sabato, 11 Luglio, 2020

L’altra faccia della ‘Repubblica’. Pertini: Mussolini e il Re erano d’accordo sull’arresto

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Come ogni 2 giugno, ci saranno gli approfondimenti istituzionali, quelli dei politici e degli storici. Io posso aggiungere il ricordo di due racconti (uno poco noto e l’altro assolutamente inedito) fatti da Pertini, che di questa Repubblica è stato il presidente più carico di storia. La politica è spesso crudele. Nel 1977, non era più presidente della Camera e nessuno immaginava che avrebbe potuto diventare capo dello Stato. Era un vecchio gentiluomo triste e solo in una piccola stanza di via degli Uffici del Vicario riservata agli ex presidenti dell’Assemblea. Da sempre amava parlare con i giovani e io andavo a trovarlo. Mi disse che Churchill nel 1944 puntava sulla monarchia per evitare che l’Italia cadesse sotto il controllo dei comunisti. E che ebbe perciò un’idea geniale. Il principe ereditario Umberto poteva essere paracadutato nel Nord occupata dai tedeschi ed essere formalmente nominato capo della resistenza. Sarebbe stato nascosto e protetto dei servizi segreti alleati in un castello piemontese e senza grandi rischi avrebbe salvato la monarchia. Pertini mi ripeté il racconto quando già stava al Quirinale. ““Se i Savoia non fossero stati dei codardi-diceva-avrebbero accettato il piano degli inglesi e adesso dietro questa scrivania, al mio posto, ci sarebbe Umberto!”.
Questa vicenda è poco nota ma riconosciuta come credibile dagli studiosi. Pertini insisteva però su un altro punto, che invece non è mai comparso sui libri di storia. Tutti sanno che, nel luglio 1943, il Gran Consiglio del fascismo mise in minoranza Mussolini, che lui andò a riferire al re a villa Ada (in via Salaria) e che Vittorio Emanuele proditoriamente lo fece arrestare, lo sostituì con il fedelissimo maresciallo Badoglio alla guida del governo e lo fece incarcerare al Gran Sasso, dove fu liberato dai tedeschi con un colpo di mano. Secondo Pertini, il re e Mussolini erano in verità d’accordo e non ci fu alcun arresto. Mussolini-mi raccontò-aveva capito perfettamente che la guerra era persa e cercava perciò una via d’uscita onorevole che gli salvasse la vita. Se si fosse dimesso, sarebbe stato accusato di viltà dai suoi: concordò pertanto che il re lo avrebbe destituito, si consegnò a lui e si mise sotto la sua protezione. A quel punto, aveva forti probabilità di salvarsi perché il re, da sempre suo alleato (o complice) non poteva certo processarlo. Pertini sosteneva che questa ricostruzione non era una sua illazione: il generale dei carabinieri Cerica, che organizzò il prelievo di Mussolini a villa Ada e il suo trasferimento su un’ambulanza per eludere la scorta, la pensava esattamente allo stesso modo. Nel dopoguerra, sarebbe diventato senatore democristiano, chiacchieravaSaragat
Mussol spesso con lui e si erano scambiati questa confidenza.
Riferisco la convinzione di Pertini perché di per sé costituisce una notizia, non foss’altro per l’autorità del personaggio. Gli studiosi hanno sempre raccontato una storia completamente diversa che tutti conoscono e non voglio certo contestarla. Tuttavia, qualche elemento interessante si deve aggiungere. Sul Gran Consiglio del fascismo, ha scritto recentemente un libro importante Emilio Gentile. Lo ha paragonato al famoso film giapponese Rashomon, dove ciascun testimone presente riferisce una verità completamente diversa. Una delle verità sul Gran Consiglio è che Mussolini avrebbe potuto opporsi con efficacia all’ordine del giorno Grandi contro di lui, ma non lo fece, o perché era rassegnato o perché era tacitamente d’accordo. Indro Montanelli, nella sua storia d’Italia, riferisce che quando Mussolini, al Gran Sasso, capì che i tedeschi lo stavano “liberando” (o “sequestrando”) per portarlo in Germania, non fu affatto contento. In effetti, se non avesse guidato la Repubblica di Salò, sarebbe rimasto probabilmente vivo. Infine, Galli della Loggia ha riportato nel suo libro “Credere, tradire, vivere” uno scambio di lettere tra Badoglio e Mussolini immediatamente dopo la vicenda di Villa Ada che consideriamo entrambi (ne abbiamo parlato a lungo) davvero sorprendente. Il generale scrive. “Il sottoscritto capo del governo tiene a far sapere alla Signoria Vostra che quanto è stato eseguito nei vostri riguardi è unicamente dovuto al vostro personale interesse essendo giunte da più parti precise segnalazioni di un serio complotto verso la vostra persona. Spiacente di questo, tiene a farVi sapere che è pronto a dare ordini per il vostro accompagnamento, con i dovuti riguardi, nella località che vorrete indicare”. Mussolini suggerisce la Rocca delle Carminate e aggiunge. “Desidero ringraziare il maresciallo d’Italia Badoglio per le attenzioni che ha voluto riservare alla mia persona. Desidero assicurare il maresciallo Badoglio, anche in ricordo del lavoro comune svolto in altri tempi, che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione”. Non sembra, come si vede, la corrispondenza tra un carceriere e un carcerato.
Naturalmente, non mi permetterei di affidare soltanto ai miei ricordi personali la ricostruzione di quanto Pertini pensava su un tema così delicato. Le lunghe conversazioni del 1977 sono registrate, perché le ho in parte usate per scrivere un libro. Le ho poi digitalizzate e regalate all’archivio del Parlamento, dove chiunque può ascoltare tutto dalla viva voce del futuro presidente della Repubblica.
Pertini non dimenticava mai che in cima alla sentenza che lo condannava a undici anni di galera stava scritto “In nome di sua Maestà Vittorio Emanuele”. È stato pertanto sempre inflessibile contro la monarchia. D’altronde, era un capo della Resistenza e sulla spinta di questa il referendum per la Repubblica risultò vincente. Fu tuttavia non lui, ma Pietro Nenni, come viene riconosciuto da quasi tutti gli storici, il principale protagonista di quella vittoria.
In fondo, Nenni era stato repubblicano fin da bambino quando, piccolo ribelle, scrisse sul muro dell’orfanotrofio che lo ospitava: “W. Bresci“ (l’anarchico autore dell’attentato al re Umberto). Nel carcere di Bologna, dove fu rinchiuso nella stessa cella insieme a Mussolini (più grande di otto anni) per la manifestazione di Forlì del 1911 contro la guerra in Libia, lui era il repubblicano e Mussolini il socialista massimalista. Nenni, come Pertini, non dimenticava ciò che aveva subito durante il regno di Vittorio Emanuele. All’inizio degli anni ‘20, dirigeva l’Avanti!, che fu assalito e devastato cinque volte dagli squadristi. Proprio il giorno della marcia su Roma, nell’ottobre 1922, aveva assistito a una tragedia che fu per lui il simbolo della viltà monarchica e di cosa avrebbe potuto essere l’Italia se il re non si fosse arreso al fascismo. I fascisti assalirono infatti un’ultima volta la nuova sede del giornale in via Settala a Milano. I militari di guardia spararono e li misero subito in fuga (con morti e feriti), perché il governo Facta aveva decretato lo stato d’assedio e avevano pertanto ordine di reagire. Esattamente ciò che sarebbe successo più in generale a livello nazionale se l’esercito fosse stato messo nelle condizioni di far rispettare la legge. Ancora non si sapeva che il re si sarebbe rifiutato di firmare il decreto governativo. Quando lo si seppe e arrivò pertanto l’ordine di lasciar fare, i fascisti tornarono all’assalto ancora più inferociti e l’Avanti! fu completamente distrutto.
Nella battaglia per la Repubblica, Nenni fu l’unico a mantenere sempre una posizione irremovibile e di principio. Non così si può dire di De Gasperi. E non c’è da stupirsi perché la nascente Democrazia Cristiana si preparava a raccogliere il consenso dei conservatori e del potere economico che vedevano nella monarchia una garanzia di continuità e di ordine. Infine il partito cattolico decise in modo sofferto la Repubblica, ma contro una gran parte del suo elettorato che, nel voto con le due schede separate, il 2 giugno 1946, scelse DC per la Costituente e monarchia per il referendum. Le cifre sono chiare. I socialisti, i comunisti e tutti i partiti dichiaratamente repubblicani ottennero complessivamente 10 milioni e 451 mila voti. Ed è difficile immaginare che i si alla monarchia fossero tra di essi numerosi. Forse, c’era quello della regina Maria Josè che (così si vantava spesso Saragat) gli aveva dato la preferenza. Se gli 8 milioni e 101 mila voti democristiani si fossero aggiunti a favore della Repubblica, questa avrebbe vinto con oltre 18 milioni e mezzo di voti. Non, come invece è accaduto, con 12 milioni e 717 mila. I democristiani, specialmente nel Mezzogiorno, appoggiarono massicciamente la monarchia. D’altronde, ancora nel gennaio 1945, l’Avanti! clandestino accusava De Gasperi di essere il “signor ni“ (incapace di dire con chiarezza “si” o “no” alla Repubblica). E il leader democristiano ricambiava sostenendo che i socialisti danneggiavano, con il loro estremismo contro il re, la causa dell’antifascismo. La stessa mancanza di linearità fu di Togliatti (nome di battaglia Ercoli), con il quale Nenni si scontrò duramente nell’aprile 1944, per quella che l’Avanti! clandestino definì la “bomba Ercoli” e che alla storia passò come la “svolta di Salerno”. Come è noto, il leader comunista, appena rientrato dall’Unione Sovietica nell’Italia liberata del Sud, accettò imprevedibilmente di entrare nel governo Badoglio che avrebbe legittimato la monarchia giurando di fronte al re. Nenni, a differenza di Togliatti, in quel governo non entrò: i socialisti si rassegnarono al fatto compiuto e alla partecipazione soltanto per salvare l’unità antifascista. Capivano che Togliatti seguiva le direttive dei russi, i quali avevano un accordo con Churchill per lasciare indeterminato il futuro della monarchia. Anche se ancora non sapevano quello che Togliatti sapeva invece benissimo, perché era stato informato da Stalin: che il mondo era stato sostanzialmente spartito e che l’Italia rientrava definitivamente nella sfera anglo americana. Nenni non accettava di rinunciare ai principi per la realpolitik. E infatti l’Avanti! clandestino, in polemica con i comunisti, già spiegava quale sarebbe stata la posta in gioco nella battaglia repubblicana. “C’è qualcosa di più importante-scriveva-della guerra ed è il fine della guerra. Il fine cioè di eliminare dalla direzione politica della Nazione le forze, gli interessi, gli uomini del 25 luglio e dell’8 settembre, che sono poi ancora quelli, sotto altre spoglie, del 28 ottobre 1922 e del 10 giugno 1940” (le date della marcia su Roma e della dichiarazione di guerra). L’Avanti! clandestino già anticipava persino quale sarebbe stata la ragione profonda dello scontro con i comunisti nei decenni successivi, perché contestava “la tesi che subordina la politica in tutti i Paesi agli interessi della diplomazia sovietica”.
Ci vorrà tempo prima che la moderazione e freddezza di Togliatti sul tema della monarchia finalmente si sciolgano di fronte alla pressione di Nenni. Soltanto il 12 novembre 1945 infatti il leader socialista, dopo un grande comizio congiunto al Palatino a Roma, potrà finalmente annotare sul suo diario. “Non v’è dubbio che l’odio della massa è oggi diretto contro il Quirinale. E questa è stata, in gran parte, opera mia. Anche Togliatti stamattina ha dovuto al fine pronunciare la parola Repubblica”.
L’Avanti! era dopo la liberazione il più diffuso e il più importante quotidiano del settentrione. Nenni e il suo braccio destro Guido Mazzali (che non a caso fu tra i più grandi pubblicitari del tempo) fecero per la Repubblica una campagna referendaria di importanza decisiva, con slogan che sono restati nella storia. Il fresco “Vento del Nord“ doveva spazzare le nubi dell’arretratezza e della conservazione. I monarchici spaventavano gli elettori evocando la prospettiva di violenze, rivoluzioni e colpi di Stato militari in caso di vittoria repubblicana. Ma l’Avanti! ribaltava l’argomento lanciando lo slogan “o la Repubblica o il caos“. E Nenni scandiva: “non succederà nulla, non deve succedere nulla”. Bisogna riconoscere che non successe nulla anche grazie a Umberto, che si oppose alle pressioni degli estremisti nella Corte e accettò il risultato del referendum. La monarchia veniva indicata dal quotidiano socialista come anacronistica e ridicola: l’appellativo “re di maggio”, continuamente ripetuto per il figlio Umberto che era succeduto appunto il 6 maggio 1945 al dimissionario Vittorio Emanuele, gli resterà incollato per sempre. La caduta dei Savoia veniva data per scontata, addirittura attesa con trepidazione, perché il quotidiano socialista iniziò con i suoi titoli un count down. “Ancora 59 giorni di regno”. “Ancora 58 giorno di regno”. E così via.
Nenni e Saragat si divisero sapientemente i compiti. Il primo lanciò lo slogan “La Repubblica dei poveri“, insistendo sul concetto che la monarchia era l’ostacolo principale al progresso sociale e al riscatto degli esclusi. Il secondo, che aveva già perfettamente capito quale fosse il punto debole della sinistra e dove si sarebbero decise le partite politiche del futuro, martellava su quello che sarà il titolo di un suo fondo alla vigilia del voto: “appello ai ceti medi“.
La febbre dell’attesa cresceva. La sera prima del referendum, una bomba venne lanciata contro la rotativa dell’Avanti! di Milano e ferì tre tipografi. “Una pagina che si chiude“, titolò il fondo di Nenni alla vigilia. “Le schede repubblicane che oggi seppelliscono la monarchia –vi si legge- mettono fine alla pagina più triste e dolorosa della nostra storia e schiudono all’Italia le vie luminose della rinascita, nella libertà, nella pace, del benessere di tutto il popolo. Cittadini alle urne!”. I socialisti ostentavano sicurezza. Ma tremavano, perché il risultato sarebbe rimasto incerto fino all’ultimo. Non esistevano ancora i computer. Si votò domenica 2 giugno, ma per tutta la giornata di martedì 4 giugno le edizioni straordinarie dei quotidiani ancora si susseguirono annunciando risultati contraddittori. Soltanto alle ore 3 della notte tra martedì e mercoledì 5 giugno, Nenni seppe con certezza che c’era la vittoria. Telefonò all’Avanti!: si preparò il titolo ma lo si tenne nel cassetto, perché il ministro dell’Interno socialista, Romita, imponeva di aspettare la conferma ufficiale. Radio Montevideo fu prima al mondo a dare la notizia. All’alba, finalmente, arrivò il via libera. Il capo redattore De Franciscis aprì il cassetto e tirò fuori il titolo preconfezionato. Corse in tipografia dal proto Checco, che aveva già tutto predisposto. Alle prime luci, il quotidiano socialista gridava a nove colonne per le strade di Milano e di Roma: “Repubblica“. Un occhiello e un sommario aggiungevano. “Il sogno centenario degli italiani onesti e consapevoli è una luminosa realtà“. “Essa fu costruita pazientemente con il sudore e il dolore di milioni di lavoratori“. Nenni annotò nel suo diario. “Una grande giornata, che mi ripaga di molte amarezze e che può bastare per la vita di un militante”.

Ugo Intini
Articolo comparso su Il Dubbio il 02 Giugno 2020

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