lunedì, 26 Ottobre, 2020

Landini story

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Io li conoscevo bene, tutti. Di Landini sono stupito che abbia raggiunto il vertice della popolarità. A tal punto che in molti pensano a lui come al nuovo condottiero di una sinistra stile Tsipras. Vuol dire che l’amico Maurizio ha dimostrato di essere più bravo di quanto prevedessi. Landini era un operaio della Ceti, una cooperativa fallita e assorbita dall’Orion, poi fallita anch’essa. Il suo pedigree è quello tipico di un bravo sindacalista. Da operaio a delegato di fabbrica, a dirigente Fiom, fino alla segreteria provinciale della organizzazione. Il suo mentore era Gianni Rinaldini, fratello di Tiziano, il vero cervello dell’estrema sinistra Fgci, da dove poi si dipartiranno, alla fine degli anni sessanta, i vari Franceschini e Gallinari per fondare le Brigate rosse. Altri iniziarono con loro l’avventura brigatista ma si fermarono in tempo. Qualcuno dice che fu il partito a intervenire sulle famiglie per farli espatriare in Russia o in Cecoslovacchia almeno per un po’.

Ma il vate di tutto il gruppo era certo Claudio Sabattini, un bolognese che possedeva tra le altre una caratteristica. Siccome gli era stato amputato il dito indice, per via di un incidente domestico, parlava alzando il medio. I suoi seguaci lo imitavano facendo altrettanto. Li potevi riconoscere per questa inusuale caratteristica, come i giovani di One Way si potevano allora riconoscere a Reggio Emilia perché parlavano tutti con l’accento milanese come Don Giussani. Niente di male. Caratteristica dei seguaci è quella dell’imitazione del capo. Il gruppo Sabattini, Garibaldo, fratelli Rinaldini, Berselli, e poi altri, tra i quali Landini, contestava da sinistra tutto. Dal Pci, al Comune, alla Cgil. Tutto era sempre troppo moderato e di destra. Neppure Ingrao, il nostro Mao, appariva affidabile. Il loro credo era il crollo. Che prima o poi si sarebbe determinato nella società capitalistica. Ogni volta che una crisi si faceva viva loro si fregavano le mani. E pensavano: ci siamo. Così quest’ultima del 2008 li ha fatti ritornare giovani. Nella Cgil reggiana si è consumata in questi quarant’anni una lotta durissima tra questo gruppone e gli altri. E ancor oggi il segretario provinciale della Cgil fa rifermento a loro e non alla Camusso,

Loro hanno sempre sognato una rivoluzione particolare. Non certo di stampo sovietico, no. E forse neanche di stampo cinese. Una rivoluzione di stampo sabattinian-rinaldiniano. Perché sono sempre stati convinti che la lotta fosse in sé un fine e non un mezzo. Per poi portare il conflitto sempre a livelli più alti. Oddio, sto usando anch’io quel linguaggio, ma non me ne viene un altro. Tanto che Gianni Rinaldini viene definito da qualche suo avversario Gianni la Lotta. Si esaltano nelle piazze, nelle manifestazioni, nei confitti. Sono meno entusiasti se devono cedere ai compromessi e agli accordi. Durante l’occupazione della Fiat del 1980 erano in prima fila e non c’è un “giù le mani” che non abbiano proclamato. Giù le mani dalla scala mobile, giù le mani dalla Costituzione, giù le mani dall’articolo 18. Tutto deve rimanere ingessato fino al loro avvento.

Landini rappresenta, come anche Renzi, un prodotto essenzialmente massmediologico. Non è un caso che tra i due, forse più da parte di Renzi, pareva essere sbocciato un feeling. Non c’è salotto televisivo a cui Landini non venga invitato. Perché se c’è una cosa oggi apprezzata in tivù è l’urlo, più del ragionamento. E Landini, quando parla, s’infervora anche quando gli offrono il caffè e alza sempre il tono della voce. Così chi voleva cambiare il mondo e fare la rivoluzione si trova oggi alle prese col grande paradosso. Utilizza il nuovo prodotto della società dell’informazione per diventare Maurizio Landini, il nuovo Tsipras. Dal porta a porta di una volta al Porta a Porta di Vespa c’è qualche differenza…

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