giovedì, 28 Maggio, 2020

L’Aids come il coronavirus?

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Tenterò di affrontare un tema delicato e tragico. Cercherò di essere preciso nel tracciarne gli aspetti sociali.
In questi terribili momenti di costretta solitudine, in questi giorni che cambieranno per sempre la nostra vita, i nostri costumi, le nostre abitudini e anche il nostro modo di amare… viene a galla tutto il nostro rimosso. Riemergono ancestrali paure. Universali sensazioni. Allora proviamo a mettere in ordine i pensieri. Possiamo convivere con il Covid-19 così come abbiamo imparato a convivere con l’HIV? Molto dipende dalla scienza. Ma quasi tutto dipende da noi.

L’irrompere della malattia nella società ha avuto l’effetto di una bomba atomica. Mi spiego. L’Aids ha significato un nuovo modo di intendere i rapporti. Ha, di fatto, imposto nell’inconscio collettivo un diverso rapporto con l’”altro”. Ha , in poche parole, effettuato una rivoluzione conservatrice inserendo la categoria della diffidenza nella sfera dei rapporti umani, personali e sentimentali. La consapevolezza della sua presenza nella società ha fatto sì che nel profondo di ognuno di noi entrasse la sensazione della paura come elemento costante nella vita quotidiana. Infatti si può dire che uno degli aspetti peggiori della malattia a livello culturale sia stato quello di aver inserito le categorie di diffidenza e paura come caratteristiche del costume sentimentale per almeno un quindicennio. Dal 1985 fino alla fine del secolo scorso… Basti pensare alla New York degli anni ottanta e novanta. Da l’edonismo si passa all’isolamento. Una intera generazione è stata falcidiata.

All’inizio la malattia ha iniziato infiltrandosi, per puro caso, nella comunità gay dimezzandola e cambiandone totalmente le caratteristiche. “Dagli all’untore”! Poi la tragedia si è estesa in tutte le categorie e in tutto il mondo. Purtroppo come molti eventi tragici, la malattia, per le sue numerose implicazioni ha avuto un fortissimo impatto narrativo. E’ come se avesse previsto il futuro. E’ come se avesse detto “da questo momento sei solo, impara a sopravvivere e a affrontare quello che ti accadrà con le tue sole forze.” Agli inizi degli anni ottanta si era completamente disarmati contro quella che è stata chiamata la peste del secolo. Il primo farmaco utilizzato è stato l’AZT, ma a parte i pesantissimi effetti collaterali la terapia si è mostrata inefficace. Successivamente la ricerca è andata avanti sempre più spedita allungando il periodo che passa dalla sieropositività alla l’Aids conclamato. Oggi, se affrontata seriamente non appena ci si scopre colpiti dal virus si ha a disposizione un cocktail di farmaci che nei casi migliori possono arrivare al punto di cronicizzare la malattia.

L’irrompere della malattia è stato spunto di numerosi libri, film e drammi teatrali. Un intero decennio è stato raccontato con leggerezza e rispetto. Gli scrittori sono riusciti a entrare con lievità nella tragedia. Sono riusciti a interpretare con delicatezza non solo quello che accadeva ormai in tutto il mondo, ma sono riusciti a percepire e a farci capire ciò che è accaduto nelle pieghe della coscienza del singolo. Sono riusciti a farci comprendere cosa si prova a essere colpiti.
A parte “Philadelphia”, esiste una quantità di film minori che sono dei veri e propri capolavori. Qualche titolo. “Che mi dici di willy”, “Amici, complici, amanti”. Il primo citato è di una potenza irresistibile. E’ straziante vedere i personaggi di una comunità sparire uno alla volta. Un olocausto che lascia sul campo solo tre sopravissuti, tre amici tra i quali una ragazza che a un certo punto nell’ultima scena del film immaginano camminando sulla spiaggia di vedere improvvisamente tutti gli amici sterminati in dieci anni ricomparire felici, in buona salute e festeggianti come nulla fosse accaduto. Impressionante è l’opera del filosofo e romanziere francese Hervè Guilbert che nelle “Regole della pietà” e in “citomegalovirus” decide di raccontare il proprio disfacimento fisico in ogni dettaglio con estrema durezza e ferocia. In Italia estremamente significativa è l’opera di Pier Vittorio Tondelli, deceduto come Guilbert a soli trentasei anni. Con “Camere Separate” utilizza il concetto barthesiano di “fading” per sussurrarci con delicatezza e pudore il proprio “svanimento”. Ma per chi volesse capire realmente cosa ha significato l’Aids, soprattutto nella società americana, consiglio il dramma in due parti (da cui è stato anche tratto uno splendido tv movie che si trova come il libro in un qualsiasi megastore) dal titolo “Angels in America” scritto magistralmente da Tony Kushner. Il libro è pubblicato da ubulibri e contiene l’intera versione del dramma tradotta in italiano da Elio de Capitani che è riuscito a portarlo in scena anche in Italia.
Con grande rispetto del testo e del suo contenuto.

Oggi quando ci capita di ascoltare la parola Aids non ci voltiamo più dall’altra parte. Ormai fa parte di noi, è un segno della nostra epoca. E’ stata una prefigurazione di quel che sta accadendo oggi. Solo che a differenza del Coronavirus, che è esploso in pochi giorni come una bomba mettendoci di fronte alla crudeltà dell’inesorabile, l’HIV entrò più lentamente nelle nostre vite. E finita che ci siamo riusciti a convivere. Sarà lo stesso con il Covid-19?

 

Massimo Ricciuti

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