mercoledì, 22 Maggio, 2019

L’amore strappato: la storia dell’amore conteso di una figlia

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Dopo “Il silenzio dell’acqua” (con Ambra Angiolini e Giorgio Pasotti, per la regia di Pier Belloni), su Canale Cinque è andata in onda un’altra fiction avvincente: “L’amore strappato”. Diretta da Ricky Tognazzi e Simona Izzo, quest’ultima (in tre puntate) racconta di un incredibile errore giudiziario in cui una bambina, di soli sette anni, viene strappata alla sua famiglia. La madre (Rosa, alias Sabrina Ferilli) lotterà per riaverla, ma dovrà difendere anche il marito (ovvero Rocco, interpretato da Enzo Decaro) dalle accuse di molestie sulla figlia Arianna stessa appunto. Rocco finirà in carcere e occorrerà persino l’intervento dell’avvocato Smiraglia (interpretato da Ricky Tognazzi), per cercare di venire a capo di questa storia di malagiustizia. Una vicenda vera, come spesso continuano ad accadere: un errore e un’ingiustizia da riparare. “L’amore strappato” (titolo essenziale, efficace ed emblematico), prodotta da Jeky Productions, è ispirata al libro “Rapita dalla Giustizia”, scritto dalla protagonista, Angela Lucanto, con l’aiuto e il contributo dei due giornalisti: Maurizio Tortorella e Caterina Guarneri.
“L’amore strappato”: una storia vera e intensa (già lo abbiamo detto), con una sceneggiatura (con)vincente, con un’interpretazione degli attori protagonisti eccellente, profonda e sentita (straordinari infatti i monologhi, molto intensi e struggenti, interpretati da Sabrina Ferilli ed Enzo Decaro in primis). Messaggio di utilità sociale ed umana che non guasta. Insomma, una fiction riuscita. Potremmo ribattezzarla “L’amore conteso”: quello di una famiglia (i Macaluso), di un padre, di una madre, di un fratello, che rivogliono riprendersi la loro figlia e sorella Arianna, che è stata loro portata via (‘strappata’ per l’appunto) con brutalità, come fossero dei criminali, quando sono persone oneste, per bene. Così come vogliono riprendersi ed avere indietro la loro vita, che è stata loro ‘rubata’ per un errore di giustizia, per un’ingiustizia. Perciò devono lottare, ‘contendersi’ la loro verità davanti alla legge. Ci vorranno ben dieci anni.
Ma ‘l’amore strappato’, o conteso appunto, è anche quello della famiglia adottiva (i Vittori), che vuole tenere con sè per sempre Arianna, anche quando lei deciderà di tornare dalla sua vera famiglia; quella dei Macaluso e non dei Vittori: tra l’altro, interessante che quest’ultima sia una famiglia multiculturale, in cui ben tre bambini sono stati presi in adozione (di cui uno di colore).
La ragazza in questione nella fiction è Arianna, quasi che tutti cercassero il loro ‘filo di Arianna’, per uscire – metaforicamente – dal dedalo di vicissitudini, da quel labirinto in cui si ritrovano immersi e travolti, come in un incubo. Il suo vero nome è, infatti, Angela: quasi una figura angelica, la sua, che si invoca, come un miracolo.
A parte questo, “L’amore strappato” è una storia di discriminazione, non solo di ingiustizia, sul senso della famiglia e sulla ricerca della propria identità. Arianna stessa cerca di capire chi sia. Non sa più chi è. Per anni si è sentita abbandonata, quasi rifiutata dai suoi genitori (che invece l’hanno sempre continuata a cercare). Per anni, decenni, si è sentita sbagliata, si è chiesta cosa avesse che non andasse, poi ha capito che era il mondo ad essere sbagliato e non lei. Specularmente, anche il padre (finito in carcere con l’accusa di aver commesso abusi sessuali sulla figlia) si chiede dove abbia sbagliato, se quello che ha fatto lo ha fatto sempre per loro a fin di bene. Tanto che, quando rischiano di perdere tutto, è pronto a farsi denunciare dalla moglie pur di cercare di salvare il salvabile.
Questo parallelismo è interessante e lo ritroviamo anche durante tutte e tre le puntate, dove caratterizza i vari personaggi, che si alternano alla guida dell’azione, che si fa motore di tutta la storia; ciò ci mostra quanto quelli che si stanno affrontando siano temi universali, uguali per e in tutti. Prima è Rosa (Sabrina Ferilli), a farsi carico della situazione, della sua famiglia, quando il marito Rocco (Enzo Decaro) finisce in prigione, credendo fortemente nella legge e volendo lottare perché la verità trionfi. Poi, quando l’innocenza di quest’ultimo sarà provata, sarà lui a sostenere lei, che ha un momento di cedimento quando continuano a negare loro di poter riavere la figlia, ormai data in adozione e su cui ormai hanno perso completamente la potestà. “Ma che giustizia è questa?”, si dispera con Rocco. Com’è possibile che sia capitato tutto questo? Come può la giustizia togliere una figlia a due genitori e condannare un innocente? Come, poi, un innocente può essere accusato ingiustamente e incarcerato? In questo, lei pensa a farsi giustizia da sola, quasi a difendersi da sola, quando anche il loro avvocato (l’avvocato Smiraglia, interpretato da Ricky Tognazzi, anche regista della fiction con Simona Izzo) strumentalizza le cause, dando priorità in base alla convenienza economica e sapendo di un finale già quasi scritto, per chi non ha mezzi né strumenti per fare sentire la sua voce come i Macaluso. Sarà, invece, l’apprendista (ovvero il giovane avvocato Mariani – senza uno studio suo ancora -, di cui veste i panni Primo Reggiani) nello studio dell’avvocato (interpretato da Ricky Tognazzi) a farsi carico della loro causa, per una ragione idealista, di un principio morale più che economico. Rosa, intanto, cerca anche di badare all’attività del marito: ormai sono finiti sul lastrico, economicamente, ma anche moralmente. Distrutti e devastati perché si sentono soli ed abbandonati. La disperazione sale, soprattutto in Rosa, che si fa prendere sempre più dall’istinto e rischia di commettere gesti avventati. Mentre il marito Rocco ha imparato ad aspettare (questa la lezione che gli è scaturita dalla dura esperienza negativa della prigionia; dunque trasforma il negativo in positivo) ed è più razionale, anche quando – quasi per miracolo – ritrovano Arianna. Ormai felice, sembra loro, con la nuova famiglia dei Vittori. Del resto, Vittori più la ‘a’ di Arianna, fa ‘vittoria’. Quindi pensano che non tornerà mai più a casa con loro Macaluso.
Ma, mentre ci si chiede se la famiglia sia solamente quella di sangue, genitrice, o anche quella adottiva che ha cresciuto, la mamma soltanto colei che ha fatto nascere o pure quella che ha allevato e accudito, ci si accorge che l’amore non conosce etichette né definizioni. L’affetto vero e sincero non ha limiti né confini (non conosce distanze né ceti sociali, razze e quant’altro). Allora, mentre Rosa si chiede se la figlia si ricordi di loro e li pensi, se la stiano festeggiando al suo compleanno, la madre adottiva (Francesca Vittori, alias Valentina Camelutti) ha una crisi di coscienza, si tormenta e si chiede se sia giusto togliere a una madre sua figlia perché – in fondo – il padre è risultato innocente poi; mentre suo marito Alberto (Michele De Virgilio) è più cinico e guarda a tutto il bene che le hanno donato ed a quanto le hanno dato, a come l’abbiano aiutata e salvata (dunque i due coniugi, entrambi pieni d’amore per Arianna e per tutti i loro figli, hanno due attitudini e comportamenti diversi, atteggiamenti differenti proprio come Rosa e Rocco). Suo fratello vero Ivan, non è meno parte di lei che sua sorella e suo fratello Vittori.
Ma, ora che ha ritrovato anche i Macaluso, che cosa e chi deve scegliere? In totale confusione, fugge per la disperazione: tutti la cercano, ma nessuno forse si chiede come stia o capisce che sta male. Forse. Perché, invece, pur nella diversità delle situazioni, entrambe le donne si riconoscono madri., dunque tutti ci si riconosce simili in egual modo, nella sofferenza soprattutto. Ritrovando se stessa, nella sua solitudine interiore, Arianna saprà scegliere. Prendendo lei l’iniziativa. Infatti, prima vediamo che ad avvicinarla e spiegarle tutto è il fratello Ivan, poi vediamo lei prendere in mano le redini della sua complicata vita e andare da loro (dai Macaluso). Per quanto la sua non sia una scelta facile, è pur sempre una nuova vita per tutti. Il suo ritrovare la sua famiglia è stato come ricostruire il puzzle della sua vita, ricucire una ferita col passato, come rinsaldare le basi della sua storia d’amore con Matteo, con cui aveva discusso e con cui si ritrova; ma è più difficile, perché ci sono tante cose che non sapeva.
Quindi, possiamo dire che “L’amore strappato” è la storia di una famiglia, la ricerca di una propria identità, il compimento di una scelta che stravolgerà la vita della giovane, quanto di tutte le persone che le ruotano intorno. Tuttavia, è anche una storia, non solo di un’ingiustizia sociale, sulla giustizia e sui diversi modi di fare e farsi giustizia, ma anche di discriminazione. Anche quando assolto, Rocco verrà sempre malvisto, evitato, emarginato, ripudiato, vittima di illazioni da parte della gente, che lo lascia solo: solamente pochi operai della sua ditta, per cui era stato come un padre o un fratello, gli resteranno accanto e lo aiuteranno. Non solo; ma questa discriminazione ricadrà anche su suo figlio Ivan: nessuno lo vuole alla festa di compleanno della sua compagna di classe e vicina (di cui lui era segretamente innamorato) Emma. Tutti se ne vanno (adulti e bambini, padri e figli, amici) quando il ragazzo vuole giocare a pallone nel parco insieme al e con il padre ritrovato. Invece che un uomo onesto, la gente riesce a vedere in quest’ultimo solo un mostro, un orco. La miopia della gente, che non sa vedere oltre il proprio naso: un po’ come la sorella di Arianna, che pensa inizialmente solamente che il ragazzo che l’ha avvicinata sia solo il suo nuovo fidanzato e null’altro.
Un giudizio è per sempre, come un’etichetta che ci si affibbia addosso. A volte non pensiamo alle conseguenze dello stesso. Come il fatto di dire una bugia a fin di bene (può nuocere od è utile?). Per amore, si deve rinunciare a una persona o lottare per essa? Può esserci felicità, avendo affetto e beni materiali, ma da altri che non sono i tuoi genitori? Soprattutto, può resistere al tempo un sentimento, anche quando decenni di lotta in tribunali hanno allontanato, invece che unire o avvicinare? Del resto, a distanza di tempo, Ivan ed Emma riescono a confessarsi il loro sentimento ed a coronare il loro sogno d’amore, meno facile è ricostruire una famiglia unita per i Macaluso. Tuttavia, forse, esiste una memoria del cuore indelebile, anche quando sembriamo non avere ricordi e aver rimosso tutto. Infatti Arianna sembra aver cancellato tutto dalla sua mente, ma c’è sempre qualcosa che la riporta ai luoghi da dove è venuta, davanti alla sua scuola (e piccole scene di vita della sua infanzia le ritornano pian piano alla mente). Da piccola non ricordava più il numero di telefono di casa; da grande saprà ritrovare la strada di casa.
Poi, se non mancano rimandi al bullismo, di certo c’è anche un cenno alla violenza sessuale tra le mura domestiche, al disagio di disturbi mentali dovuti a traumi psicologici (come anche la depressione), ma anche a cosa significhi amicizia vera. Sì può denunciare, rivolgere accuse per difendere un’amica, pur sapendo di stravolgere così per sempre la sua vita?, come fa l’amica di sempre di Rosa, Stefania, in un primo momento (per poi ravvedersi). Oppure spingerla a farlo, come vorrebbe Stefania che Rosa facesse? Si può convincerla ad affermare il falso con la bugia di poter tornare così presto a casa?, come fa la figlia di Stefania ed amica del cuore di Arianna, Tiziana (che le suggerisce di mentire), che è anche colei che accusa per prima Rocco di abusi sulla figlia: un’accusa così infamante, che più non si può, per l’onore e la dignità di lui, sia in quanto padre che uomo, che per la moglie, per la figlia e per tutta la famiglia. Dignità, onore, rispettabilità, stima, che cercheranno di riconquistare, pur venendone privati. Rosa, infatti, continua a ripetere: “mio marito è la persona più onesta che io conosca”, “vinceremo con la verità” perché “non sappiamo mentire”, “siamo gente onesta” e, soprattutto, poiché “la verità è sempre giusta, si deve sempre combattere, ed è solo lottando che si vince, forse”; “siamo noi le vittime”. Se è difficile discernere fin dove possa spingersi l’amicizia, quando e quanto un gesto così forte possa essere considerato di amicizia, di certo l’amicizia può salvare ed aiutare. L’amicizia stessa, può resistere al tempo o muta per sempre?
In mezzo a questo bagaglio di sentimenti universali, che rendono fragili, vulnerabili, che tormentano e turbano, si torna a parlare di giudizio ancora, anche visto con gli occhi dei più piccoli. Di bambine come Arianna e la sua amica della casa famiglia “Casa stella marina”. Quest’ultima, innanzitutto, può essere considerata una casa o è un semplice orfanotrofio? Lì la sua amica Silvia si sente una bimba cattiva perché ribelle e disobbediente e nessuno la vuole adottare. Arianna le dirà che, a volte, sono gli adulti ad essere cattivi perché ti lasciano sola, quando ti avevano promesso che ti sarebbero sempre stati affianco. Quindi, spesso, sì giudica – troppo semplicisticamente e avventatamente – classificando le persone in buone o cattive. Ma, come direbbe Vasco Rossi, “buoni o cattivi, non è la fine; prima c’è giusto o sbagliato da sopportare”. E forse non esiste neppure quello: non c’è una cosa giusta o sbagliata, da fare o non fare, una scelta corretta o meno da compiere o no, c’è soltanto da distinguere tra quello che ci si sente di fare o meno; col cuore. Senza pensarci troppo, razionalmente; ma spinti dalla forza delle emozioni. Anche perché, in fondo, non si è ribelli (un po’ come Arianna) senza motivo o per mera cattiveria; né, tanto meno, protestare e ribellarsi vuol dire essere cattivi appunto, con un giudizio che è meramente ed esclusivamente etico e basta. Nonostante, in mezzo a tutto il dolore e le vicissitudini provate da entrambe le famiglie (Macaluso e Vittori) possa comparire a pieno regime il connotato “cattivo”, “cattiveria”, legato anche alla rabbia e all’insofferenza che si prova per una situazione e circostanza al limite dell’assurdo, che ha preso i protagonisti completamente alla sprovvista, all’improvviso, senza neppure avere il tempo di pensare persino appunto.

Barbara Conti

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