martedì, 9 Marzo, 2021
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Le libertà di oggi nate dalle lotte riformiste: la lezione del 1921

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“Il delirio della ‘barbarie russa’ giunse a produrre i suoi effetti infelici anche in Italia”: così vennero definite da Ernesta Bittanti – indomita compagna del socialista Cesare Battisti – le azioni che dalla “rivoluzione d’Ottobre” portarono – il 21 gennaio 1921, cento anni or sono – alla nascita del Partito Comunista d’Italia, a seguito di una scissione dal Partito Socialista. Fu la risposta all’ordine di Mosca che ingiungeva al Psi di mutare nome in “Partito Comunista”, espellendo tutti i riformisti, la componente democratico-legalitaria del partito. L’ingiunzione fu pubblicata su “L’Ordine Nuovo” di Gramsci: al congresso del Psi svoltosi il 21 gennaio 1921 a Livorno non ottenne la maggioranza, per cui la frazione comunista abbandonò l’assise costituendosi in partito.

Tra i comunisti si distinse il giovane Umberto Terracini, che con Filippo Turati – il leader riformista più contestato dai comunisti – ebbe un duro scontro ma prima di morire ammetterà sinceramente che “Turati aveva ragione”. Quali ragioni? A noi oggi paiono scontate, ma vale la pena rammentarle – traendole da un libro che in tanti dovrebbero rileggere “Le vie maestre del socialismo” – perché insegnano che le libertà di oggi non sono cadute dal cielo, ma spesso sono il frutto delle battaglie libertarie e riformiste di ieri, che potrebbero avere dunque la paternità d’ispirazione del movimento progressista italiano del XXI secolo.

 

1. Una prima ragione riguarda il rifiuto della “coercizione del pensiero”: per Turati va difesa la libertà di parola e d’azione dentro e fuori il partito e non si possono accettare diktat dall’alto, né il partito può trasformarsi in uno strumento “per manovrare le masse”.

 

2. Una seconda ragione consiste nell’opposizione alla prepotenza della burocrazia di partito e di Stato: questa è una tirannia di minoranza, non del proletariato, è quindi dispotismo. “La maggioranza – non ha bisogno di dittature, è la sovranità legittima”.

 

3. La terza fondamentale ragione è il rifiuto della violenza. Per Turati “la violenza è propria del capitalismo, non può essere del socialismo. E’ propria delle minoranze che intendono imporsi e schiacciare la maggioranza, non già delle maggioranze che possono, con le armi intellettuali e coi mezzi normali di lotta imporsi per legittimo diritto”. Troveremo poi nella storia una altissima analogia nell’opera di Gandhi: per questi “il socialismo è irraggiungibile con la violenza: solo la non-violenza può condurre ad un vero socialismo”.

 

Organizzazione verticistica del partito, predicazione della dittatura e della violenza: su queste basi nasceva anche in Italia il Partito Comunista. Turati venne ingiuriato come “social-traditore”: la sua vita dimostra che fu un padre profetico per tutti i democratici. Come lo sarà Giacomo Matteotti, il socialista ammirato da tutto il mondo libero, che dopo essere stato assassinato dai fascisti – a corpo ancora caldo – venne denigrato da Gramsci sulla rivista “Stato operaio” del 28 agosto 1924 come “pellegrino del nulla”, lui che nel suo Polesine era stato promotore instancabile di cooperative, sindacati, leghe comunali! Come resterà profeta di un fecondo futuro Carlo Rosselli – anch’egli vittima dei pugnali fascisti – contro cui si scaglierà incredibilmente il leader comunista Togliatti accomunando l’opera rosselliana “Socialismo liberale” addirittura ad “una gran parte della letteratura politica fascista”!

Per ironia della sorte, i comunisti faranno cose buone quando, messe in un angolo le direttive del tristo gennaio 1921, seguiranno le vie proposte dal riformismo di Turati. Ma le tare originarie (Pietro Nenni spiegherà che “il fiume risponde sempre alla sorgente”) impediranno a lungo alla sinistra – condizionata da tali eredità – di diventare una credibile forza di governo, come invece è avvenuto negli altri Paesi europei a guida socialdemocratica e laburista. C’è ancora una donna – che spiega bene le cose, come era stata una donna – l’eretica Rossanna Rossanda – a evidenziare che le Brigate Rosse rientravano “nell’album di famiglia” del PCI stalinista degli anni ’50. Parliamo dell’insospettabile Miriam Mafai, felice compagna del leader comunista Paietta ma anche autrice di un libro schietto “Dimenticare Berlinguer”: qui ricorda che al congresso del PCI del 1986 la stragrande maggioranza dei delegati consideravano ancora l’URSS “il paese più vicino ad una società ideale e giusta”: si era alla vigilia del 1989 col crollo del sistema autoritario sovietico, eppure i comunisti italiani la pensavano così. Dopotutto era quello che aveva sempre ritenuto Berlinguer, che in cuor suo “aveva creduto fino alla fine – testimonia ancora Mafai – alla superiorità economica e morale del sistema sovietico”. Quando questo discorso diventò insopportabile (c’era stato lo stalinismo sanguinario seguito dalle invasioni d’Ungheria e di Praga, l’oppressione della Polonia e dell’Afghanistan) Berlinguer arrivò di malavoglia a parlare solo nel 1981 di “fine della spinta propulsiva della rivoluzione” del 1917 e cercò una via d’uscita agitando la “questione morale”: che però, essendo il Pci il maggior partito percettore di tangenti dall’URSS e dalle cooperative e industrie italiane collegate a quel sistema, non poteva funzionare. “La questione morale – ammette lo storico comunista Giuseppe Vacca – diventò una risorsa difensiva che permetteva di non affrontare i problemi nodali del fallimento del comunismo”. Così il Pci fino alla fine restò filo-sovietico: le dichiarazioni pro-Nato pronunciate da Berlinguer erano specchietti ingannevoli: richiesto nel 1983 – un anno prima di morire – quale fosse la personalità internazionale da lui preferita, Berlinguer rispose col nome di Janòs Kadar, il capo ungherese filosovietico sotto il quale venne impiccato Imre Nagy, l’eroe progressista sostenitore delle agitazioni popolari contro l’invasione russa del 1956. Le menzionate tare ereditarie continuavano a impedire un percorso democratico affidabile.

 

Nicola Zoller

membro della direzione nazionale del Psi

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