mercoledì, 18 Settembre, 2019

L’autunno di liberal democrazia e socialismo liberale

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C’è un problema epocale come quello delle migrazioni dal continente africano che sono destinate a durare a lungo. L’Unione europea continua ad ignorarlo, trasformandolo in un onere quasi esclusivamente per l’Italia. Il nostro ministro dell’Interno e il (brutto) governo di cui fa parte si pasce a muso duro di una ricetta tipica dell’estrema destra: quella di affidarlo a una più aspra legislazione repressiva, cioè ridurlo ad una questione di ordine pubblico alimentando irresponsabilmente la xenofobia.

Una volta messo da parte come un sussulto razzista e fascistoide quello della Lega, bisogna dire che non è facile neanche per i partiti e i governi socialdemocratici trovare una soluzione allo spostamento in Europa (in direzione prevalentemente della Germania e dell’Italia) di milioni di persone dall’Africa sub-sahariana.
La domanda che è tornata in primo piano è quella di un filosofo come Karl Popper: “In che modo possiamo organizzare le istituzioni politiche affinché i governanti cattivi o incompetenti, che dovremmo evitare di procurarci, ma, che in ogni caso è così facile ottenere, non possano fare troppo danno?”

Popper scriveva nel 1948. Non poteva immaginare che negli ultimi decenni del Novecento sia regimi di destra (come Grecia, Portogallo e Spagna) sia regimi di sinistra (come quelli comunisti dell’Europa orientale) si sarebbero liberati delle rispettive dittature, dando vita a sistemi di governo liberali, e senza spargimento di sangue. Né si poteva pensare che dalla Spagna (il paese più politicamente instabile ) sarebbe venuta la smentita del teorema secondo cui la crescita economica presuppone la stabilità politica.
Non si può certamente dire che questa democratizzazione dei regimi liberali sia avvenuta ad opera di un meccanismo istituzionale, come le elezioni (cioè per i limiti impostosi dallo Stato).

In realtà, è avvenuta per la forza dirompente irresistibile di un altro elemento che fa parte del modello di Stato di diritto da Popper valorizzato. Si tratta della separazione dagli apparati istituzionali della società civile e dei singoli cittadini che la compongono.
Questo è un principio-cardine del pensiero liberale teorizzato nel 1690 da John Locke nel saggio intitolato “Secondo Trattato sul governo”.
Scritto subito dopo la rivoluzione inglese del 1688, Locke sosteneva: ”Il potere legislativo… ha il diritto di regolare come la forza della società politica debba essere impiegata per la conservazione della comunità e dei membri di essa”.

Fino alla prima guerra mondiale il liberalismo si occupò di aumentare la sfera dei diritti individuali, e di garantirli contro la tendenza dello Stato a limitarli. Non dedicò, invece, eguale interesse alla sfera della giustizia, cioè ad aumentare l’eguaglianza tra i cittadini e in generale gli esseri umani. I grandi spostamenti di intere popolazioni dall’Africa all’Europa hanno aggravato (alimentando un’impressionante guerra tra poveri) e dato una dimensione continentale al problema.
Fu proprio l’esigenza dell’eguaglianza tra i cittadini, come dimostrerà la rivoluzione bolscevica in Russia, ad entrare in corto circuito proprio con i principi di libertà (di stampa, di organizzazione, di critica ecc. ).
La tradizione politica comunista non ammetterà compromessi e sarà, quindi, un feroce e inesauribile censore del liberalismo.
Chi, invece, tra le due guerre verrà a patti con esso, trovando un punto d’incontro, saranno le forze politiche di sinistra. Nasceranno così prima la liberal-democrazia e subito dopo il socialismo liberale.

Ma questa contaminazione tra le idee dei filosofi (per lo più scozzesi del XVII secolo), degli illuministi francesi e dei riformatori italiani (da Beccaria a Catta neo fino a Salvemini, ai fratelli Rosselli ecc.) non fu facile, e mai scontata.

Consentimi, caro direttore, di ricordare un episodio su cui non si è fatta ancora luce. In un saggio molto bello (Uscita di sicurezza. Sergio Bertelli nella crisi comunista del 1956, pubblicato nel volume che raccoglie gli atti del convegno in memoria dello studioso a lungo comunista, Itinerari di ricerca di uno storico del ’900) un docente universitario come Roberto Pertici ha evocato un episodio del 1956.Quando gli intellettuali anti-stalinisti del Pci si rivolsero al Psi per cercare di far ospitare il loro manifesto di critica all’aggressione sovietica a Budapest e al sostegno dato ad essa da uno stalinista cinico (tanto intelligente quanto impenitente) come Togliatti, si trovarono le porte chiuse.

Dunque, il gruppo dirigente socialista in quell’occasione drammatica tra l’opzione per la libertà di critica dentro il Pci e contro la sovietizzazione della sua leadership manifestata da 101 intellettuali scelse di stare dalla parte dell’establishment stalinista guidato dal Migliore.
Siamo in presenza di una vicenda che è una cartina di tornasole. Voglio dire che non si può spiegare solo con i finanziamenti che il Kgb, per conto di Stalin, fece a lungo traghettare nelle casse anche del Psi oltreché (e più a lungo) del Pci.
La resistenza del Psi a schierarsi con l’opposizione antitogliattiana ebbe anche un segno culturale-ideologico ancora da approfondire.
Nel dibattito sull’Avanti!, che il direttore, Mauro Del Bue, ha aperto con Enrico Pedrelli, la grande tradizione liberale è tornata in primo piano. Mi pare anzi cruciale, per cercare di capire il mondo che stiamo vivendo e lo stesso futuro (centrato sul ruolo egemonico della Cina, dell’Africa e dell’America latina).
Ad approfondirla, offrendo ai lettori i termini essenziali e l’itinerario storico, è un editore ed esperto di tecnologie editoriali non rassegnato a rinunciare alla sua originaria vena di studioso di storia, Mario Mancini.

Dopo un saggio sulla politica estera delle socialdemocrazie negli anni Trenta, ha ora redatto, pur nei limiti di una sintesi, una succosa ed esauriente silloge delle origini e delle crisi del liberalismo.
Il saggio si intitola L’autunno della liberal democrazia. La narrazione liberale da Stuart Mills all’Economist, e si avvale di un’introduzione puntuale e di grande leggibilità di un professore universitario come Girolamo Cotroneo.

Nelle pagine precedenti mi sono servito delle attente analisi sia sue sia di Mancini. Confesso qualche perplessità di fronte alla decisione di Cotroneo di sostituire, nella riconsiderazione critica della polemica con Benedetto Croce su liberalismo e liberismo, il grande Luigi Einaudi con un intellettuale napoletano di grande signorilità come Vittorio De Caprariis.
Il volume appena in stampa è pubblicato dalla casa editrice che a Firenze Mancini ha contribuito a fondare e a dirigere, Goware.
Mi pare doveroso consigliarne la lettura a chiunque, non importa se di destra o si sinistra, si occupa di politica e voglia capire il nuovo volto, i protagonisti sociali e le idee che negli ultimi decenni ne dominano il campo.
Insieme ad alcuni classici del pensiero liberale vi troverà l’itinerario del migliore (non solo in Europa) settimanale che le abbia assunte (e ancora oggi le porta avanti), l’inglese The Economist. Una lente di straordinaria forza analitica.

Salvatore Sechi

 

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