martedì, 22 Gennaio, 2019

L’attacco mondiale alla democrazia

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Dichiareremo guerra alla Francia? E magari anche alla perfida Albione? Chi lo sa. Non sarebbe la prima volta anche se quell’altra ci andò male e la previsione di sedere al banchetto dei vincitori non si avverò. Oggi non siamo nel giugno del 1940, ma le dichiarazioni di aperta ostilità alla Francia unite al sostegno, anche attraverso la piattaforma Rousseau del clan Casaleggio, alla rivolta dei gilets jaunes, oggi tutt’altro che pacifica, é un atto di ostilità e di insubordinazione al rispetto delle autonomie nazionali senza precedenti. Bisogna tornare appunto alla fase pre bellica o alle relazioni tra stati occidentali e orientali prima della caduta del muro di Berlino, peraltro sviluppate più attraverso iniziative sotterranee e di partito, magari perpetrate con incursioni di servizi, che non apertamente gestite da istituzioni nazionali.

A questo siamo giunti nell’epoca del paradosso, che inizia però ad assumere i caratteri di una vera svolta internazionale per colpire al cuore la democrazia liberale, così come l’abbiamo costruita e difesa. Diamo uno sguardo fuori di noi senza eccedere nella retorica. Le elezioni europee sono alle porte e saranno le più importanti dal 1979. Si deciderà se il processo di integrazione, per quanto contraddittorio e insufficiente, potrà proseguire o meno. Nel tessuto europeo, da un lato, sono evidenti le tendenze illiberali di governi quali quello ungherese (Orban ha definito la sua proprio “una democrazia illiberale”), ceco, slovacco e polacco, uniti nel cosiddetto patto di Visegrad, e a costoro dobbiamo purtroppo aggiungere anche il governo italiano, dall’altro si rafforzano movimenti e partiti xenofobi, anti europei, che mettono sotto processo le istituzioni, in Francia, in Germania, altrove.

La storia si é capovolta. In Cina il Partito comunista, attraverso la sua dittatura, ha costruito un sistema capitalistico senza regole, che ha portato allo sviluppo economico più consistente del mondo intero. A tal punto che la Cina non è vicina per via della sua vecchia rivoluzione, ma per i suoi massicci investimenti nel mondo intero, soprattutto nella sfera occidentale, dove ha piegato l’America a casa sua, divenendone proprietaria, la maggiore, del suo debito. In Usa la tendenza, non dico a copiare il modello cinese, ma quanto meno a mettere in discussione molte certezze democratiche, è assai presente nella politica di Trump. Sono di oggi le accuse dei democratici di voler svilire il parlamento con quella sua prassi del fatto compiuto. Dall’altra parte come definire la democrazia russa negli anni di Putin? Con quale aggettivo qualificarla se non con lo stesso usato perfino con orgoglio dal leader ungherese?

L’Italia non é dunque un’anomalia. Tendenze illiberali emergono quasi ovunque. E nei tre paesi più importanti del mondo si sperimentano, da tempi relativamente recenti, modelli di stato che vanno dall’assolutismo al populismo extra istituzionale, quello stesso che con ancora più rude energia proclama il nuovo presidente brasiliano Bolsonaro, che rimpiange addirittura il tempo della dittatura militare. In tutti questi paesi, compresa ormai l’Italia, ci sono denominatori comuni: la contestazione della democrazia rappresentativa (pensiamo da noi alla proposta del referendum propositivo senza quorum e alle tante dichiarazioni contro il Parlamento dei Cinque stelle), la cancellazione della storia (sono recenti i casi Palach e Nagy dei quali ho trattato in altro editoriale, mentre in Italia come negli Usa si manifesta il fenomeno dell’autoesaltazione del presente dimenticando il passato, anche quello democratico di De Gasperi, Craxi, per non parlare dei poveri Renzi e Gentiloni, da un lato, e di Kennedy e Obama dall’altro), una repulsione per i diversi, siano essi i migranti, gli omosessuali, gli zingari, i messicani. Non ho bisogno di citare su questo quel che unisce costoro perché mi pare evidente. E infine emerge una certa insofferenza verso le minoranze politiche, che prende forma, ad esempio in Italia, con l’idea che chi ha il 51 per cento debba prendersi tutto e che la democrazia sia una sorta di dominio e non un equilibrato rapporto di pesi e contrappesi. La democrazia trasformata in dittatura della maggioranza. Una democrazia putiniana.

Noi non dichiareremo guerra alla Francia, ma il rischio é che tra poco sarà la Francia e la sua democrazia ad avere bisogno di aiuto. I paesi dotati di democrazie liberali rischiano di assottigliarsi e noi non ce ne stiamo accorgendo. Se oggi si potesse fare un baratto tra un maggiore progresso economico e una minore democrazia, il risultato sarebbe segnato in un referendum anche senza bisogno di modificarne la soglia. Con tutte le insufficienze, i limiti, i bisogni di introdurre novità e anche qualche correzione verso una più ampia democrazia diretta, oggi possibile grazie alla rivoluzione tecnologica, pensiamo che la democrazia e le sue istituzioni fondamentali, quelle per le quali sono state combattute guerre e rivoluzioni, a difesa delle quali sono state consumate vite, vadano difese o no?

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Mauro Del Bue

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