giovedì, 19 Settembre, 2019

Le donne, i socialisti e le conquiste femminili

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Le origini dell’8 marzo
Nel 1910 a Copenaghen, in occasione della seconda conferenza internazionale delle donne, venne proposta l’istituzione di una giornata internazionale della donna. Successivamente la giornata fu celebrata in varie parti del mondo e anche in Italia durante e dopo la prima guerra mondiale. Le celebrazioni furono interrotte durante il fascismo e ripresero durante la lotta di liberazione nazionale, come giornate di mobilitazione delle donne contro la guerra, l’occupazione tedesca e per le rivendicazioni dei diritti femminili.
Il primo 8 marzo dell’Italia libera fu preparato dall’UDI – Unione Donne Italiane nel 1946. In quell’occasione si scelse la mimosa come simbolo della celebrazione.
Nel 1977 l’UNESCO proclamò l’8 marzo giornata internazionale della donna.

I socialisti per i diritti delle donne nell’800 e nella prima metà del ‘900
Il movimento socialista, sin dalle sue origini, vede al suo interno la presenza di importanti figure femminili:
Anna Maria Mozzoni (1837-1920), di Milano, si batté per tutta la vita per la concessione del voto alle donne, presentando mozioni al Parlamento italiano nel 1877 e nel 1906. Nel 1864, a soli 27 anni, scrisse “La donna e i suoi rapporti sociali”, nel quale formulò 18 punti, pur parziali e insufficienti «per lo spirito dei tempi ancora bambini» con la richiesta del diritto al voto per le donne, almeno a livello amministrativo (come primo passo all’acquisizione dei pieni diritti elettorali), rivendicando il diritto all’istruzione, all’accesso alle professione e agli impieghi, e una riforma del diritto di famiglia in favore delle donne. Nel 1878 rappresentò l’Italia a Parigi al Congresso internazionale per i diritti delle donne. L’anno seguente fondò a Milano la “Lega promotrice degli interessi femminili”. Infine si avvicinò al movimento socialista.
Anna Kuliscioff, pseudonimo di Anna Moiseevna Rozenštejn (1857-1920), di Sinferopoli (Russia), fu compagna prima del socialista rivoluzionario Andrea Costa e poi del socialista riformista Filippo Turati, con il quale nel 1891 fondò e diresse “Critica sociale”, la rivista del socialismo riformista italiano, che veniva chiamata da lei “La Nostra Figlia di carta”. Tra i fondatori del Partito Socialista Italiano a Genova nel 1892, fu instancabile animatrice delle battaglie per l’emancipazione femminile, a cominciare dal diritto al voto: nel 1911 promosse la nascita del “Comitato Socialista per il suffragio femminile”; per questa battaglia affrontò con serenità il carcere e gli screzi con lo stesso Turati, non abbastanza impegnato, a suo parere, in questa rivendicazione. Fondò e dirisse la rivista “La difesa delle lavoratrici”, che, tra l’altro, pubblicava gli articoli delle migliori scrittrici del periodo. Il 27 aprile 1890 tenne, prima donna, una conferenza al Circolo filosofico milanese sul tema “Il monopolio dell’uomo”, conquistando il pubblico con lo stile passionale con cui si esprimeva. A suo giudizio, solo il lavoro sociale e retribuito al pari dell’uomo può portare la donna alla conquista della libertà, della dignità e del rispetto; mentre il matrimonio, all’epoca decisi dai padri, non fa che umiliarla in una dramma che le toglie la personalità e l’indipendenza. Ella sostiene, in uno scritto successivo, che vi sono “due forme oggi imperanti di servitù della donna nei rapporti sessuali: la prostituzione propriamente detta e il matrimonio a base mercantile”. Assieme a Turati Anna partecipò attivamente a tutte le battaglie portate avanti dal PSI. L’8 maggio 1898 fu arrestata con l’accusa di reati di opinione e di sovversione. A dicembre venne scarcerata per indulto, mentre il suo compagno Filippo dovette aspettare un anno. Elaborò un testo di legge per la tutela del lavoro minorile e femminile che, presentata al Parlamento dal Partito Socialista Italiano, venne approvata nel 1902 come legge Carcano, nº242. Fu una delle prime donne medico in Italia: laureatasi in medicina a Napoli nel 1886, nel 1888 si specializzò in ginecologia, prima a Torino, poi a Padova. Con la sua tesi evidenziò ulteriormente l’origine batterica della febbre puerperale, contribuendo ad aprire ancor di più la strada alla scoperta che avrebbe salvato milioni di donne dalla morte dopo il parto. A Milano, esercitò l’attività di medico recandosi anche nei quartieri più miseri della città e affiancando la filantropa Alessandrina Ravizza, finché la salute glielo consentì, nell’ambulatorio medico gratuito che offriva assistenza ginecologica alle donne povere. Per questo venne chiamata dai milanesi la “dottora dei poveri”.

Argentina Altobelli nata Bonetti (1866 – 1942), di Imola, laureata in giurisprudenza, fu organizzatrice sindacale e dirigente socialista. Membro fin dal 1906 del consiglio direttivo della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL) diretta da Rinaldo Rigola, Argentina Altobelli è anche nella direzione nazionale del Partito Socialista Italiano, sempre dal 1906, fino al 1912. Nel 1901 contribuisce alla fondazione a Bologna della Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Federterra), destinata a diventare una delle più importanti categorie organizzate dal sindacato. Nel 1904 è delegata dell’Alleanza Femminile al Congresso internazionale di Amsterdam. Nel 1905 viene nominata segretaria nazionale di Federterra, il che, per il rilievo ed il ruolo politico che vengono attribuiti a una donna, rappresenta un’importante novità nell’Europa di quel tempo. Nel 1919 viene nominata rappresentante della Federterra nel Consiglio Superiore della Previdenza e delle Assicurazioni ed entra nel Comitato Nazionale Femminile Socialista. Fautrice di molte battaglie per l’emancipazione femminile, compresa quella per il divorzio, Argentina Altobelli dedica buona parte del suo impegno al miglioramento delle condizioni dei più umili, primi tra tutti i lavoratori e le lavoratrici della terra, battendosi sul terreno dei diritti, delle normative e dei miglioramenti salariali, con particolare attenzione all’universo bracciantile e a quello mezzadrile. Divenuta nel 1912 consigliere del lavoro e rappresentante dei contadini all’interno del Ministero per l’agricoltura, l’industria e il commercio, partecipa alla promozione di un Primo maggio di “protesta”, contro la disoccupazione aggravata dalla crisi del settore tessile. Al XVII Congresso socialista di Livorno del gennaio 1921, si schiera con i riformisti. Nel 1922 le pressioni fasciste la costringono a lasciare Bologna. Argentina Altobelli rivolge un attacco diretto a Mussolini sul giornale “La Terra”, organo di Federterra. In esso lo definisce “Fascista proletario” e si rivolge a lui come “sicario pagato dagli agrari… tiranno della reazione… flagellatore dei deboli… assassino dei tuoi fratelli”. Dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), Mussolini, che desiderava riappacificarsi con riformisti e socialisti, convoca Argentina a Palazzo Chigi, offrendole di ricoprire il ruolo di sottosegretario all’agricoltura, che ella rifiuta sdegnosamente.
Nel 1926, a seguito dell’emanazione delle “leggi fascistissime” che vietano i sindacati non fascisti, la Federterra viene sciolta d’autorità. Argentina si ritrova disoccupata e trascorre l’ultimo periodo della sua vita nella precarietà economica, mantenendosi con umili lavori: ad esempio, realizza fiori da ornamento e lavora come impiegata nella biblioteca dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. Paladina dei diritti degli umili e dei diseredati, si era battuta affinché i lavoratori avessero assicurata la vecchiaia, ma essa stessa non può beneficiare di alcun contributo o sostegno economico. Muore a Roma il 26 settembre 1942.
Angelica Balabanoff (1869-1965), di Černigov (oggi Černihiv in Ucraina), nel 1900 giunse a Roma dove divenne allieva del socialista Antonio Labriola. Si iscrisse al Partito Socialista Italiano e, successivamente, si prodigò in Svizzera a favore degli operai italiani delle industrie tessili. Nel 1904, a Lugano, fondò, con Maria Giudice il giornale Su, compagne, rivolto alle donne proletarie. Tornata nuovamente in Italia, trasferì la sede del giornale a Venezia. Dal 1912 al 1917 fece parte della direzione del PSI e nel 1913 affiancò Benito Mussolini nella direzione del quotidiano del partito Avanti!. Allo scoppio della prima guerra mondiale si schierò a fianco di Clara Zetkin con la parola d’ordine di “guerra alla guerra”, una posizione di assoluto pacifismo che sostenne anche nella Conferenza di Zimmerwald. Durante la guerra passò un periodo nella neutrale Svezia, dove si affiliò al neonato Partito della Sinistra Socialdemocratica.
Dopo aver conosciuto in Svizzera Lenin, allo scoppio della rivoluzione russa nel 1917, Balabanoff aderì al partito bolscevico e si trasferì in Russia, ricoprendo importanti incarichi nel partito. Secondo Emma Goldman, Balabanoff fu presto disillusa dallo stile del socialismo russo, avendo ormai “messo radici nel suolo d’Italia”. Nel 1919–1920 fu segretaria della Terza internazionale comunista, lavorando a stretto contatto, oltre che con lo stesso Lenin, con Leon Trotsky, Stalin, Grigorij Zinov’ev, Emma Goldman e altri. A seguito della rivolta di Kronštadt, nel 1921, ebbe profonde divergenze con Lenin, Trotsky e tutta la dirigenza del Partito bolscevico e nel 1922 rientrò in Italia, riprendendo i contatti con il socialista massimalista Giacinto Menotti Serrati. Dopo che questi ebbe lasciato il PSI per aderire al comunismo, Balabanoff guidò l’ala massimalista del PSI fino all’ascesa del fascismo. Nel periodo del regime fascista, soggiornò in Svizzera (dove continuò a pubblicare l’Avanti!), a Parigi e a New York, facendo ritorno in Italia solo alla fine della seconda guerra mondiale. Nel 1947, nel corso del congresso di Roma del PSIUP (come allora si chiamava il Partito socialista), aderì alla scissione di Palazzo Barberini promossa da Giuseppe Saragat ed entrò a far parte del Partito Socialdemocratico Italiano (PSLI, poi PSDI). È morta a Roma nel 1965 all’età di 96 anni.

Le donne nella Costituente e il ruolo dei socialisti
Il 2 giugno 1946 per la prima volta in Italia le donne sono chiamate a partecipare al voto, sia per la scelta referendaria tra monarchia e Repubblica, sia nelle elezioni per l’Assemblea Costituente, nella quale vengono elette 21 deputate: 9 sono elette nelle liste della Democrazia Cristiana, 9 nelle liste del PCI, 2 nelle liste del PSIUP (il nome assunto all’epoca dal Partito Socialista), 1 nella lista dell’Uomo Qualunque.
Le deputate costituenti socialiste sono:
– Bianca Bianchi (1914-2000), di Vicchio (FI), insegnante. All’epoca Bianca Bianchi ha 32 anni e viene chiamata a ricoprire la carica di Segretaria della Presidenza dell’Assemblea Costituente. Sostiene diversi interventi in merito alla scuola, alle pensioni e all’occupazione, ma anche su argomenti di natura familiare come la tutela giuridica dei figli naturali, l’obbligatorietà del riconoscimento materno, la ricerca di paternità, l’unificazione dei servizi assistenziali per i figli illegittimi;
– Angelina Merlin, detta Lina (1887-1979), di Pozzonovo (PD), insegnante. E’ membro della Commissione dei 75 e della III Sottocommissione, dove sostiene il dovere dello Stato di garantire a tutti i cittadini il minimo necessario all’esistenza, per assicurare ad ogni individuo il diritto di crearsi una famiglia. Si esprime anche a favore del diritto di proprietà garantito dallo Stato e accessibile a tutti i cittadini. I suoi interventi nel dibattito costituzionale, quale membro della “Commissione dei 75”, risulteranno determinanti per la tutela dei diritti delle donne, e lasceranno un segno indelebile nella Carta Costituzionale. A lei si deve infatti l’introduzione all’articolo 3: “Tutti i cittadini…sono uguali davanti alla legge”, delle parole “senza distinzioni di sesso”, con le quali venne posta la base giuridica per il raggiungimento della piena parità di diritti tra uomo e donna, che fu sempre l’obiettivo principale della sua attività politica.
Dopo un’aspra battaglia in aula, con un esiguo margine di voti, viene bocciata la proposta di includere l’indissolubilità del matrimonio nel testo della carta costituzionale. All’art.29, dopo il testo “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” la parola «indissolubile» non venne inserita.

Le conquiste del secondo dopoguerra ed il ruolo dei socialisti
La Costituzione repubblicana aveva stabilito l’uguaglianza formale fra i sessi, ma il dettato costituzionale contrastava con la previgente normativa, varata dai precedenti parlamenti composti da soli uomini, e basata in campo civile sulla tradizione del diritto romano, in campo penale sulle norme fasciste del codice Rocco.
Con fatica, anche a fronte della crescita economica e sociale del Paese, grazie all’aumento dell’accesso all’istruzione delle donne, all’obbligo scolastico, alla lotta all’analfabetismo, alla crescita del numero di donne diplomate e laureate, si cominciò a modificare la coscienza della necessità di realizzare una reale parità fra uomo e donna.
La Corte Costituzionale dichiarò l’illegittimità di molte norme discriminatorie delle donne sia in campo penale che civile e il Parlamento approvò leggi volte a realizzare il dettato costituzionale della parità. Con il varo della politica di centro-sinistra vennero messi in campo provvedimenti che si concretizzarono, anche sulla scorta delle battaglie condotte dalle donne, segnando importanti vittorie civili, sociali e culturali.
Dalla fine degli anni Sessanta il cambiamento dell’idea stessa di politica diffuso dai movimenti giovanili e studenteschi iniziò a investire anche la sfera del privato, modificando le forme di partecipazione alla vita pubblica. Per settori consistenti della popolazione femminile, soprattutto nelle grandi città, l’adesione alla mobilitazione del 1968 significò in molti casi una forma di iniziazione alla politica. Il bisogno di impegnarsi attivamente fu anche un modo per dar voce a istanze di emancipazione e di liberazione che fino a quel momento erano state scarsamente recepite a livello istituzionale.
In Italia, dal dopoguerra ad oggi, la condizione sociale e giuridica delle donne si è lentamente ma radicalmente modificata. Il Partito Socialista Italiano è stato spesso il protagonista, a livello politico e parlamentare, delle battaglie per introdurre nel nostro Paese una reale parità dei diritti tra uomo e donna.

Ecco alcune tappe fondamentali di tale cammino di emancipazione:
1948
Entra in vigore la Costituzione. Gli articoli 3, 29, 31,37,48 e 51 sanciscono la parità tra uomini e donne.
Angela Maria Cingolani Guidi (DC) è la prima donna sottosegretario (Industria e commercio con delega all’artigianato).
La senatrice socialista Lina Merlin presenta per la prima volta il suo progetto di legge per l’abolizione della regolamentazione della prostituzione, la chiusura delle “case di tolleranza” controllate dallo Stato e l’introduzione dei reati di induzione e sfruttamento della prostituzione. La Merlin lo ripresenterà anche nelle successive legislature, fino all’approvazione nel 1958.
1950
Il Parlamento approva la legge 26 agosto 1950, n. 860, «Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri».
1954
Il 26 ottobre il deputato socialista Luigi Renato Sansone presenta alla Camera un disegno di legge per l’istituzione del cosiddetto “piccolo divorzio”, applicabile solo ai matrimoni con scomparsi senza lasciare traccia, condannati a lunghe pene detentive, coniuge straniero in presenza di divorzio all’estero, malati di mente, lunghe separazioni fra i coniugi o tentato omicidio del coniuge. La proposta non viene nemmeno discussa.
1955
Su proposta della senatrice socialista Lina Merlin il Parlamento approva la Legge 31 ottobre 1955, n. 1064, Disposizioni relative alle generalità in estratti, atti e documenti, e modificazioni all’ordinamento dello stato civile, che sancisce l’eliminazione dell’indicazione “figlio di N.N.” (nomen nescio) dai documenti anagrafici.
1956
Le donne possono accedere alle giurie popolari col limite massimo di tre su sei (la norma rimarrà in vigore fino al 1978) e ai tribunali minorili. Le funzioni riconosciute alle donne sono ancora quelle legate alla figura materna. Il loro intervento viene giudicato opportuno in quei casi in cui i problemi vadano risolti, «più che con l’applicazione di fredde formule giuridiche con il sentimento e la conoscenza del fanciullo che è proprio della donna».
1958
Il 20 febbraio viene infine approvata la legge n.75, «Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui». La cosiddetta “Legge Merlin” chiude definitivamente le “case di tolleranza”.
Il 12 giugno i senatori socialisti Luigi Renato Sansone e Giuliana Nenni ripresentano al Senato il disegno di legge per l’introduzione del “piccolo divorzio”. Neanche al Senato vi fu una discussione sulla proposta che pure aveva alimentato un vivace dibattito nel Paese.
1959
Viene istituito il Corpo di polizia femminile.
1963
Su proposta della deputata socialista Lina Merlin viene approvata la legge 9 gennaio 1963, n. 7, «Divieto di licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio e modifiche della legge 26 agosto 1950, n. 860», che dichiara la nullità delle clausole dei contratti di lavoro delle donne che prevedevano la risoluzione del rapporto in conseguenza del matrimonio.
Marisa Cinciari Rodano (PCI) è eletta vicepresidente della Camera.
Il Parlamento approva la legge 9 febbraio 1963, n. 66, «Ammissione della donna ai pubblici uffici ed alle professioni», grazie alla quale le donne sono ammesse alla magistratura. E’ un ulteriore passo avanti nell’effettiva attuazione dell’art.51 della Costituzione: le donne possono accedere a tutti i pubblici uffici senza distinzione di carriere né limitazioni di grado.
1965
Il deputato socialista Loris Fortuna presenta alla Camera la sua prima proposta di legge per l’introduzione del divorzio in Italia.
1968
L’adulterio femminile non è più considerato reato. L’art. 559 del Codice penale recitava: «La moglie adultera è punita con la reclusione fino ad un anno. Con la stessa pena è punito il correo». Per il marito non esisteva nulla del genere: la disparità di trattamento non rispettava le norme fondamentali della Costituzione. Con due sentenze del 19 dicembre 1968, la Corte costituzionale abroga l’articolo sul diverso trattamento dell’adulterio maschile e femminile e quello analogo del Codice civile.
1970
A seguito dell’unificazione dei progetti di legge del deputato socialista Loris Fortuna e del liberale Antonio Baslini viene approvata dal Parlamento la legge 1° dicembre 1970, n. 898, «Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio», con la quale viene introdotto il divorzio in Italia.
1971
La Corte costituzionale cancella l’articolo del Codice civile che punisce la propaganda di anticoncezionali. Dall’inizio degli anni Sessanta la pillola contraccettiva era in commercio in molti Paesi europei, ma nel 1968 la Chiesa condannò aspramente la contraccezione. Nel 1969 la pillola cominciò, tuttavia, a essere venduta anche in Italia, come farmaco per le disfunzioni del ciclo mestruale. Nel 1971 la Corte costituzionale, dopo un’aspra battaglia, abroga l’art. 535 del Codice penale che vietava la propaganda di qualsiasi mezzo contraccettivo e puniva i trasgressori col carcere.
Il Parlamento approva la legge 30 dicembre 1971, n. 1204 sulla «Tutela delle lavoratrici madri».
Il Parlamento approva la legge 6 dicembre 1971, n. 1044 che vara il «Piano quinquennale per l’istituzione di asili-nido comunali con il concorso dello Stato».
1974
Il 12 e 13 maggio si vota per il primo referendum abrogativo indetto in Italia. Luigi Gedda e Gabrio Lombardi, con il sostegno dell’Azione cattolica e l’appoggio esplicito della Conferenza Episcopale Italiana, di gran parte della Democrazia Cristiana guidata da Amintore Fanfani e del Movimento Sociale Italiano, si fanno promotori della raccolta delle firme per l’abrogazione della legge sul divorzio. A seguito alla vittoria del fronte del NO col 59,3% dei voti la legge rimane in vigore.
1975
Il Parlamento approva la legge 19 maggio 1975, n. 151, «Riforma del diritto di famiglia».
Fino a questa riforma, il marito era considerato il “capo” della famiglia: la riforma sancisce la pari responsabilità dei coniugi nella conduzione della famiglia. Inoltre, il peso dell’educazione dei figli gravava, di fatto, sulle madri, ma tale impegno non aveva un adeguato riconoscimento giuridico. La patria potestà spettava ad entrambi i genitori, ma il suo esercizio toccava al padre, secondo l’art. 316 del Codice civile. Col nuovo diritto di famiglia, la legge riconosce parità giuridica tra i coniugi che hanno uguali diritti e responsabilità e attribuisce ad entrambi la patria potestà.
1976
Per la prima volta una donna, Tina Anselmi (DC), viene nominata ministro, con delega al Lavoro e previdenza sociale.
1977
Il Parlamento approva la legge 9 dicembre 1977 n. 903, «Parità fra uomini e donne in materia di lavoro».
1978
Il Parlamento approva la legge 22 maggio 1978, n.194 sull’interruzione volontaria di gravidanza che depenalizza l’aborto. Infatti, in precedenza gli articoli dal 546 al 551 del Codice penale stabilivano che la donna che si procurava un aborto dovesse essere punita con la reclusione da uno a quattro anni (ma, se l’aborto era effettuato per “salvare l’onore”, era prevista una riduzione, che andava da un terzo alla metà della pena).
1979
Nilde Jotti (PCI) è la prima donna eletta presidente della Camera dei Deputati.
1981
Il motivo d’onore non è più attenuante nell’omicidio del coniuge infedele.
Il 17 maggio vengono respinti i due referendum abrogativi della legge sull’aborto: quello promosso dal Movimento per la vita è bocciato con il 68% di NO, quello promosso dai radicali con l’88,42% di NO.
1983
La Corte costituzionale stabilisce la parità tra padri e madri circa i congedi dal lavoro per accudire i figli.
1984
Presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (Governo Craxi) è costituita la Commissione nazionale per la realizzazione delle pari opportunità, presieduta dalla senatrice socialista Elena Marinucci.
1986
La commissione nazionale per la parità uomo e donna elabora il «Programma azioni positive»: aziende e sindacati devono tutelare accesso, carriera e retribuzioni femminili.
1989
Le donne sono ammesse alla magistratura militare.
1991
Il Parlamento approva la Legge 10 aprile 1991, n. 125, «Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro». La legge dovrebbe essere in grado di intervenire nel rimuovere le discriminazioni e valorizzare la presenza e il lavoro delle donne nella società. Purtroppo, è ancora poco applicata.
1992
Il Parlamento approva la Legge 25 febbraio 1992, n. 215, «Azioni positive per l’imprenditorialità femminile». La legge sull’imprenditoria femminile favorisce la nascita di imprese composte per il 60% da donne, società di capitali gestiti per almeno 2/3 da donne e imprese individuali.
1993
Il Parlamento approva la legge 25 marzo 1993, n. 81 con la quale, per la prima volta, vengono introdotte le “quote rosa” in merito alle elezioni dei rappresentanti degli enti locali. Si stabilisce che per le elezioni regionali e comunali, i candidati dello stesso sesso non possano essere inseriti nelle liste in misura superiore ai due terzi: ciò riserva, di fatto, un terzo dei posti disponibili al sesso sottorappresentato (cioè le donne). Per le elezioni nazionali, viene introdotta l’alternativa obbligatoria di uomini e donne per il recupero proporzionale ai fini della designazione alla Camera dei deputati.
Nel 1995 questa serie di interventi legislativi è stata annullata con la sentenza n. 422 della Corte costituzionale, avendo il giudice stabilito che, in materia elettorale, debba trovare applicazione solo il principio di uguaglianza formale e che qualsiasi disposizione tendente ad introdurre riferimenti al sesso dei rappresentanti, anche se formulata in modo neutro, sia in contrasto con tale principio.
1996
Il Parlamento approva la legge 15 febbraio 1996, n. 66, «Norme contro la violenza sessuale», che punisce lo stupro come delitto contro la persona e non contro la morale come in precedenza.
Il governo Prodi istituisce il ministro per le pari opportunità; il nuovo dicastero è retto dalla deputata PdS Anna Finocchiaro.
2000
Il Parlamento approva la Legge 8 marzo 2000, n. 53, «Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città».
Sia il padre che la madre possono chiedere l’aspettativa, da sei a dieci mesi, entro gli otto anni di vita del bambino. La cura dei figli smette di essere, dal punto di vista legislativo, esclusiva prerogativa delle madri.
2003
Il Parlamento approva la Legge costituzionale 30 maggio 2003, n. l, «Modifica dell’art. 51 della Costituzione». L’art. 51 della Costituzione («Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge») viene modificato, con l’aggiunta: «A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».
2004
Il Parlamento approva la legge 8 aprile 2004, n. 90, «Norme in materia di elezioni dei membri del Parlamento europeo e altre disposizioni inerenti ad elezioni da svolgersi nell’anno 2004», nella quale si introduce una norma in materia di “pari opportunità”. L’art. 3 prescrive che le liste circoscrizionali per l’elezione dei membri del Parlamento europeo, aventi un medesimo contrassegno, debbano essere formate in modo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati.
2019
La Corte Costituzionale ribadisce la legittimità delle norme della Legge Merlin che hanno istituito i reati di induzione e sfruttamento della prostituzione.

Questa breve enumerazione non è ovviamente esaustiva, ma testimonia il lungo cammino che l’emancipazione femminile ha percorso nel corso degli anni, un cammino che deve proseguire, sventando tutti i tentativi di riportare indietro le lancette della storia che, quotidianamente, vengono riproposti nella vita sociale, nei media ed anche in Parlamento.
I socialisti saranno sempre a fianco delle donne per sostenere la loro legittima aspirazione a che la Costituzione venga finalmente attuata fino in fondo.

Alfonso Maria Capriolo

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