martedì, 22 Settembre, 2020

L’alto costo dell’ambiguità “siriana” di Obama

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Obama-armi chimiche SiriaA denunciarlo è stato il presidente degli Stati Uniti Barak Obama in persona, approfittando della conferenza stampa per i cento giorni del suo secondo mandato. «Abbiamo le prove sull’uso di armi chimiche in Siria, ma non sappiamo ancora chi lo ha fatto». Accuse pesanti, anche se Obama sceglie di non sbilanciarsi evitando di puntare apertamente il dito contro il regime del presidente Assad, da sempre accusato di possedere armi chimiche.

PASSATA LA LINEA ROSSA? – «La prova che sono state usate armi chimiche in Siria cambierebbe tutto, farebbe rivedere tutta la gamma delle nostre risposte strategiche, ma l’importante ora è «appurare cosa è avvenuto». Insomma, quella famosa linea rossa sbandierata lo scorso agosto in merito all’uso di armi proibite sembra essere ora un confine meno marcato. Cautela insomma, nonostante, Obama lanci l’immancabile avvertimento al presidente siriano, informando che gli Usa stanno «indagando su chi ha usato le armi chimiche al fine di ricostruire il percorso da dove erano custodite a dove sono state usate. Se ad usarle è stato il regime di Assad sarebbe una pericolosa escalation, per l’intera comunità internazionale». Se le parole del Commander in chief delle forze armate statunitensi sia il segnale di un imminente attacco è difficile da stabilire. A differenza di altri teatri, dotati di ben un maggiore appeal in termini geopolitica, strategici ed economici, Washington, in questi due anni di massacri, si è dimostrata, infatti, piuttosto restia ad un intervento diretto e risolutivo.

INDECISIONE CHE UCCIDE MIGLIAIA DI CIVILI INNOCENTI – Addestramento e armi ai ribelli: un strategia che, retoriche a parte, ha finito per abbattersi sulla popolazione civile, rendendosi, di fatto, complice dei massacri di civili. Sì, perché il Dipartimento di Stato si è guardato bene, pur essendo nelle condizioni di farlo, da appoggiare i ribelli a tal punto da permettergli, neanche troppo difficilmente, di sconfiggere le truppe filo governative. Un atteggiamento ambiguo, pur motivato dai sospetti circa la natura e la composizione delle forze ribelli, fortemente infiltrate da gruppi fondamentalisti, che ha favorito la recrudescenza del conflitto non permettendo a nessuna delle due forze di prevalere, ponendo così fine alle ostilità. «Bashar Assad deve andarsene affinché questa nazione possa ritrovare stabilità», ha detto Obama, ma di fronte a questo scenario, l’auspicio del presidente rischia di suonare come un puro esercizio stilistico.

PAROLE SENZA FATTI – Un esercizio stilistico come quello in merito all’altro tema spinoso affrontato durante la conferenza stampa: lo sciopero della fame che i sospetti terroristi detenuti a Guantanamo portano avanti da tempo. «Non voglio che muoiano, il Pentagono sta facendo al meglio ciò che può» ha affermato Obama, che ha “messo le mani avanti”: «a mio avviso Guantanamo doveva essere chiuso da tempo e dovrebbe esserlo ora». Il Presidente ha scaricato le responsabilità dell’immobilismo sul «Congresso».

Roberto Capocelli

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