domenica, 7 Giugno, 2020

L’antipatico, la storia non agiografica della guerra di Craxi

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Come per tutti i personaggi di rilievo, non esistono vie di mezzo nel giudicarli, si finisce o per amarli o per odiarli. Tutti i grandi leader, nel bene o nel male, devono pagare dazio sul loro aspetto, vizi e tic. Lo stesso è avvenuto con Bettino Craxi, personalità rilevante, che però è stata screditata fino alla damnatio memoriae.
Claudio Martelli, suo amico ed ex Guardasigilli, parte da questo interrogativo, dal perché di un accanimento tanto feroce verso un uomo che come altri aveva pregi e difetti, ma contro cui la stampa e l’opinione pubblica si scagliò con un odio e risentimento che non erano stati riservati nemmeno a un dittatore come Benito Mussolini. Al quale peraltro, lui ‘difensore dei lavoratori’ venne ingiustamente paragonato.
La sua fisicità non lo aiutò in questo. “Claudio io nemmeno me ne accorgo, ma certe volte senza volere urto, schiaccio qualcuno e quando me ne rendo conto è tardi, e il male è fatto” (pag.20).
Il libro del socialista Martelli ‘L’antipatico. Bettino Craxi e la grande coalizione’ edito da La Nave di Teseo, non vuole essere l’ennesima agiografia post mortem del leader socialista il cui ventennale dalla morte ricade proprio quest’anno, ne renderlo vittima di una storia caotica, ma molto diligentemente prova a fare l’analisi dei punti che portarono alla prima vera rottura della politica in Italia.

Una politica in cui i giochi erano stabiliti e ognuno doveva recitare il suo ruolo, Craxi intuisce che è il momento di ridare forma alla politica come guerra, dove non ci sono regole, ma battaglie. E come tali portano a schieramenti, logoramenti, rotture, delazioni e a errori di valutazione.
“In questo risiede realmente la politica, nel raggruppare gli uomini distinguendoli in amici e nemici. [ …] Ciò non significa che la politica finisca sempre in una guerra tra stati o in una guerra civile. Al contrario lo scopo della politica è di sostituire alla guerra combattuta con la potenza di armi cruente, la potenza della parola, delle armi diplomatiche e delle arti dialettiche. Nella lingua greca in cui per la prima volta questi concetti sono stati forgiati, la parola ‘politica’, politeia, ha la stessa radice, lo stesso etimo di polemos, cioè ‘guerra’” (pag.120).

Craxi però non è ingenuo, ha studiato, si è preparato da anni alla guerra, contro ogni dittatura e pensiero unico, e sa che se perderà, non ci saranno prigionieri e verrà fatto a pezzi: politicamente, ma anche umanamente. Non esistono infatti un Craxi privato che si possa scindere da un Craxi politico, come spesso è avvenuto con altri personaggi in vista, da uomo che aveva sposato la politica e la causa socialista. La guerra di Bettino Craxi per la causa socialista è quindi una guerra personale.
“Poiché era tutto politico, per vocazione e per professione, una volta che si era assegnato una missione la perseguiva assumendosi la responsabilità degli atti e delle parole, senza temere né di macchiarsi di una colpa, né di affrontare l’odio. La colpa e l’odio sono inseparabili compagni dell’uomo politico come lo sono l’amicizia e la lotta. Non si può diventare capi senza fare dei torti e senza macchiarsi di una colpa. Si comincia pensando di far male solo ai nemici atavici e agli avversari di turno, eventualmente ai loro amici e alleati e, non di rado, succede che lo si faccia pure ai propri amici e alleati. Talvolta persino a se stessi”. (pa.95).

Le battaglie di Craxi iniziano da lontano, dalle basi di un socialismo che guardava a Marx ma che si riguardava bene dai marxisti, che puntò poi a lottare e a riguardarsi dai massimalisti, ai quali non riusciva a perdonare la sudditanza verso un Partito che marciava contro di loro, ma finì, cosa del tutto inaspettata, a fare davvero un Governo di sinistra e a indispettire punte dell’iceberg di lobby e poteri economici che da anni si spartivano ‘pezzi di Stato’ a prezzi stracciati. Martelli tira i fili di un intreccio di amicizie, interessi e personaggi come Cuccia e Beneduce, senza dimenticare Agnelli e De Benedetti e la stampa creata ad hoc per smantellare la casa socialista e il suo leader non solo dall’Esecutivo, ma dal Paese.

Craxi però riuscì a irritare anche a destabilizzare pregiudizi classici della destra e della sinistra del Paese rispolverando un socialismo tricolore messo in soffitta da tutta la sinistra italiana e sottraendo l’unico vessillo popolare in mano alle destre.
Il suo era amore e orgoglio per l’Italia e alcune sue critiche toccarono anche l’Unione monetaria europea. L’entrata in Europa a quelle condizioni sarebbe stata un disastro per Roma. “Senza una nuova trattativa e senza una definizione di nuove condizioni, l’Italia nella migliore delle ipotesi finirà in un limbo, ma nella peggiore andrà all’inferno”. (pag.202)

Non fu, come sarebbe logico credere, tra quelli che festeggiarono la caduta dell’Urss e l’avvento di Gorbachev. Era sì un sincero democratico e come tale fu felice della caduta del muro di Berlino, ma capì subito che un cambiamento tanto radicale alla lunga sarebbe stato un problema. “Gorbachev ma quale riformatore? Un pazzo! I riformatori procedono per gradi, con prudenza. Lui sta distruggendo un impero che è costato settant’anni di sacrifici. Mica si fa così: non si riforma così, così si sfascia tutto […] Lo giudicava come uno statista giudica un altro uomo di Stato”. (pag.161).
La morte (apparente) del comunismo in Europa, come si sa, portò solo in Italia alla distruzione del Partito socialista e alla riscossa degli ex Sovietici. “Allora avevamo una sola scelta: diventare noi il Partito socialista in Italia” [Massimo D’Alema, ndr] (pag.165).

Tra gli errori di Craxi ci fu proprio il suo gesto generoso, quello di chiedere l’ingresso dei PDS nell’Internazionale Socialista nel 1992. Ma non fu il solo errore. Già prima nel 1991, trascurò e prese sottogamba l’importanza del referendum promosso da Mariotto Segni che ne decretò la sconfitta politica.
“E’ molto difficile che un uomo politico sopravviva a una sconfitta referendaria. Essere smentiti e atterrati da un giudizio popolare diretto è una campana che suona come una condanna senza appello” (pag. 173).

La fine della storia di Craxi la conosciamo più o meno tutti, il principio quasi nessuno e il grande merito del politico Claudio Martelli è quello di raccontarcelo con un libro che ha il grande merito di non scadere in sofismi, esagerazioni o agiografie postume. Una bella storia raccontata da un amico.
“La storia di Craxi non è solo la storia di un leader politico e di un uomo di Stato. E’ la storia di un’idea, di una tradizione politica che comincia assai prima ma che con lui si rinnova e si amplia, superando gli antichi confini, esplorando nuovi orizzonti”. (pag.215).
Un amico che non si rassegna alle calunnie e che continua a difendere la sua storia e le sue battaglie.

Maria Teresa Olivieri

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Riguardo l'Autore

Scrivo al volo, penso con la mano sinistra, leggo da ogni angolazione, cerco connessioni

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