venerdì, 19 Luglio, 2019

Le elezioni del 1924

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Dalla Grande Guerra alla guerra civile – Parte 26

La nuova legge elettorale, come abbiamo osservato in precedenza, venne varata in in clima di paura, di ricatto e di intimidazioni, con la complicità del massone Acerbo e quella del presidente della Camera De Nicola, mentre i fascisti nei loggioni si sporgevano a minacciare i deputati, dopo avere circondato Montecitorio. Come se non bastasse, anche durante il periodo preparatorio delle liste elettorali, le violenze e gli omicidi non cessarono affatto. Alcuni esponenti come Pietro Nenni vennero addirittura messi in galera dalle Forze dell’Ordine mentre discutevano su come preparare la loro lista, lo narra lo stesso Nenni: che durante una discussione in un retrobottega, arrivarono i gendarmi a catturarli e si giustificarono dicendo che, se fossero arrivati prima i fascisti, loro avrebbero fatto una fine peggiore. Era il 31 dicembre del 1923, assieme a Nenni venne arrestato anche un altro candidato socialista: Antonio Piccinini il quale, in seguito, fece una fine orrenda.

Compagno di partito di Pietro Nenni nel PSI, massimalista, Piccinini era stato sindacalista, segretario della federazione reggiana, consigliere ed assessore provinciale, più volte era stato minacciato e perseguitato. La sera del 28 febbraio del 1924, alcuni sgherri fascisti, a tradimento, spacciandosi per suoi compagni socialisti ed esibendo una tessera rubata a degli iscritti, si fecero aprire, lo sequestrarono e lo portarono in una loro casa. Poi lo appesero ad un gancio da macellaio e gli aprirono il ventre, finendolo con quattro colpi di pistola, infine lasciarono il suo povero corpo martoriato sotto un albero nei pressi della sua abitazione. Ciò nonostante, egli fu poi candidato e votato lo stesso e, nel suo famoso ed eroico ultimo discorso, venne ricordato anche da Matteotti insieme a varie altre vittime dei fascisti nel periodo elettorale. I suoi carnefici furono tutti scagionati dagli stessi giudici che avevano assolto gli assassini di Don Minzoni, a suffragare il fatto che quando un clima politico si intorbidisce, poi, a farne le spese, non è solo la politica ma anche la giustizia, non è capitato poche volte nella storia italiana anche recente, con qualche illustre personaggio, e purtroppo anche con vari illustri martiri anche tra i giudici.

Mentre, come abbiamo visto in precedenza, le opposizioni si dividevano e i socialisti erano ormai spezzati in tre tronconi che non era stato possibile unificare, ennesima e non ultima testimonianza di certo autolesionismo del tutto autoreferenziale, Mussolini si concentrò sulla costruzione del suo “listone” che, non a caso, pur essendo costituito da candidati in buona parte non fascisti, doveva avere rigorosamente come simbolo un fascio littorio. Egli era seriamente intenzionato ad assorbire i popolari vicini al Vaticano, i liberali, i nazionalisti e in sostanza tutti coloro che vedevano in lui l’unica l’alternativa ad un caos e ad una mancanza di stabilità per un governo che avesse seriamente fatto gli interessi della borghesia e del notabilato di allora.

Sarebbe stato aperto anche a forze sindacali o addirittura a qualche socialista disposto a passare dalla sua parte, avendo lanciato vari segnali in tale direzione, ma Mussolini era anche consapevole che, in quel caso, avrebbe ricevuto un forte contraccolpo dai suoi, quindi tale intento era più aleatorio che altro; figurava come un alibi sostanziale per non essere accusato di manie persecutorie, e poi, come vedremo, anche di assassinii eccellenti. Egli era perfettamente consapevole del fatto che più gli uomini di altri partiti entravano nella sua lista, più veniva accelerato il processo di svuotamento dell’opposizione politica e più essa risultava screditata agli occhi dell’opinione pubblica.

Mussolini affidò la costruzione delle sue liste elettorali per le 16 circoscrizioni in cui fu diviso il Paese, ad una commissione di 5 membri chiamata “pentarchia” di cui facevano parte: Acerbo, Cesare Rossi, Michele Bianchi, Finzi e Giunta. Vi furono anche liste “parallele” indipendenti dal listone, in gran parte di liberali, con la clausola che non avrebbero dovuto opporsi ad esso, una di queste fu quella di Giolitti, che presentò 19 candidati in tre circoscrizioni. Nel listone entrarono illustri ministri dei governi liberali precedenti come Salandra e Vittorio Emanuele Orlando, mentre De Nicola, in un primo tempo, parve entrare pure lui, poi, invece si ritirò dalla lista e dalla politica.

Essendo quel “listone” bloccato, ed essendo il premio di maggioranza riservato ad un gruppo abbastanza ristretto, la probabilità per ciascuno che era stato inserito in lista di essere eletto era pressoché scontata. Ci fu quindi una sorta di assalto alla diligenza elettorale, su un elenco definitivo di 357 nomi, si ebbero più di 3000 aspiranti candidati fascisti e non fascisti. Mussolini reagì con una certa stizza ma anche con un certo realismo a tale corsa verso il carro del vincitore e in un telegramma disse chiaramente che “La lista nazionale non poteva allargarsi all’infinito per comprendervi tutti coloro che avevano covato questa che è la più risibile, dal punto di vista fascista, di tutte le ambizioni umane”. Ciò conferma il disprezzo per il parlamentarismo e per l’elettoralismo da parte di Mussolini che, già dal primo giorno, se ben ricordiamo, aveva esordito in maniera sprezzante verso quello stesso Parlamento che era già tanto se lui stesso non aveva trasformato subito in un “bivacco di manipoli”. Ora semplicemente lo stava trasformando in un “bivacco di cortigiani”, prima di liquidarlo definitivamente. Vogliamo insistere su questo, proprio per poter capire bene le conseguenze di ciò che accadde in seguito.

Alcuni dei suoi avevano già compreso l’antifona e preferirono restare fuori dal Parlamento, come Rossi che pur aveva contribuito a creare le liste elettorali, sapendo che tutto ciò, in fondo, non era che una fase transitoria verso la conquista del potere assoluto, in vista del quale era preferibile costruire piuttosto una struttura esterna di sostengo e sfondamento, sia per liquidare futuri oppositori, sia per creare un centro di comando sempre più efficiente. Non aveva però fatto i conti con Mussolini che quelli come lui non avrebbe esitato a “usarli e gettarli” senza troppi scrupoli. Disse infatti allora colui che sarà destinato a scrivere un memoriale proprio contro il suo Duce, di lì a pochi mesi, Cesare Rossi: “Penso – pur non essendo stato mai un anti-elezionista fin dai primordi sindacalisti, e ciò per criterio di opportunità tattica – che al fascismo occorra, per gli sviluppi dell’azione fascista, una riserva extra parlamentare composta di uomini provati e noti nel Partito”
In tutto le liste presentate furono 23: il listone, una lista bis, ben sette liste liberali (tanto per civettare in abbondanza), la lista del Partito dei Contadini, quella della Democrazia sociale, quella del Partito Popolare, quattro liste democratiche di opposizione, quelle del PsdA, del PRI, del PSU, del PSI e del PcdI. In Veneto e nella Venezia Giulia furono presenti due liste della minoranza tedesca e slava; in Piemonte e in Lombardia fu presentata una lista fascista di dissidenti, con un’ aquila come simbolo che era guidata da Sala e Forni, come vedremo, anche i dissidenti furono bastonati senza tregua dalle squadracce di Mussolini.

Anche solo questo quadro delle liste presenti ci può far comprendere come, indipendentemente dalle intimidazioni e dalle violenze che ci furono ed esattamente come c’erano state nelle precedenti competizioni elettorali, una tale frammentazione, non poteva che favorire inevitabilmente la lista unitaria fascista. Mussolini in quella occasione, come suo solito, cavalcava su due staffe: con una si presentava come uomo d’ordine che avrebbe assicurato un corretto svolgimento delle elezioni, per esempio telegrafando al prefetto di Torino affinché assicurasse a Turati, già minacciato dai fascisti di svolgere regolarmente il suo comizio, con l’altra sobillava i suoi. Come quando, pur non avendo apparentemente ostacolato il comizio di Amendola a Napoli, fece in modo che esso comunque non avesse luogo. Perché la polizia lo vietò, in quanto il segretario delle Corporazioni fasciste in Terra del Lavoro aveva ordinato (in nome di Mussolini) una concentrazione fascista su Napoli proprio in vista di quel comizio; lo stesso Amendola, in ogni caso, era stato già aggredito nel dicembre del 1923 a Roma, prima della campagna elettorale. Come sottolinea Gaetano Salvemini: “Gli atti di violenza commessi solamente durante la campagna elettorale del 1924 riempiono da soli un libro di 213 pagine” il testo menzionato è “La libertà di voto sotto il dominio fascista; come il fascismo conquistò la maggioranza nelle elezioni del 6 aprile 1924. Roma Tipografia Italiana 1924” Altro documento pressoché introvabile più o meno come il libro “Un anno di dominazione fascista” di Giacomo Matteotti.

Come abbiamo sottolineato, dalla violenza fascista non furono esenti nemmeno gli stessi dissidenti fascisti come Cesare Forni. Sulla sua aggressione abbiamo la documentazione del procuratore generale di Milano, per l’autorizzazione a procedere contro il deputato Giunta che l’aveva ordinata: “Nel pomeriggio del 12 marzo 1924, in un periodo di preparazione elettorale per le ultime elezioni politiche, venivano improvvisamente circondati e percossi, nell’atrio di uscita della stazione centrale di Milano, da un gruppo di circa una ventina di persone armate di bastone, il capitano Cesare Forni (…) e il rag. Giroldi Guido (…) i quali, in compagnia dell’ex sindaco di Alessandria, Sala Raimondo, erano in quel momento giunti dalla linea di Vigevano. Il Giroldi riportava una ferita al capo e la frattura del terzo inferiore dell’ulna sinistra (…) e il capitano Forni lesioni fra cui una al parietale destro con ingorgo della ghiandola retromastoidea, e l’altra al labbro superiore (…) L’aggressione, evidentemente predisposta e sul cui movente di natura politica non fu mai dubitato, poteva avere conseguenza più grave, in specie nei riguardi del capitano Forni, cui era in particolare rivolta, quale uno dei principali esponenti del dissidentismo fascista in Lomellina, se questi, avvalendosi della sua eccezionale resistenza fisica, non avesse opposto una vigorosa reazione” La banda che lo assalì era la stessa che poi eliminerà Matteotti.
In ogni caso, quello di Mussolini era ormai un ultimatum alla nazione, o lui o il caos permanente, si andò quindi a votare in una estrema polarizzazione e personalizzazione del voto, come poche volte è accaduto in Italia ma come, purtroppo, tende anche a ripetersi quando un leader comincia ad avere un’immagine di sé al di sopra del confronto politico, tale per esempio da legare alle sue sorti anche quelle della stessa Costituzione del suo Stato. Bisogna dire che Mussolini non arrivò a tanto, anche perché seppe prendersi i suoi tempi in maniera più opportunamente cinica.

Durante la campagna elettorale, come abbiamo già visto in parte, centinaia di propagandisti antifascisti furono arrestati dalla polizia e, tra questi, 25 eliminati del tutto. I partiti dell’opposizione furono praticamente impossibilitati a tenere comizi e ad attaccare manifesti, nella stragrande maggioranza dei casi. Abbiamo già detto di Amendola che fu costretto a ripiegare, per fare il suo discorso, in casa di amici.
Nel Meridione, in moltissimi collegi elettorali, i partiti antifascisti furono impossibilitati persino a nominare i loro candidati; così era il partito fascista che nominava i candidati, sia per la maggioranza che per la minoranza. Nelle amministrazioni comunali in cui vi erano sindaci fascisti, essi impedirono che i certificati elettorali giungessero agli elettori noti o sospettati di antifascismo. E di fronte a tutto ciò, ci fu anche chi, in tale meschina contingenza, riuscì a “filosofare” sull’uso della coercizione e della violenza bruta.
Un personaggio molto noto, allora Ministro della Pubblica Istruzione, autore di libri di filosofia senza dubbio di notevole rilevanza, parlando a Palermo, il 24 marzo 1924, quindi in piena campagna elettorale, evocò il manganello, assimilandolo ad una sorta di imperativo categorico della ragion pratica, che non accetta distinzioni tra forza morale e forza materiale. Sarà bene ricordare queste parole di Giovanni Gentile ed il peso che in quel periodo poterono esercitare in un contesto già moralmente molto degradato, a proposito appunto di certe distinzioni: “Distinzioni ingenue, se in buona fede! Ogni forza è forza morale, perché si rivolge sempre alla volontà; e qualunque sia l’argomento adoperato – dalla predica al manganello – la sua efficacia non può essere altra che quella che sollecita infine interiormente l’uomo e lo persuade a consentire. Quale debba essere poi la natura di questo argomento, non è materia di discussione astratta. Ogni educatore sa bene che i mezzi di agire sulla volontà debbono variare a seconda dei temperamenti e delle circostanze”. Da ciò si deduce che ogni mezzo è “filosoficamente” lecito se la circostanza esige la violenza come “forza morale”. Chissà se Gentile se lo ricordò anche quando alcuni partigiani gli spararono, ponendo in ogni caso fine alla vita di un grande personaggio della cultura italiana.

Adriano Tilgher scrisse un libro: “Lo spaccio del bestione trionfante, stroncatura di Giovanni Gentile”, in aperta opposizione con il filosofo che aderì al manifesto degli intellettuali fascisti ma non alle leggi razziali, e portando alle estreme conseguenze questo principio che, con una parvenza di moralità, avrebbe potuto rendere giustificata la immoralità più assoluta. In esso immaginò che fosse stata richiesta al filosofo una sorta di “perizia filosofica” sul delitto Matteotti. Tale “perizia”, che costituisce una parte del libro di Tilgher, è evidentemente apocrifa e del tutto inventata, nonostante ciò, essa segue perfettamente e porta alle estreme conseguenze proprio i principi professati da Gentile. Ci torneremo quando parleremo dell’assassinio di Matteotti citandola in blocco.
Per ora limitiamoci a ripercorre gli eventi che accompagnarono le elezioni del 1924. Domenica 6 aprile, giorno delle elezioni, i locali dei seggi elettorali erano presidiati dalle milizie armate fasciste, che impedivano agli antifascisti conosciuti di entrare a votare. In varie località i votanti vennero raccolti e portati nei seggi elettorali persino con dei camion sotto la supervisione dei fascisti, ricevendo anche da loro il certificato elettorale e furono costretti a deporre la scheda nell’urna senza nemmeno entrare nella cabina. Non pochi che cercarono di andare a votare furono feriti o uccisi; in moltissime sezioni ai partiti di opposizione non fu consentito di presentare i loro rappresentanti di seggio per controllare la correttezza del voto.

Spesso capitò che fascisti, privi di qualsiasi controllo, riempissero intere urne di voti falsi, così che la loro lista in varie sezioni ricevette i voti di tutti gli aventi diritto, compresi i morti o i residenti all’esterno. Avvennero anche cose grottesche e al limite dell’assurdo, perché nei luoghi in cui i partiti di opposizione non avevano potuto nominare i loro candidati, i fascisti risultarono eletti sia come candidati del governo sia come candidati dell’opposizione.
Eppure, in tale clima di ricatto, violenza, intimidazione e falsificazione, ugualmente 2.300.000 cittadini riuscirono a votare per l’opposizione non comunista, mentre i comunisti ottennero 265.000 voti. I fascisti ovviamente fecero il pieno con 4.613.000 voti dei quali, però, nelle condizioni che abbiamo già descritto, 2.700.000 venivano dal Mezzogiorno, in quei collegi in cui i mandatari del governo avevano una tradizione manipolatoria del voto molto collaudata e risalente a ben prima dell’avvento del fascismo. Al Nord infatti la distanza tra le liste si ridusse molto di più che al Sud, perché la lista fascista ottenne 1.800.000 voti contro 1.285.000 delle liste antifasciste , esclusa quella comunista che ottenne da sola 185.000 voti. Inoltre non furono poche le città del Nord in cui la lista fascista venne battuta e superata da quelle dell’opposizione.

Però, alla fine, il risultato apparve in maniera evidente così come Mussolini se lo aspettava. La Maggioranza ottenne 374 deputati, e la minoranza, notevolmente divisa in varie componenti, ebbe solo 159 deputati. A ciò si poté aggiungere un Senato fervidamente fascista, pieno di vecchi e nuovi conservatori che vedevano Mussolini come unico e solo garante dell’ordine a loro necessario, e ovviamente una milizia che blindava questo risultato per dare a Mussolini padronanza assoluta del Parlamento.
Contro questo muro invalicabile si scagliò il coraggioso segretario del Partito Socialista Unitario, in qualità di capo dell’opposizione, il 30 maggio del 1924, pronunciando un discorso epocale.

Carlo Felici

© 26 continua

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