venerdì, 30 Ottobre, 2020

L’avviso di Bonomi: rischio di una crisi irreversibile

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Il presidente della Confindustria, Carlo Bonomi, ha rilasciato un’intervista pubblicata oggi dal quotidiano ‘La Stampa’. Bonomi ha detto: “Quelli che l’Italia sta vivendo sono giorni decisivi: o tra Governo e parti sociali ci confrontiamo, ci ascoltiamo e lavoriamo tutti uniti a un grande patto oppure entriamo in una crisi drammatica, dalla quale rischiamo di non uscire più”.
Accuse serie e fondate in cui il Presidente di Confindustria ha affermato: “Mi aspettavo un agosto completamente diverso. Invece, è tutto fermo. A partire dal piano per le riforme Ue ai progetti sanitari per attivare il prestito del Mes. Sono fermi anche 400 decreti attuativi”.
Poi ha aggiunto: “In compenso sulla scuola non si capisce nulla, non sappiamo se ripartirà e abbiamo sprecato tre settimane a discutere di banchi a rotelle”.
In sintesi, Bonomi ha concluso: “L’esecutivo non è in grado di ristabilire la fiducia. Insomma, la politica fa peggio del Covid. Lo ridirei anche oggi”.
Il presidente di Confindustria ha anche lamentato: “Un radicato pregiudizio ideologico e anti-industriale: quando abbiamo ricevuto minacce di morte e lettere con proiettili non si è alzata una sola voce per esprimerci solidarietà”.

Bonomi ha anche aggiunto: “Nel decreto agosto c’è un timido segnale, ma non è quello che serve al Paese, capisco Gualtieri che predica ottimismo, ma non è così che si raggiunge l’obiettivo. E’ proprio la fiducia che manca e la prova è nel boom dei depositi bancari: la gente non si fida, per questo non muove i soldi dal conto corrente. Se vuoi lanciare un’operazione fiducia lo devi fare con chiarezza e trasparenza. Qui mancano sia l’una che l’altra”.
Secondo Bonomi a dirlo sono i fatti: “Cento miliardi impegnati nei decreti incluso il decreto agosto. Tanti soldi, in effetti, la metà degli aiuti previsti dal recovery fund. Peccato però che siano quasi tutti bonus a pioggia. Le esperienze del passato dimostrano che misure del genere danno sempre risultato zero”.

Le accuse del presidente dell’associazione di viale dell’Astronomia sono proseguite: “Il 16 luglio la nostra proposta su come riformare ammortizzatori sociali e politiche attive del lavoro: nessuna risposta. Abbiamo presentato le nostre idee su Italia 2020/2030, consegnando al Governo un documento completo: nessuna risposta. Abbiamo più volte detto che sul fisco serve una riforma organica per le persone fisiche e per le imprese, chiedendo un sistema tributario che sia leva per la competitività e non strumento punitivo per fare cassa: nessuna risposta. Senza un intervento del Governo sul lavoro rischiamo una gigantesca macelleria sociale”.

 

Il presidente di Confindustria, però, ha ribadito il no delle imprese al blocco dei licenziamenti sottolineando: “Noi abbiamo detto che nella prima fase dell’emergenza l’allargamento della Cig e il blocco dei licenziamenti erano interventi giusti, ma abbiamo aggiunto che contestualmente dobbiamo ragionare tutti insieme su una graduale exit strategy dall’economia assistita e su un nuovo sistema di protezione sociale. Per questo mi aspettavo una reazione immediata e positiva alla nostra proposta da parte del Governo e dei sindacati. Ma purtroppo non c’è stata”.

 

Secondo Bonomi sono a rischio moltissimi posti di lavoro: “Temo di sì. Un milione di posti di lavoro bruciati resta un numero purtroppo molto credibile. Il Governo non ha una visione sul dopo, la riorganizzazione delle filiere del valore non c’è stata, il mercato è pietrificato. Il rischio di un’emorragia è serio. Tutto questo si può arginare ridisegnando il sistema della protezione sociale, come noi abbiamo chiesto ai primi di luglio, ma adesso è più difficile, perché si è perso tempo prezioso”.

A Cgil, Cisl e Uil che accusano Confindustria di non voler rinnovare i contratti, Bonomi ha risposto: “Siamo i primi a volerli rinnovare. E chi ci accusa del contrario è un bugiardo. Ma noi chiediamo che chi sottoscrive i patti poi si impegni a rispettarli. Questo non sta avvenendo rispetto alle firme sindacali, al patto interconfederale del 2018, in cui insieme fissammo sia criteri di rappresentanza che il principio di contratti di produttività. Noi vogliamo rinnovi contrattuali agganciati agli aumenti di produttività. E vogliamo dare più soldi ai lavoratori per welfare aziendale, previdenza integrativa, formazione e assegni di ricollocazione. Ai lavoratori, non alle casse sindacali. Come ci viene invece chiesto, per esempio, nel contratto degli alimentari. Serve dire la verità, questi sono i punti del dissenso, non che non vogliamo i contratti. Chi ci accusa del contrario cerca lo scontro”.

 

Toccando il tema della Cassa integrazione ha precisato: “Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha parlato di 234mila imprese che hanno preso la Cig senza averne diritto. Bene, anzi male. A quel punto abbiamo chiesto: quante sono le imprese che avete denunciato? Silenzio. Quante sono, almeno per categoria? Silenzio. Quali sono le imprese che hanno riaperto per prendere la Cig o che l’hanno presa pur avendo lavoratori in nero? Silenzio. Ho il diritto di sapere, perché se ho queste informazioni io, quelle imprese saranno messe fuori da Confindustria con effetto immediato. Ma finora il signor Tridico non me le ha fornite. Se queste imprese hanno veramente violato la legge o il criterio del fatturato non era un parametro previsto per richiedere la Cig? Mi viene qualche dubbio. Tridico vuole forse screditare l’industria? E per conto di chi? Ecco, questa è l’Italia che non vogliamo, pervasa da un sentimento anti-industriale”.

Mario Draghi, pochi giorni fa, intervenendo al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, ha manifestato preoccupazione sull’azione del Governo, soprattutto per il futuro dei giovani e delle generazioni future.

 

PierPaolo Bombardieri, Segretario Generale UIL, in merito alle affermazioni di Bonomi, ha dichiarato: “Apprendiamo con favore che anche il Presidente di Confindustria è propenso a un Patto per il Paese: noi lo proponiamo da mesi. Il problema, come sempre, è nei contenuti. Noi pensiamo che occorra valorizzare il lavoro di chi, con la propria attività quotidiana, nonostante le eccezionali difficoltà, ha mantenuto a galla il sistema delle imprese, dei servizi e della pubblicità amministrazione. Cominciamo, dunque, dal rinnovo dei contratti per milioni di lavoratrici e di lavoratori. Ce ne sono tanti che aspettano di vedere riconosciuto questo loro diritto da anni. Anche da lì parte il rilancio del Paese che ha, ovviamente, bisogno di investimenti in infrastrutture, reti, istruzione, sanità, pubblico impiego. Servono, inoltre, una politica industriale lungimirante e una riforma fiscale che redistribuisca il carico, oggi, troppo sbilanciato a danno dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. E, ancora, occorre maggiore attenzione al Sud e più impegno per le donne, i giovani e per ridurre le diseguaglianze. Nessuno deve restare indietro, perché c’è sviluppo vero e duraturo se riguarda tutti. Oggi, invece, regna grande incertezza sul futuro e questo può alimentare lo scontro sociale. Solo un dialogo costruttivo che conduca a decisione giuste ed economicamente efficaci può scongiurare questo rischio”.

Esistono, dunque problematiche di merito tra le parti sociali. Ma questa non è una novità. Quello che manca oggi è il ruolo di mediazione del Governo che manifesta la propria inadeguatezza a gestire i problemi del Paese e la crisi attuale senza una visione di lungo periodo. Inoltre, si avverte ancora il peso di una cultura post-comunista legata alla contrapposizione classista, logiche non più rispondenti alle società moderne nell’era dell’informatica. Anche da parte del sindacato, tenuto conto delle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro, andrebbe ricercata una nuova dialettica sui rapporti con la controparte datoriale, mantenendo il proprio ruolo a difesa della dignità e dei diritti dei lavoratori.
Il tal senso, sono ormai maturi i tempi per fare un importante passo avanti verso l’attuazione dell’articolo 46 della Costituzione, aprendo una fase nuova nelle relazioni industriali.
Questo argomento trascurato da troppo tempo, oggi è diventato sempre più necessario per instaurare una nuova dialettica tra le parti sociali volta a dare al Paese una struttura più agevole per il superamento delle crisi economiche, limitando le relative conseguenze sul piano occupazionale e salariale.

 

Salvatore Rondello

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