socialisti a superare sterili posizioni negative” Lusinghiero, su quell’impresa rivoluzionaria fiumana, resta invece il giudizio di Vittorio Foa, antifascista, uno dei padri nobili della Sinistra italiana condannato a 15 anni dal regime fascista: “L’impresa di D’Annunzio fu un intreccio di componenti culturali, fu un gioioso appello contro ogni conformismo diplomatico e burocratico.

Si inseriva in qualche modo nella tradizione garibaldina del fatto compiuto che facilita l’azione diplomatica. Ma anche per la durata dell’occupazione, fu un colpo mortale all’autorità dello Stato”. Così, da allora, il Vate preferì l’esilio volontario nel Vittoriale, respingendo persino personaggi come Gramsci e Bordiga che guardavano a lui dopo la scissione e la creazione del partito comunista, come il principale referente di un progetto rivoluzionario, ormai però fuori tempo massimo (ricordiamo che lo stesso D’Annunzio si definì comunista senza dittatura) Le rivoluzioni, infatti, hanno bisogno di tempismo e del contributo essenziale di un popolo in armi, specialmente di quello che già le usa nell’esercito. Per questo eliminare la leva obbligatoria vuol dire sottrarre al popolo la stessa tutela della sua sovranità. D’Annunzio si sa, finì osannato e “imbalsamato” dal regime in una “prigione doratissima”, in cui però non smise di agire, in maniera più criptica, appoggiando l’unità sindacale e le forze più socialmente avanzate anche durante gli anni della dittatura, così come fu sempre fautore di un patrottismo che fosse il linea con i principi di quella che veniva considerata la “grande proletaria”, la quale, d’altro canto, sappiamo bene che si impose nelle colonie anche con i gas e i campi di concentramento. Non sappiamo se egli morì di emorragia cerebrale, come tuttora recita il referto medico, oppure se fu avvelenato da chi passò poi al servizio dei nazisti, o persino se si suicidò, consapevole di non meritare una lenta agonia nel decadimento psicofisico, sappiamo però che, fino all’ultimo, cercò di dissuadere Mussolini dal perseverare in un’alleanza che già lui aveva visto profeticamente come rovinosa, quella con colui che egli definiva in modo sprezzante: “L’Attila imbianchino”.

Fatto sta che la sua morte, il primo di marzo del 1938, gli risparmiò sia lo scempio di una alleanza antistorica e criminale sia la demenza delle leggi razziali sia infine la tragedia di una sconfitta e di una guerra civile che ebbe nella città di Fiume proprio la sua vittima sacrificale più illustre. La sua morte, non a caso, segna la fine di una Italia indipendente, anche perché lui stesso aveva inteso identificare la sua vita, non solo con quella di una straordinaria vocazione artistica, ma anche con quella di un popolo e di una Patria, non isolati in un arrogante disprezzo imperialista, ma in piedi, come grande esempio per le altre destinate ad emanciparsi. Le sue ultime parole, mentre i suoi legionari cercavano di respingere un esercito ben più numeroso ed armato e lui decise di cedere le armi per risparmiare alla città le rovine di un perdurante e tragico bombardamento, restano emblematiche della sua vocazione e del suo Amore rivoluzionario a tutto campo, a tutto tondo. Quello stesso Amore che lo portò a corrispondere nelle parole e nei fatti che: “Io ho quel che ho donato”. Ed è vero, tutto ciò che gli apparteneva era ed è tuttora dello Stato “Se voi mi amate, se io son degno del vostro amore, quella Fiume voi dovrete preservare contro ogni sopraffazione, contro ogni insidia, contro ogni vendetta. Per Fiume bella, per Fiume sana e forte: ejia, ejia, ejia, alalà! Viva l’Amore. Alalà!!” Fiume rappresenta lo spartiacque della guerra civile italiana, perché da allora chi tornò da quella mancata rivoluzione, non fu più lo stesso, segnato una esperienza indelebile ed intensa forse più della guerra stessa. Fiume divenne un luogo dell’anima e lo scontro tra soldati italiani, per la prima volta nella storia del nostro Paese, spaccò irreparabilmente il nostro popolo. Con Fiume però siamo andati avanti fino al Natale del 1920. Dobbiamo tornare ora al 1919, al Congresso socialista di Bologna ed alle elezioni del 16 novembre che videro trionfare elettoralmente il Partito Socialista.

© 5 continua

Carlo Felici

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