giovedì, 19 Settembre, 2019

Le elezioni del 1919. La resa dei conti nel Paese

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DALLA GRANDE GUERRA ALLA GUERRA CIVILE PARTE 7

Le elezioni politiche del novembre del 1919 furono cruciali per vari motivi, erano le prime del dopoguerra, quelle in cui finalmente il popolo italiano avrebbe potuto pronunciare un giudizio sugli eventi trascorsi e sulle forze politiche che si erano aspramente confrontate negli anni precedenti così tragici e traumatici. Inoltre esse consentivano di sperimentare per la prima volta un nuovo sistema proporzionale che avrebbe messo a dura prova le clientele e le spinte trasformistiche, premiando finalmente i grandi partiti di massa, che si erano dati una organizzazione su scala nazionale.

Il Partito Socialista e quello Popolare, nato nel gennaio di quell’anno, erano evidentemente i maggiori che potessero aspirare a conquistare larghi consensi, in competizione tra loro, per raccoglierli presso le masse contadine ed operaie. L’autorità dello Stato era ai minimi del consenso, colpita duramente dalle manifestazioni dell’estate e in settembre, con l’impresa di Fiume, sull’orlo di una vera e propria sedizione rivoluzionaria che aveva anche una larga eco internazionale. Tali elezioni risultavano essere quindi una resa dei conti anche rispetto ai futuri assetti istituzionali del Paese.

I socialisti affrontarono questa scadenza con una sicumera e una orgogliosa sicurezza a dir poco sconcertante, non attribuivano importanza decisiva all’esito elettorale, per non bruciare del tutto una evidentemente impossibile carta rivoluzionaria, ma non potevano certo smentire il congresso di Bologna in cui a larghissima maggioranza si era deciso di partecipare alle elezioni, pur con innumerevoli riserve. Per tenere buoni tutti e soprattutto per impedire altre divisioni, si decise di presentare un simbolo smaccatamente filosovietico, di cui il PSI non si libererà che dopo più di mezzo secolo: la falce e martello circondati da una spiga.

Il programma elettorale sostanzialmente coincideva con un manifesto di condanna durissima della guerra ed in un atto di fede nei Soviet, ne citiamo alcuni passaggi: “Non è un voto che vogliamo da voi, è una promessa, un atto di fede. Votando per la scheda sulla quale è l’insegna, levata in alto, della Repubblica socialista del mondo, voi, proletari d’Italia, direte di voler muovere lotta diretta alla conquista della vostra emancipazione. Su quella insegna sta scritto: “Tutto il potere al proletariato. Chi non lavora non mangi” Insomma tutto era fuorché un programma riformista, ma, in compenso, il PSI, non esitò a presentare nelle sue liste candidati decisamente riformisti, conducendo una campagna elettorale impeccabile, soprattutto nel tener conto delle varie preferenze territoriali dei candidati.

Ciò nonostante, l’estremizzazione del conflitto non mancò, spesso anche da parte dei socialisti stessi che non esitarono ad agire con veri e propri raid di disturbo e sabotaggio nei confronti dei loro avversari, i quali, ovviamente, non mancarono di reagire duramente anche in modo smaccatamente sproporzionato, come avvenne il 13 novembre quando un gruppo di fascisti irruppe durante un comizio socialista che si teneva in un teatro, sparando revolverate, uccidendo tre persone e ferendone otto.

Nonostante gli innumerevoli incidenti, le elezioni, in ogni caso, si svolsero regolarmente e il governo, bisogna ammettere, con Nitti fece di tutto per garantirne la regolarità, astenendosi da interferenze o manipolazioni. L’affluenza comunque fu in calo rispetto all’anteguerra: il 56,6% contro il 60,4% del 1913. Il miglior commento del risultato delle elezioni ci giunge da Salvemini secondo il quale esse “rappresentarono esattamente lo stato d’animo del popolo italiano in quel momento.”. Risultato disastroso per i gruppi politici liberali e conservatori che avevano formato in precedenza e durante la guerra la maggioranza, ed estremamente favorevole a quei partiti che si erano opposti alla guerra e non erano collusi con la gestione corrotta e fallimentare della cosa pubblica.

L’esito elettorale per i socialisti che raccolsero consensi sia tra i rivoluzionari che tra i riformisti, fu superiore ad ogni aspettativa: un milione e 835.000 voti, essi raddoppiarono i consensi rispetto alle elezioni precedenti e superarono la percentuale del 30%, triplicando il loro numero di deputati ed ottenendo il gruppo parlamentare più numeroso e forte del Parlamento, davanti solo ai Popolari che pur ottennero uno straordinario secondo posto con 1.167.000 voti raccolti soprattutto tra le masse rurali, nelle prima elezioni in cui si presentavano e portando in Parlamento ben 100 deputati.
I gruppi democratico-liberali ottennero, sommandoli tutti, solo 179 seggi in confronto ai 310 delle precedenti elezioni. Gli altri seggi furono distribuiti a radicali, repubblicani, socialriformisti e nazionalisti (soprattutto ex combattenti) tra cui uno sparuto gruppo di fascisti. Ma il paradosso di quella tornata elettorale fu grande, perché il sistema proporzionale che in teoria avrebbe dovuto favorire i grandi partiti di massa, poi, per un suo meccanismo particolare di tutela delle minoranze, limitò notevolmente la sconfitta degli avversari dei socialisti: i liberal-democratici, soprattutto nel Nord, nonostante lì la maggioranza socialista fosse schiacciante e fosse arrivata addirittura al 46,5% dei voti convalidati. Al Sud invece i risultati furono alquanto miserelli. In tre collegi meridionali i socialisti nemmeno presentarono le loro liste, in altri invece il consenso oscillò tra il 5% e il 9% con 3 deputati abruzzesi, 5 pugliesi, 2 in Campania e nessuno in Basilicata, Calabria e nelle isole.

Già questo dà la misura di una velleità rivoluzionaria del tutto fuori dalla realtà, non avendo nella metà del paese alcuna forza politica sufficiente per realizzare un profondo e radicale mutamento, che si ha solo mobilitando le masse anche contadine. Solo il Nord era il punto di forza con il 71% dei consensi, ci si arrestava poi al Centro con il 19% e come si è detto, si sprofondava al Sud superando di poco il 9%. Analizzando poi i consensi raggiunti nelle varie regioni abbiamo le seguenti percentuali: Emilia-Romagna 60%, Piemonte 50%, Umbria 47%, Lombardia 46%, Toscana 43%, Marche e Veneto 33,5%, Liguria 31,5%, Lazio 25%, Puglie 18%, Il resto, nel Sud oscillava tra il 10% dell’Abruzzo e il 5% della Basilicata.

Gli eletti furono, in ogni caso, ben assortiti tra massimalisti, riformisti e sindacalisti della CGDL e delle leghe contadine, molti furono anche i neoeletti, Serrati non si candidò, preferendo mantenere il ruolo di leader dalle “mani libere”. I massimalisti, in ogni caso, si assicurarono la maggioranza e questo non poco influì sui futuri lavori parlamentari, approssimativamente possiamo dire che tra i socialisti eletti vi furono 70 massimalisti, 60 riformisti e 26 tra incerti ondivaghi, o inclassificabili. Ci fu quindi un notevole stravolgimento rispetto al risultato congressuale di Bologna, tale in ogni caso da limitare fortemente il controllo riformista sulla rappresentanza parlamentare.

La tenuta dei riformisti, in ogni caso, possiamo dire fu quasi straordinaria, e dovuta a vari fattori, la fedeltà ai leaders tradizionali, tra i quali Turati, ed il legame ancora molto forte anche con i ceti medi, soprattutto nel Nord, esso però, nel cosiddetto “biennio rosso”, andrà irrimediabilmente perduto, come appunto temeva lo stesso Turati. Soprattutto perché a prevalere nel periodo post-elettorale sarà la linea oltranzista e massimalista che, se non spezzò definitivamente questa fiducia, la rese però sempre più fragile e politicamente inconsistente, non rappresentata cioè da adeguate iniziative parlamentari.

E i fascisti? Ebbene il blocco fascista nella città che aveva generato i Fasci di Combattimento, raggiunse solo 4657 voti, un risicatissimo risultato che però Mussolini seppe giustificare con la sua proverbiale retorica, dicendo: “La nostra non è una vittoria né una sconfitta, è una affermazione politica…siamo una esigua minoranza in confronto alle masse di cui dispongono gli altri partiti, ma una minoranza con la quale bisogna fare i conti, perché se è debole dal punto di vista quantitativo, è fortissima dal punto di vista qualitativo, e tutti i nostri avversari lo sanno…il nostro movimento politico…non è schedaiolo…giovanissimi come siamo e, in un certo senso desideriamo restare, dichiariamo che i risultati della consultazione attuale non ci hanno né sorpresi, né mortificati…La nostra battaglia continua.” In effetti i fascisti non se lo fecero dire due volte di battagliare, con altri metodi però rispetto a quelli “schedaioli”…

Il 17 novembre, infatti, reagendo alla sconfitta e alla schiacciante vittoria socialista, un corteo fascista avanzò minaccioso verso la sede de l’Avanti! in via S. Damiano, fu allora che i fascisti vennero accolti con una bomba che ferì varie persone in maniera piuttosto grave, quindi il loro corteo proseguì verso piazza del Duomo dove un gruppo di socialisti stava tentando di assaltare il comitato dei Fasci di Combattimento nella Galleria Vittorio Emanuele, anche in questo scontro i feriti furono numerosi.
Fu allora che una commissione composta da vari deputati socialisti tra i quali Treves, Turati e Serrati, si recò dal Prefetto chiedendo a gran voce lo scioglimento dei Fasci di Combattimento e della Associazione Arditi d’Italia. Le sedi fasciste furono allora perquisite e furono così sequestrate varie armi e munizioni, lo stesso Mussolini fu arrestato e messo in carcere, suscitando però le proteste dei principali quotidiani moderati: il Secolo e il Corriere della Sera, tanto che Mussolini fu presto scarcerato, allora infatti la mancata denuncia di armi non prevedeva l’arresto ma solo una ammenda pecuniaria. Gli scontri e i disordini però erano solo all’inizio, così come il famigerato “biennio rosso”..

© 7 continua

Carlo Felici

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