domenica, 17 Novembre, 2019

Larry Summers e il rischio di una stagnazione secolare

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Nel 2013, in occasione dell’annuale “Conferenza di Ricerca” del Fondo Monetario Internazionale sul tema “Crises: Yesterday and Today”, Larry Summers (affermato economista di Harvard, già ex consulente della Banca Mondiale e delle amministrazioni Clinton e Obama, ex Segretario al Tesoro ed ex Direttore del National Economic Council degli Stati Uniti) ha svolto un intervento che, a parere di Fabio Meneghini (curatore del volume “la Stagnazione secolare. Ipotesi a confronto”) ha scatenato “commenti e discussioni tuttora di grande attualità. Tanto che oggi la conferenza è divenuta una sorta di punto di riferimento circa l’interpretazione degli ultimi dieci anni di recessione economica mondiale”.

Come ricercatore, Summers (nipote di due famosi Premi Nobel: Paul Samuelson, per parte paterna, e Kenneth Arrow, per parte materna) si è interessato di diverse aree di studio, tra le quali quella dell’economia del lavoro; proprio in quest’area di ricerca, Summers ha elaborato, assieme ad Olivier Blanchard, la “Teoria dell’isteresi”, nell’abito della nuova macroeconomia keynesiana. L’isteresi (termine mutuato dalla fisica per indicare la persistenza degli effetti di alcuni eventi anche dopo la rimozione della loro causa) viene applicata in economia al fenomeno della disoccupazione, per la spiegazione delle difficoltà che si oppongono alla sua soluzione, anche dopo la cessazione dello shock che ne ha causato la sua manifestazione.
La teoria dell’isteresi ed i modelli da essa derivati sono stati utilizzati, ad esempio, per spiegare la persistenza del tasso di disoccupazione in molti Paesi europei: per descrivere, negli anni Settanta 1970, come gli effetti di shock inattesi, quali le crisi petrolifere, avessero causato un incremento irreversibile dei tassi di disoccupazione e all’inizio degli anni Ottanta per descrivere come gli effetti di analoghi shock, questa volta di origine monetaria, avessero favorito ulteriori incrementi del tasso di disoccupazione. In questi casi, la teoria dell’isteresi ha fornito la possibile spiegazione dell’asimmetria degli effetti degli shock, legata al fatto che il tasso di disoccupazione, dopo essere cresciuto al primo impatto degli shock avversi, non si è ridotto della stessa misura in presenza di fasi espansive del ciclo economico.
Summers, avvalendosi della teoria dell’isteresi, ha avanzato l’ipotesi che l’incapacità del tasso di disoccupazione di tornare alla posizione iniziale, dopo la fese acuta della Grande recessione del 2007-2008, giustificasse la rievocazione di un “male antico” dei sistemi economici capitalistici, ovvero la rievocazione – afferma Meneghini – dello “spettro di un’era prolungata di sviluppo economico bloccato”, per via della propensione dei moderni sistemi economici ad avviarsi verso una “stagnazione secolare”.
Questo spettro è stato evocato per la prima volta nel 1938 dall’economista americano Halvin Hansen, uno dei più importanti studiosi della teoria keynesiana. Hansen, sull’onda della situazione di crisi nella quale era caduto il capitalismo mondiale dopo lo scoppio della Grande Depressione del 1929-1932, sosteneva che per tornare al pieno impiego della forza lavoro, caduta disoccupata dopo lo scoppio della crisi, fossero necessari forti incentivi agli investimenti privati. Poiché nella situazione allora prevalete non vi era la possibilità di istituzionalizzare un set di incentivi in grado di rilanciare la domanda di investimenti (per portare fuori dalla crisi i sistemi economici che ne erano stati colpiti) egli ha avanzato l’ipotesi che tali sistemi fossero “condannati” a subire gli esiti di una stagnazione secolare.

Tra le diverse cause che impedivano ai sistemi economici di uscire dal “tunnel della crisi”, Hansen assegnava un ruolo particolare al “drammatico declino del tasso di crescita della popolazione degli anni Trenta del secolo scorso”; in ciò egli si rifaceva a quanto Adam Smith aveva affermato, riguardo alla natura dell’aumento della popolazione come fattore decisivo dello sviluppo economico. La crescente divisione del lavoro, sosteneva Smith, avrebbe comportato una più elevata produttività e quindi maggiore produzione dei ricchezza. Questa avrebbe incoraggiato maggiori investimenti e una maggior domanda di forza lavoro, nonché un aumento del monte salari; fatti, questi, che avrebbero inevitabilmente concorso a creare le condiziono economiche favorevoli alla crescita della popolazione che, a sua volta, avrebbe agito da stimolo a migliorare la produttività delle attività economiche. Questo circolo virtuoso, secondo Hansen, negli anni Trenta si era interrotto, per cui era stato inevitabile che la disoccupazione aumentasse secondo ritmi che sono valsi ad interrompere lo sviluppo economico e la crescita della popolazione.

Oltre all’aumento della popolazione, Hansen individuava, tra gli elementi che concorrevano ad alimentare il motore delle crescita e dello sviluppo, le nuove invenzioni e il progresso tecnologico. Al riguardo, egli osservava che, mentre le invenzioni mediche del XIX secolo avevano determinato una riduzione della mortalità, rappresentando esse una delle maggiori cause del forte sviluppo della popolazione nel corso del XIX secolo, non esistevano nel XX secolo possibili miglioramenti delle stesse invenzioni mediche che compensassero gli effetti del prevalente basso tasso di natalità. Da ciò conseguiva, secondo il keynesiano americano, che in futuro solo il progresso tecnologico avrebbe potuto determinare un aumento del volume degli investimenti, avendo gli altri fattori della crescita economica (aumento della popolazione e invenzioni) esaurito il loro ruolo.
In questa sua visione dello sviluppo, Hansen, per via del suo convincimento dell’impossibilità di creare, all’interno dei sistemi economici in crisi, incentivi in grado di rilanciare la domanda di investimenti, manifestava anche dubbi sulla possibilità che politiche monetarie e fiscali adeguate consentissero di formulare soluzioni ad hoc, per portare le economie bloccate fuori dalla stagnazione secolare. Nel complesso, però, le ipotesi espresse da Hansen negli anni Trenta sono state successivamente smentite dai fatti, in quanto negli stessi anni Trenta si sono verificati notevoli passi in avanti sul piano del progresso tecnologico (e, a volte, anche sul piano dell’attività inventiva) che hanno potuto dispiegare il loro effetto solo nel decennio successivo e soprattutto dopo la fine del secondo conflitto mondiale.
Tuttavia, sottolinea Meneghini, “sono senza dubbio impressionanti le somiglianze” tra la descrizione di quanto è accaduto in occasione della Grande Depressione del 1929-1932 da parte di Hansen e quanto sta attualmente accadendo all’economia mondiale, dopo lo scoppio della Grande Recessione nel 2007-2008. Perciò – continua Meneghini -, non è da ritenersi strano che Summers, nel suo intervento alla Conferenza del FMI del 2013, abbia fatto riferimento al concetto di stagnazione secolare, per valutare e discutere la validità dei presupposti sui quali sono basate le misure di politica economica e finanziaria adottate per contrastarla.

Poiché Summers si trova oggi nelle stesse condizioni in cui si trovava Hansen negli anni Trenta (ovvero all’interno di un periodo temporalmente limitato), è stato inevitabile che la sua ipotesi sulla la natura irreversibile della disoccupazione originata dalla Grande Recessione sia stata accolta o respinta da altri economisti, per via del fatto che i trend cui Summers (come era accaduto ad Hansen) fa riferimento – circa il destino futuro dei sistemi economici capitalistici – concernono una prospettiva temporale troppo breve, tale da rendere impossibile una loro valida conferma.
Summers, infatti, come Hansen, cita a sostegno delle sue argomentazioni il rallentamento della crescita della popolazione, associato a una diminuzione degli investimenti e ad un aumento della propensione al risparmio. Queste tendenze giustificano la diminuzione del rapporto occupati/popolazione e la ridistribuzione, da un lato, del prodotto sociale a favore del capitale e a danno della forza lavoro, e dall’altro lato, della ricchezza a danno dei meno ricchi; una ridistribuzione che ha causato un aumento della propensione media al risparmio.
Se queste tendenze sono vere – afferma Summers nell’articolo “Riflessioni sull’ipotesi della nuova stagnazione secolare” (pubblicato nel volume curato da Meneghini) – indicano “che la politica monetaria nella sua struttura operativa attuale, può avere difficoltà a mantenere una condizione di piena occupazione e di produzione ai livelli potenziali”, e se questi obiettivi fossero raggiunti diverrebbe probabile il rischio di un’instabilità finanziaria”. Alvin Hansen – continua Summers – ha formulato “il rischio della stagnazione secolare alla fine degli anni Trenta, appena in tempo per constatare la grande espansione dell’economia durante e dopo la Seconda guerra mondiale”. E’ sicuramente possibile – osserva Summers – che qualche grande shock esogeno possa abbattersi sull’andamento dell’economia mondiale; uno shock di una intensità tale da determinare un aumento della spesa e una diminuzione della propensione al risparmio, in modo da spingere le banche centrali ad abbassare il “tasso d’interesse reale di pieno impiego” sino ad un livello in corrispondenza del quale il volume complessivo degli investimenti risulti compatibile con il pieno impiego della forza lavoro.
A meno dello scoppio di un’altra guerra mondiale, però – prosegue Summers – non è evidente in cosa possa consistere lo shock esogeno necessario per determinare la ripresa degli investimenti e la diminuzione della disoccupazione; ragione, questa, che giustifica l’ipotesi, considerati i trend in atto, che la politica monetaria nella sua struttura operativa attuale risulti inadeguata, rispetto agli obiettivi della ripresa degli investimenti e della piena occupazione.

Nella misura in cui la stagnazione secolare continuerà a rappresentare un problema – conclude Summers – esistono due strategie per contenerne gli effetti negativi. La prima consiste nel cercare i modi e le forme con cui ridurre il “tasso d’interesse reale di pieno impiego”, attraverso una sostenuta inflazione, oppure attraverso il ricorso a “facilitazioni quantitative” (quantitative easing); si tratterebbe, però, di una strategia che, pur consentendo di determinare un aumento dei livelli produttivi ed occupazionali, esporrebbe il sistema economico al rischio di una costante instabilità finanziaria, che a sua volta potrebbe avere conseguenze sulla ripresa degli investimenti e della produzione.
La seconda strategia per contrastare gli effetti della stagnazione secolare consiste nell’elevare la domanda globale del sistema economico, attraverso investimenti crescenti e riduzione dei risparmi accumulati, allo scopo di consentire, in condizioni di stabilità finanziaria, una diminuzione appropriata del “tasso d’interesse reale di pieno impiego” per promuovere più alti tassi di occupazione. Per avere successo, questa strategia dovrebbe includere “accresciuti investimenti pubblici, riduzioni nella barriere strutturali agli investimenti privati e misure per promuovere la fiducia nelle imprese, un impegno a mantenere le protezioni sociali fondamentali in modo tale da difendere il potere di spesa, nonché misure per ridurre l’ineguaglianza e in tal modo ridistribuire i redditi verso coloro che hanno una maggior propensione alla spesa”.

L’ipotesi di Summers sulle cause della stagnazione secolare e l’affermazione dell’inadeguatezza delle politiche monetarie attuate dai Paesi colpiti dalla Grande Recessione scoppiata nel 2007-2008, per quanto non universalmente condivise e ancora oggetto di approfondimenti, godono però del supporto di importanti economisti, quali Paul Krugman e Joseph Stiglitz; questi ultimi, negli anni più difficili della crisi, sono stati costantemente impegnati a denunciare che le politiche monetarie attuate avrebbero dovuto essere orientate in tutt’altra direzione rispetto a quella privilegiata; nella direzione suggerita appunto da Summers. Con riferimento all’Italia, le politiche oste in essere dalle attuali forze politiche al governo del Paese non sembrano essersi allontanate in modo radicale da quelle del passato. Soprattutto, esse non sembrano informate alla seconda delle strategie suggerite da Summers; cioè a quella che prevede misure per ridurre l’ineguaglianza distributiva in termini di prodotto sociale e di ricchezza accumulata a favore di coloro che hanno una maggior propensione alla spesa. Condizione ineludibile questa, se si vorrà realmente riportare l’Italia sulla via della crescita e di una giustizia sociale idonea a contrastare il calo della domanda complessiva e quello del tasso di natalità.

Gianfranco Sabattini

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