giovedì, 17 Ottobre, 2019

L’alba nera delle origini del fascismo

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Le origini del fascismo sono rappresentabili come un'”alba nera”? E il programma dei Fasci di combattimento come un rosario di  destra, anzi di estrema destra?
Dalle edicole e dalle librerie in questi giorni fa capolino una storiografia che  un secolo dopo rimugina luoghi comuni e si fa scudo, nel migliore dei casi, delle interpretazioni fiorite in un settore del campo antifascista, negli anni dell’esilio.
I vincitori hanno  ancora una volta scritto la storia dei vinti, ma anche questa volta non hanno ragione.
Quando (nel marzo 1919) nascono i Fasci di combattimento, l’unica vecchiaia sono le sedi in cui si riunirono (e lo faranno a lungo), cioè quelle della massoneria (come ci ha molecolarmente documentato Gerardo Padulo). Ma gli obiettivi che furono a cuore di questi gruppi di giovani scalmanati (di ogni orientamento politico) e non di rado violenti (come testimoniano le sedi dell’ Avanti! assaltate in una sanguinosa guerra fratricida)  riecheggiavano aspetti della tradizione  socialista. Non solo per la personalità di Mussolini che da queste fila (compresa la stampa) proveniva. Ma per il disegno generale che veniva evocato e messo a punto.
C’erano nel programma dei Fasci la nazionalizzazione delle industrie di armi e munizioni, la terra ai contadini, l’imposta straordinaria sul capitale, il sequestro dell’85% dei sovraprofitti di guerra, il salario minimo garantito , l’anticlericalismo, l’abolizione del Senato, l’opzione antimonarchica e repubblicana ecc. ecc. Nè si può attribuire alle violenze dello squadrismo  il successo, qualche anno dopo, dei sindacati fascisti che portarono via alla CGIL la maggioranza degli iscritti. E neanche  il fatto che una parte dei sindacalisti rivoluzionari (da Alceste De Ambris a E. Rossoni) confluì nelle loro fila, e che Sorel abbia avuto nella formazione dei fascisti, a cominciare dal loro capo, un’influenza molto sensibile.
Il fascismo proviene dalla culltura e dal seno stesso delle organizzazioni della sinistra socialista. Non ha nulla a che spartire con il conservatorismo  nè con il pensiero reazionario, anche quando una volta diventato regime, favorirà singoli e specifici interessi del capitalismo agrario e industriale (ma varerà anche forme di welfare che gli Stati Uniti ancora non hanno).
Il migliore apporto storiografico, insieme (e direi meglio di) quello di Renzo De Felice, è stato scritto alle fine dell’ anno scorso da Guido Melis,uno studioso che viene dalla scuola di Sabino Cassese. Si intitola “La macchina imperfetta”, è edito dal Mulino e sta avendo un grande successo di pubblico (e anche di premi).

Sia Cassese sia Melis hanno collocato l’esperienza del fascismo al governo nel solco di una tradizione in cui è prioritaria la ricerca della mediazione e del compromesso.
Come dire: al di là della retorica sul suo carattere deciso, e anzi perentorio, Mussolini fu un leader politico pieno di dubbi, incerto e quindi tentato dalla ricerca di un equilibrio all’interno delle alternative esistenti.
I due studiosi non esitano anche a fare i nomi di chi lo avevano preceduto, e di cui ereditò la vocazione mediatoria, cioè Francesco Saverio Nitti e Giovanni Giolitti.
Questo carattere di homme que cherche di Mussolini è spesso non immediatamente visibile, lo si può cogliere sotto traccia. Per ritrovare gli antesignani occorre frugare nei mille volti, aspetti, istituzioni, miti, folclore che fecero del fascismo una vera e propria religione politica. Dobbiamo ai molti, documentati, direi impeccabili, studi di Emilio Gentile questa caratterizzazione che Mussolini ha saputo imprimere al suo esercizio del potere. Nel suo recente descrive come l’antifascismo ha trasformato il fascismo in un’arma di polemica potica fino salla più inaudita falsificazioneì
Dopo Cassese e ora Melis, è difficile identificare il regime delle camicie nere nei suoi cascami e ridurlo a una costruzione di malaffare, corruzione, truffe, incompetenze, come fece l’antifascismo peggiore.
In questo senso i recenti lavori curati da Paolo Giovannini e Marco Palla( Il fascismo dalle mani sporche, Laterza) e di Mauro Canali e Clemente Volpini (Mussolini e i ladri di regime, Monda dori) servono a illuminare lati oscuri di arricchimenti, speculazioni, disonestà, illeciti e vere e proprie truffe.
Essi ciCi furono come mostrò l’inchiesta ordinata da Pietro Badoglio immediatamente dopo la caduta del regime.Ma identificarlo con esse è una pura e semplice forzatura, che invece di arricchire sminuisce, e falsa, la ricerca storica.
E’ priva di senso la pretesa di pensare, e far pensare, che le malversazioni dei beni pubblici e la voracità degli anni 1922-1945 non furono simili a quelle di altri governi, e soprattutto di questi venuti dopo la guerra di liberazione.
Questo antifascismo dozzinale, che al di là della professionalità degli intervistati viene ci riproposta, non ha nulla del rigore e dell’equanimità storiografica.
Corrisponde solo alla volontà di omettere, nascondere o solo voler ignorare che l’Italia della partitocrazia antifascista ha scritto pagine molto, ma molto peggiori di quelle certamente infami attribuite al ventennio mussoliniano. Marco Tarchi, che dirige riviste come Diorama Letterario e Trasgressioni abituate a non fare sconti, lo sa perfettamente.
La rappresentazione delinquenziale che ne hanno fatto non riesce a incidere minimamente sulla scuola di alta professionalità, indipendenza e rigore fornita, per fare un esempio, dai grandi managers di stato che si formarono negli anni Trenta, grazie e intorno a Beneduce. Tutto avvenne sempre per cooptazione, scelta de migliori, a discapito, quindi, delle camicie nere prive di titoli e specializzazioni.
L’antifascismo italiano, diventato uno dei più potenti Stati partitocratici del continente europeo, e non solo,ce l’ha messa tutta, ma non è riuscito ad alterarla più di tanto.
Da De Gasperi in poi i governi e governicchi messi in piedi sono stati insuperabili nell’accompagnare alla scelta dei presidenti di Iri, Imi, Eni ecc. il gusto smodato per la raccomandazione parentale o amicale, le candidature politiche dei loro sotto pancia e capi-bastoni, cioè la peggiore corruzione.
Centro-destra e centro-sinistra fino alle micro-figure di Di Maio e Salvini hanno rivelato una vocazione ugualmente famelica, una specializzazione nell’assalto alla diligenza degli enti pubblici e di quelli autonomi per favorire persone semplicemente incompetenti e pertanto destinate a soccombere in una gara fondata sul merito.
E’ un argomento importante che ci si aspetta di vederlo sfoderare da Melis nel confronto pubblico con Palla che lunedì 1 aprile avrà luogo a Bologna (presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali), oltrechè con Paolo Pombeni e anche con Marco Cammelli, neo-presidente della casa editrice Il Mulino e autorevole amministrativista.
Se i Fasci di combattimento fossero stati un concentrato di pulsioni, interessi, intenzioni autoritarie, anzi dispotiche, al servizio di industriali, agrari e finanzieri, i collaboratori di Alba nera avrebbero dovuto spiegare quanto, invece, amano rumorosamente tacere: cioè come mai il gruppo dirigente del Pcd’I, compreso Togliatti e i compagni che erano in carcere o all’estero, nel 1936 firmarono (per la prima volta col loro vero nome) l’Appello ai fratelli in camicia nera.
Questa proposta di un compromesso e di un’intesa politica fu avanzata sull’organo teorico del partito, Stato Operaio, e addirittura diede vita ad un vero e proprio dibattito. Ad essa seguirà nel 1939, cioè circa 3 anni dopo, l’alleanza tra Stalin e Hitler per la spartizione dell’Europa. Togliatti la saluterà, con suo implacabile cinismo, come la prova della conciliabilità delle due dottrine.
Il programma dei Fasci di combattimento, di cui in questi giorni ricorre il centenario, fu sottoposto ad un’analisi minuziosa. E’ la prima radiografia molecolare della composizione sociale del fascismo, non solo delle origini. Ne viene recuperato il loro carattere di sinistra, addirittura rivoluzionario, come si ripete. Siamo ben oltre la cautela mostrata nelll’inverno del 1935 da Togliatti nel Corso sugli avversari. Lezioni sul fascismo (più volte edito da Einaudi) nel limitarsi a riconoscere ad esso il carattere di 2 regime reazionario di massa”.
Si può davvero continuare su questo avvenimento ad alimentare silenzi, cambiare le carte in tavola, cioè raccontare favolette consolatrici o balle esecratorie ?

Salvatore Sechi

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