Le mozioni congressuali

MOZIONE 1

LA SOCIETA’ DELLA FIDUCIA
Mozione che candida alla segreteria nazionale del partito il compagno Riccardo Nencini
MOZIONE CONGRESSUALE – LA SOCIETA’ DELLA FIDUCIA

Le elezioni politiche
L’ “Italia Bene Comune’ nasce con il concorso di Pd, Sel e Psi con l’obiettivo di dare un credibile contenuto riformatore alla sinistra e governare l’Italia. Il PSI, unico partito aderente al Pse, era stato considerato soggetto indispensabile per identità e bagaglio di valori figli di una storia centenaria a dare forza all’intesa. Anzi, il partito equilibratore di un rapporto tra Pd e Sel che appariva troppo spostato a sinistra. La crisi di quella coalizione è dovuta essenzialmente a tre fattori.

Il primo è costituito dal cambio di marcia avvenuto durante la campagna elettorale. I tre soggetti fondatori sono improvvisamente divenuti quattro, con la presentazione del Centro Democratico, di ispirazione cattolica e centrista, che Bersani e il Pd avevano concepito come argine al supposto crescente consenso attorno alle liste che sostenevano Monti. Il risultato elettorale ha invece registrato una scissione da tutt’altra parte del potenziale elettorato di centrosinistra. Il ciclone Grillo, dopo aver aggredito parte degli elettori della destra, ha travolto anche l’elettorato potenziale del Pd, che non ha saputo prevenire gli effetti della cosiddetta anti politica. Il grande consenso ottenuto dal movimento Cinque Stelle è stato facilitato dalla condotta tenuta in Parlamento, nell’ultima fase della trascorsa legislatura, dalle forze politiche. Nessuna riforma istituzionale, nessun cambiamento della legge elettorale, con la riproposizione dell’aborrito Porcellum, nessuna seria revisione della spesa per la politica nel momento in cui agli italiani venivano imposti gravosi sacrifici, politiche che non hanno saputo rovesciare lo stato recessivo della nostra economia producendo un’alta disoccupazione, soprattutto giovanile, una repressione fiscale che non ha saputo distinguere tra evasione e impossibilità di pagare. In sintesi politiche che non si sono ispirate né ad equità né a progressività. Tutto questo ha favorito l’esplosione elettorale di un movimento che ha saputo cavalcare un disagio profondo e diffuso.

La seconda ragione dell’insuccesso è nel modo in cui il centrosinistra ha impostato la campagna elettorale. Anche la forma ha un suo effetto e quella usata dal leader dello schieramento progressista è apparsa inefficace. Più simile a quella adottata da chi pensa di aver già vinto che non da chi deve guadagnarsi la vittoria. L’incapacità di suscitare interesse ed entusiasmo, di provare a recuperare sogni e speranze, non può che generare sconfitte.

La terza ragione della crisi del ‘Patto per l’Italia’ è dovuta poi alla diversa collocazione assunta dai tre partiti sia in occasione della elezione del Capo dello Stato che della fiducia ai due Governi Letta, con Pd e PSI che hanno votato a favore dell’esecutivo mentre Sel sceglieva l’opposizione. Quando una politica manifesta segni di difficolta’, si ha il dovere di pensare a realistiche correzioni. E su questo punto il Psi intende fornire una proposta convincente.

Il governo di emergenza
Il secondo governo Letta, nato dopo la rottura del Pdl e dei suoi gruppi parlamentari, deve marcare con decisione una forte discontinuità con l’esecutivo precedente. Un governo di responsabilità, resosi necessario a fronte di una doppia emergenza economica e istituzionale e soprattutto davanti a un risultato elettorale che non ha assegnato a nessuna coalizione una chiara maggioranza, non può essere soggetto né a continue minacce né essere sottoposto a ricatti di natura personale. Il Psi ha seguito con un certo scetticismo il tentativo di Bersani di comporre un governo che coinvolgesse i parlamentari del Movimento Cinque Stelle, poi ha difeso il confine della giustizia giusta quando si è radicalizzato lo scontro attorno al tema della decadenza di Silvio Berlusconi.

Oggi il governo si trova di fronte a grandi problemi e a nuove difficoltà, con il rischio di un persistente logoramento della sua azione e dell’immagine dell’Italia nel mondo se il Presidente del Consiglio non saprà coinvolgere gli italiani in una missione condivisa: decidere politiche economiche tese alla creazione ed alla redistribuzione della ricchezza, utilizzare la presidenza italiana dell’U.E. per allargare le maglie strette del patto di stabilità e per dare all’Europa una voce più forte sulla politica estera e sulle scelte economiche

Il governo Letta, pur nella discontinuità con la fase post elettorale, mantiene integre le caratteristiche della eccezionalità. E’ il ‘bipolarismo maturo’ la meta cui dobbiamo tendere, anche se condizioni di emergenza sono presenti nelle situazioni in cui il bipolarismo ha radici profonde. A fronte della crisi economica non esistono ricette miracolistiche. La caduta delle certezze ideologiche ha messo ancor più in crisi anche i tradizionali steccati politici, presentando nel contempo nuove contestazioni e fronti di lotta globali e antisistemici. I movimenti nazionalistici, localistici, anti immigrazione, quelli dell’antipolitica, quelli estremi della antiglobalizzazione, perfino quelli ispirati alle peggiori stagioni del Novecento, hanno fatto capolino in Europa prendendo forme ed espressioni diverse e conseguendo quasi ovunque non trascurabili successi. Alla luce di tutto questo si è ridotto ulteriormente lo spazio che contrappone partiti di ispirazione socialista e quelli d’ispirazione popolare, entrambi impegnati a contendere spazio alle forze di contestazione globale.

Dopo l’Austria e l’Olanda, anche la Germania si appresta a costruire un governo di unità nazionale, pur essendo la sinistra riformista rappresentata da Spd e Verdi, sommata alla sinistra estrema, maggioranza numericamente assoluta. L’evoluzione del sistema politico italiano non è ancora così chiara. Se non vi sarà una nuova e diversa legge elettorale, l’universo riformista dovrà presentarsi agli elettori con una guida certa, un programma fatto di significative priorità ed una coalizione coesa che renda evidente il ruolo dei partiti fondatori.

Proporremo agli alleati di apparentare la lista socialista a sostegno del candidato del centro-sinistra alla presidenza del consiglio. Se si procederà, come sarebbe giusto e opportuno, a varare una nuova legge elettorale, il Psi sottilinea la sua preferenza per un modello coerente che assicuri la libera scelta dei parlamentari da parte dei cittadini e la nascita di coalizioni di governo che non siano forzate da premi di maggioranza per poi dividersi dopo le elezioni. Su questo le opzioni possono andare dal modello tedesco al ripristino del Mattarellum senza recupero proporzionale. In entrambi i casi, l’elettore sceglie i candidati e non solo i partiti. In entrambi i casi, l’elettore è chiamato a scegliere una forza politica oppure una coalizione ma con un unico candidato, legato al suo territorio e all’elettorato che lo ha votato più che a mediazioni politiche.

Nel primo caso le coalizioni si formano dopo il voto, nel secondo al momento dell’espressione del voto da parte dell’elettore. Naturalmente ogni modelloelettorale va concepito in rapporto col modello istituzionale. Il modello tedesco si porta seco un parlamentarismo eventualmente modificato col cancellierato, il Mattarellum una sorta di presidenzialismo. La cosa peggiore è continuare a procedere a modifiche di fatto del sistema costituzionale tramite continui mutamenti di legge elettorale.

Il Psi e il governo
I sette parlamentari socialisti sono stati il risultato di una estenuante trattativa e di un esito elettorale imprevedibile. La improvvisa irruzione nel polo di centrosinistra della lista del Centro Democratico ha reso improba la presentazione di entrambi i simboli politici, del Psi e del partito di Tabacci, e nel contempo ha irrigidito la posizione del PD verso i socialisti. L’elezione di un gruppo di deputati e di senatori, proprio quando usciva dalle istituzioni repubblicane Di Pietro e non vi entrava la lista capeggiata da Ingroia, è un deciso passo avanti che consente al partito di riprendere la tradizione di battaglie parlamentari in tema di diritti civili e diritti sociali, in un’Italia che, in entrambi i campi, occupa posizioni di coda in Europa.

La decisione assunta all’indomani del voto di costituire una delegazione socialista alla Camera e di formare, con gli eletti autonomisti, un gruppo al Senato è il segno tangibile della volontà di far crescere una indipendente iniziativa parlamentare socialista e di dare sostegno all’attività politica del partito. Il PSI chiede ufficialmente di partecipare con una propria rappresentanza all’esecutivo e modulerà il proprio comportamento parlamentare anche dalla risposta che il presidente del Consiglio darà a questa esigenza politica.

La casa italiana del socialismo europeo
Le repubbliche rinascono quando tornano ai loro principi fondativi. Nel caso italiano, la tradizione politica socialista, arricchita degli elementi più vitali del repubblicanesimo e della socialdemocrazia, e’ quella che meglio di altre può rigenerare la vita civile. Senza il recupero e la ricostruzione di una cultura socialista sarà difficile costruire in Italia un partito che si richiami al Socialismo europeo. Il rinnovamento delle repubbliche passa infine dalle riforme di istituzioni e ordinamenti, logorati da un ventennio di lotte aspre, di personalismi, di assenza di partiti e di luoghi aperti dove forgiare le idee e preparare le decisioni.

La Commissione Europea, con una raccomandazione rivolta a tutte le forze politiche nazionali che si presenteranno alle elezioni europee 2014, ha rafforzato i nostri intendimenti, inducendo i partiti a rivelare con chiarezza a quale componente politica europea aderiranno e quale sarà il loro candidato alla presidenza. Il PSI ha presentato, alla Camera e al Senato, una mozione che sposa l’orientamento del vertice europeo e che ha già registrato autorevoli adesioni da parte di parlamentari del Pd e di Sel e la condivisione di rappresentanti del mondo laico assenti dal Parlamento. Il Psi propone coerentemente di lavorare a un’unica lista alle elezioni europee collegata al partito del socialismo europeo e di sostenere Martin Schultz alla presidenza della Commissione Europea nel nome, non solo di un’alleanza elettorale, ma di un progetto politico di largo respiro teso a offrire un orizzonte certo al sistema politico italiano. A questa politica il partito dedicherà i prossimi
appuntamenti.

Si tratta di una proposta nuova con radici antiche. L’idea dell’unità socialista venne formulata dal PSI all’indomani della caduta del muro di Berlino e della svolta di Occhetto che annunciava la fine del Pci. Purtroppo, in questi vent’anni, sono stati intrapresi altri e più tortuosi percorsi politici rispetto all’unico che appariva giusto nel rispetto della storia d’Italia e in omaggio al quadro europeo.

Oggi, il tema si ripropone dopo che il Pd, che in questi anni ha di fatto ignorato la questione dell’identità e della collocazione europea, ha ripreso un confronto su questo argomento, dopo che Sel ha annunciato la richiesta di adesione al Pse, dopo che si è manifestata la positiva attenzione di piccole formazioni locali e di movimenti politico-culturali a questo scenario. La fine del falso bipolarismo italiano, imperniato sul rapporto tra berlusconismo e anti berlusconismo e da troppo tempo immobile sulla frontiera segnata dal tema ‘giustizia’, può solo sfociare, per annullare la sua negativa anomalia, in una piena adesione italiana al sistema europeo, nel momento in cui c’è bisogno, per evitare che le decisioni vengano assunte in sedi non democratiche, di più Europa, di più democrazia europea, di una presenza italiana più autorevole ed efficace ai vertici delle istituzioni comunitarie. È la strada, questa, che sta seguendo, pur nelle difficoltà, anche la maggioranza dei moderati italiani. Riunirsi attorno al Ppe e da li’ rilanciare la sfida, stretti in una nuova unità, nel nostro Paese.

L’Italia, se guardiamo al sistema politico, non e’ mai stata un paese europeo, in passato per l’esistenza del più grande partito comunista d’Europa, in questi anni per la presenza di un forte Pd senza radici europee e di una destra populista nata fuori dagli schemi del popolarismo e del conservatorismo europei. Il PSI, che si è battuto a lungo per far crescere nella sinistra un polo di cultura socialista democratica e liberale, si impegna anche oggi sul medesimo fronte, obiettivo che manterrà con quelle forze che si richiamano al PSE, ponendosi al contempo l’obiettivo di allargarlo ai valori laici, libertari e democratici per esaltare ancor di più le caratteristiche innovative che la sinistra del nuovo secolo dovrà assumere. In questo senso, anche nella futura casa del socialismo europeo è opportuno che cresca e si affermi una componente del socialismo liberale, di natura laica e di ispirazione garantista, che coinvolga forze di stampo liberaldemocratico. Oltretutto, questo è anche un modo per accogliere quelle forze che nell’area ex berlusconiana dicono di ispirarsi ancora alle idealità del socialismo riformista e liberale.

Anche a questo fine, vanno intrecciati rapporti con ‘AlleanzaProgressista’, l’organizzazione internazionale nata di recente che raccoglie un’ampia tradizione di socialismi europei e di culture democratiche presenti nel mondo. Rafforzare il PSI: la missione nessuno deve pensare di ammainare bandiera. Per quanto soggetto di limitate risorse elettorali, il Psi resta una forza di identità politica e storica di assoluto richiamo per gli interlocutori, un partito che può catalizzare orientamenti e collocazioni, richiamare gli altri alla coerenza con la storia d’Italia e con il presente dell’Europa, affrontare senza alcun complesso di colpa il fallimento di questo ventennio, celebrare con fermezza un vero e proprio processo alla seconda Repubblica. L’Italia presenta oggi tre enormi deficit: quello relativo all’occupazione, quello relativo alla giustizia giusta, quello relativo ai diritti civili. E’ da qui che dobbiamo partire.

La civiltà del lavoro
Negli anni ottanta l’Italia registrava il doppio della media del tasso di sviluppo dell’Europa, negli ultimi vent’anni ha registrato la metà del tasso di crescita europeo. L’Italia è stata colpita come gli altri paesi dalla crisi ma ne ha subito drammatiche conseguenze per il suo alto indebitamento pubblico e per la sua incapacità di provvedere alla ripresa economica. I vincoli europei sono stati spesso ritenuti una camicia di forza e solo a partire dal governo Letta si è ottenuto di metterli in discussione ottenendo qualche limitata deroga. Anche in questo si rivela la scarsa autorevolezza della classe politica di questo ventennio che non ha assunto alcun ruolo nella contrattazione e nelle difesa degli interessi nazionali, accettando a scatola vuota i parametri e i vincoli europei. Quel che risulta urgente in Italia è dunque soprattutto un rilancio della politica, della sua autorevolezza, della sua capacità di indicare soluzioni ai problemi economici. La qualità delle idee deve tenere conto dei numeri, ma una politica affidata solo ai numeri diventa asfittica. Il patto di stabilità ha fatto emergere l’assurdità della logica dei numeri. Conteggiando anche gli investimenti nel debito si è impedito allo stato di promuovere lo sviluppo con infrastrutture e opere pubbliche, e concependo anche i debiti come spese si sono gettate nel lastrico migliaia di imprese. Anche la logica della giusta lotta all’evasione deve tenere sempre presenti le singole situazioni, saper distinguere, selezionare, rendere sempre possibile il rilancio produttivo. La politica dei numeri ha finito per produrre numeri peggiori aumentando il debito, oltre a rendere ancora più consistenti recessione e disoccupazione, col dramma di quella giovanile che ormai supera il 40 per cento.

La ricetta di cura è divenuta essa stessa una malattia. Ormai in ogni settore politico si sottolinea la necessità di diminuire le tasse e di ridurre la spesa. Urge un piano per arrivare a risultati tangibili, al di là della soppressione indiscriminata dell’Imu e di tenui palliativi. Destra e sinistra si fronteggiano ancora ed una delle linee di confine è rappresentata sia dalla redistribuzione della ricchezza che dall’interpretazione del futuro dell’Europa. Il capitalismo finanziario alimentato dalla fine degli anni 90 dall’assenza di regole ha inciso negativamente nell’economia mondiale determinando da un lato una terribile gerarchizzazione delle risorse – chi ha di più avrà di più, chi ha di meno avrà di meno – pur in un quadro di minore povertà planetaria, dall’altro allargando la frattura tra democrazia ed economia di mercato.

Nell’ultimo ventennio alcuni dei cardini attorno ai quali è stato costruito lo stato sociale hanno subito mutamenti profondi. Il welfare europeo aveva a fondamento gli stati nazionali e si reggeva sulla stretta relazione tra democrazia parlamentare – spesa pubblica – crescita economica. Il decennio che ha aperto il nuovo secolo ha modificato questo assetto e costretto soprattutto la sinistra riformista a ripensare le proprie politiche. Occorre rilanciare la crescita per promuovere l’occupazione e rinnovare le tutele dentro e fuori il mondo del lavoro. La premessa sono gli investimenti nell’industria e nell’innovazione, uno sforzo rilevante che richiede unità di intenti, responsabilità e partecipazione attiva.

Sarà il congresso a discutere il tema e ad offrire al PSE la sua lettura tenendo conto che le nuove povertà allignano in particolare nelle generazioni più giovani spesso espropriate di futuro. L’Europa può comunque favorire la soluzione del problema a condizione che ruolo politico e veste economica coincidano. Dotando le strutture comunitarie della possibilità di esercitare una politica estera comune, rendendo elettivi i vertici dell’Unione, coordinando le politiche fiscali, bancarie e del lavoro, riscrivendo le regole che devono normare i mercati finanziari, dotando l’Unione di un “tavolato di diritti comuni” da esportare nel mondo. La via per superare le disuguaglianze è la globalizzazione dei diritti ed il loro riconoscimento come beni pubblici. Le quattro crisi che hanno investito l’Italia – economica, sociale, politico istituzionale, di missione – non saranno superabili nell’arco di una sola legislatura. Il loro assorbimento richiede investimenti in nuove generazioni e un patto civico tra generazioni e Stato riformato in un tempo che all’emergenza somma il precipitare della spesa pubblica. La “società della fiducia” nasce dalla combinazione tra diritti e responsabilità e obbliga a decisioni risolute. Tagliare la spesa improduttiva ed escludere i ‘tagli lineari’ per non recare danno ai servizi essenziali alla persona; investire su politiche tese al rilancio dell’occupazione giovanile e alla protezione e all’utilizzo dei tanti over 40 espulsi dal mercato del lavoro; prevedere la riforma della riforma Foriero; fare del turismo e dell’economia della conoscenza il volano del nostro sviluppo, conferendo autonomia alla materia “turismo” e coinvolgendo lungo un’unica direttrice Enti Locali, Regioni, privati e Stato per non disperdere energie. E’ necessario, insomma, impegnarci sul fronte del merito e della inclusione, prevedendo l’accrescimento delle opportunità di partenza per i più bisognosi, tagliando le clamorose iniquità in materia di stipendi, pensioni, indennità, spesso non supportati né dal talento né dai versamenti, investendo in ricerca, affrontando il tema spinoso di classi dirigenti troppo spesso inamovibili e di stampo familistico.

Priorità del nostro impegno saranno scuola e lavoro. Dal programma di Lipsia del PSE e dal nostro progetto elaborato in questi anni trarremo le buone ragioni per incalzare il governo.

La giustizia giusta
Il PSI ha aderito con convinzione alla campagna referendaria sulla ‘giustizia giusta’ e si è impegnato nella raccolta delle firme per diversi referendum proposti assieme ai radicali. Poiché quelli relativi alla giustizia hanno superato la soglia delle cinquecentomila firme, il Psi si impegnerà attivamente anche nella campagna elettorale. I due referendum sulla responsabilità dei magistrati riprendono un quesito che i socialisti proposero assieme ai radicali già nel 1988, anche se poi la legge finì per svuotarne significato e contenuto. Su questo argomento l’Italia è stata più volte e anche recentemente richiamata e sanzionata dagli organismi europei. Si tratta di colmare un gap con gli altri paesi democratici e civili. Oltretutto in nessun sistema esiste questa confusione di ruoli e competenze. Unico e solitario precedente il Portogallo di Salazar.

Anche il referendum sulla carcerazione preventiva si rivela quanto mai urgente e l’esigenza di limitare l’uso per legge a specifici reati consente di superare l’ambiguità della sua applicazione in base ai tre fumosi principi del pericolo di fuga, di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove.

Occorre una profonda riforma della giustizia. Perorarla significa rinnovare il patto di civiltà tra istituzioni e cittadini e rafforzare le fondamenta dello Stato. La giustizia italiana è malata, lenta e costosa e all’eccessiva durata dei processi somma una condizione carceraria al collasso. Le strutture penitenziarie raccolgono circa 68.000 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 44.000 posti nei 206 penitenziari. Il PSI raccoglie il messaggio del Capo dello Stato in tema di indulto e amnistia ma propone di collegare l’uno a forme di pene alternative e di condizionare l’altra.

Dall’ultima relazione annuale sullo stato della giustizia emerge infine un quadro sconfortante: i processi annui tra cause penali e civili risultano essere oltre 9 milioni e durano molto più a lungo che negli altri Paesi membri. Una lentezza che è costata allo Stato 84 milioni di euro per gli indennizzi delle cosiddette “cause lumaca” e 46 milioni di euro per risarcire le ingiuste detenzioni frutto di 2.400 errori giudiziari.

L’Italia continua a essere la maglia nera d’Europa. Si è diffusa la corruzione, il cui costo ammonta a decine di miliardi di euro, mentre diminuiscono denunce e condanne. Le ultime rilevazioni sull’indice della corruzione percepita, dal rapporto di “Transparency International”, collocano l’Italia al 69° posto nel mondo (a pari merito con il Ghana e la Macedonia).
Se la legge n.190 del 2012 è da considerare un risultato comunque utile, perché ha introdotto nel nostro ordinamento figure di reato richieste in adeguamento alla normativa internazionale, urge rendere questa legge più incisiva e completa perchè possa finalmente rappresentare una svolta decisiva nel contrasto alla corruzione. I diritti di libertà Ci sono diritti che andrebbero etichettati come “diritti del nuovo millennio”, meritevoli ormai di una tutela giuridica, quali lo ius soli, il matrimonio tra persone dello stesso sesso e il testamento biologico. Sempre più spesso diritti civili e diritti sociali tendono ad equivalersi ed a sostenersi a vicenda e come tali vanno normati.

L’Italia, da Paese di migranti, è diventato un Paese di immigrazione. I nati in Italia figli di immigrati stranieri hanno superato l’anno passato quota 64.000, con un incremento di quasi il 90% rispetto alla situazione di soli sei anni fa. Questi dati confermano la volontà di un numero crescente di stranieri di ritenere l’Italia loro dimora stabile. Chi nasce in Italia da genitori che lavorano stabilmente (almeno da cinque anni) sul nostro territorio, ha diritto di essere riconosciuto come italiano dallo Stato.

Per raggiungere questo obiettivo è urgente superare l’attuale procedimento di concessione della cittadinanza, basato su condizioni esclusivamente quantitative e legato al principio dello “ius sanguinis”, introducendo un meccanismo di attribuzione che, a fronte della riduzione del numero di anni necessari per ottenere la cittadinanza, richieda alcuni impegnativi requisiti che implichino la valutazione della qualità della presenza dello straniero nel nostro Paese e la sua volontà di intraprendere con successo un percorso di integrazione che possa culminare con la concessione della cittadinanza. Negli ultimi tempi l’Italia è divenuta il porto dell’Europa, poi un paese di transito per altri paesi. Quello che è giusto fare è garantire agli esuli, a coloro che fuggono dalla guerra e dalla oppressione, l’asilo politico e ai migranti cosiddetti economici almeno la difesa della loro vita.

Occorre per questo superare l’assurda legge Bossi-Fini e in particolare il reato di clandestinità. I matrimoni tra persone dello stesso sesso sono legge in Olanda, Belgio, Spagna, Norvegia, Svezia, Portogallo, Islanda, Francia, in fase di approvazione in
Inghilterra e addirittura in Uruguay e in Argentina. Attualmente alle coppie dello stesso sesso vengono negate la dignità affettiva e anche diritti basilari quali la possibilità di assistere il compagno in caso di malattia, di fornire il consenso a procedure diagnostiche e terapeutiche, l’eredità, la reversibilità della pensione, la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno, diritti che uno Stato civile deve garantire. Neppure una legge sulle cosiddette coppie di fatto è stata approvata in Parlamento e i cosiddetti ‘Dico sono diventati anche durante la fase del governo di centro-sinistra un non possumus. Le coppie non sposate anche di sesso diverso vanno regolamentate per stabilire basilari diritti e doveri.

Sulla questione del ‘fine vita’ il Parlamento non ha legiferato. Siamo rimasti uno dei pochi paesi europei senza alcuna disposizione su questo delicato argomento. Il PSI rilancia una legge fondata sul pieno riconoscimento della libertà individuale di scelta, non sorretta da alcun credo autoritario, anche se rispettoso di tutte le fedi e le decisioni. Anche sul tema della ‘fecondazione assistita’ va rilanciata l’esigenza di superare l’assurda e restrittiva disposizione legislativa approvata e purtroppo non abrogata dal referendum per mancanza del quorum. Il PSI si impegnerà con decisione come ha fatto con la battaglia parlamentare sul femminicidio e per l’approvazione rapida della Convenzione di Istambul.

La prossima frontiera sarà tracciata dagli impegni di modifica della legge elettorale per imprimere l’obbligo della preferenza di genere, nel dovere pubblico di presentare nelle istituzioni bilanci di genere, sulla opportunità di prevedere negli enti di secondo grado parità di genere nell’accesso a fronte di uguaglianza nel merito, nella professionalità e nella competenza, nella promozione della cultura del pari lavoro/pari valore tra tutti gli attori del sistema economico e sociale.

Il partito nuovo
Per sviluppare questa politica, per assumere questo ruolo, il PSI deve dotarsi di una organizzazione più capillare, di una capacità di comunicazione più efficace, di organi più aperti e snelli. Occorre innanzitutto proteggere e rafforzare l’organizzazione locale e regionale del partito, ben sapendo che la nostra esistenza poggia oggi soprattutto sulla rete amministrativa. Il congresso afferma la necessità di essere nelle istituzioni perché è dalle assemblee elettive che l’iniziativa del partito può prendere vigore.

Possiamo farlo rilanciando nelle città e nelle regioni coalizioni della sinistra riformista, dal PD al PSI a SEL allargate al mondo laico e democratico, attorno alle quali rinnovare un progetto per l’Italia futura e tentando di aggregare il vasto e disperso mondo socialista che può condividere con noi questo obiettivo.
Oltre alle forze politiche lo sguardo può estendersi all’orizzonte dei movimenti e liste civiche che proliferano in ogni luogo. Il PSI si impegna a rafforzare il coordinamento degli eletti e degli amministratori, a valorizzarne ruolo e valenza politica. Il partito a livello locale dovrà caratterizzarsi sempre più come movimento di azione politica confidando sia su strutture collaterali come quelle di cui si doterà l’Avanti ( club regionali fondati anche su non iscritti al partito) che su circoli di area.

Oltre all’organizzazione serve un sistema di comunicazione adeguato a questo tempo. Nel nostro messaggio occorrerà affinare proposte originali e convincenti e approfittare di social network e delle potenzialità nuove offerte dalla rete. Andranno organizzati un sistema di siti socialisti, farli interagire, promuovere sui singoli temi anche vere proprie consultazioni e referendum cui tutti possano partecipare.
Il linguaggio deve essere moderno, diretto, semplice, scarno. Un linguaggio nell’epoca di Internet che non sia esportato, come oggi avviene e anche in questo dobbiamo distinguerci, dal mondo dello spettacolo, ma che sappia approfondire la politica senza appesantirla. La politica non è quel che oggi è purtroppo diventata, con Camere nominate e non elette, con presidenti di regioni che nominano i loro assessori, come nei comuni e nelle province, con sindaci dotati di poteri sempre più ampi, che svuotano le assemblee elette.

Emerge con forza una questione democratica. Soprattutto alla luce della crisi dei partiti anch’essi divenuti, in larga parte, partiti personali. Qui si apre il conflitto tra modello americano e modello europeo. Noi scegliamo il modello europeo, mentre in Italia sta prevalendo quello americano. Con due conflitti d’interesse evidenti, quello berlusconiano sui mezzi di informazione e quello dei magistrati sulla politica. Mezzi d’informazione e magistrati dispongono oggi di un grande potere di condizionamento della vita democratica che deve tornare in mano ai cittadini.
Il partito dei prossimi anni dovrà favorire un processo di significativo rafforzamento favorendo unità e rinnovamento. Nuove energie sono indispensabili per disseminare il territorio di una presenza costante ed efficace. Il tema del finanziamento pubblico della politica, detonato fragorosamente a fronte del collasso del sistema di regole che lo sosteneva e a causa dei molteplici abusi commessi, va oggi affrontato nel combinato disposto di due azioni. La prima attraverso l’attuazione dell’art. 49 della Carta così da stabilire con certezza a chi spettino le risorse e come debbano essere osservati i principi base della vita democratica. La seconda attraverso la ricostruzione di modelli organizzativi adeguati ad una società profondamente cambiata. Senza regole e senza trasparenza sarà impossibile uscire dalla stagione dei partiti personali, causa ed effetto di uno strisciante populismo deleterio per la crescita di una democrazia matura.

Il PSI si propone di dar vita a una maggiore regionalizzazione del partito modificando su questo punto lo statuto attraverso la costituzione di un apposita commissione da eleggere al congresso, di eleggere un Consiglio nazionale di 150 membri, una direzione e una segreteria più snelle. I segretari regionali parteciperanno ai lavori di tutti e tre gli organismi.
Nel nuovo partito troveranno infine diritto di cittadinanza sia le ‘primarie delle idee’ – già sperimentate – che i referendum consultivi, mezzi necessari a definire le scelte di più alto profilo. Insomma il percorso da compiere non è quello dei solitari apparati ma una strada che coinvolga forze sociali organizzate, volontariato politico, associazionismo e naturalmente l’intero corpo socialista in Italia.

Primi firmatari:
i parlamentari Enrico Buemi, Lello Di Gioia, Fausto G. Longo, Oreste Pastorelli.
I membri della segreteria nazionale Rita Cinti Luciani, Bobo Craxi, Mauro Del Bue, Giovanni Crema, Nino Oddo, Donato Pellegrino, Maria Cristina Pisani, Silvano Rometti, Gianfranco Schietroma, Carlo Vizzini.
Sottoscrivono il documento i membri del Consiglio Nazionale del Psi:
ALBERTI SERGIO, ALBERTINI GIUSEPPE, ALOISI ALBERTO, ARCUDI NILO, ARNESE
SALVATORE, AVVISANO ALESSANDRO, BACCHETTA LUCIANO, BALIA PEPPINO, BARAGATTI LUCA, BARUZZO SAURO, BELLINI ANNA MARIA, BENVENUTO ANGELO, BERTAGGIA MICHELE, BERTINAZZO ALESSANDRO, BERTINI ROBERTO, BIANCO MARINO, BIOLCATI RINALDI MICHELA, BISULLI ANNA MARIA, BONINI SIRIO, BOZZELLO EUGENIO, BRERO GIORGIO, BROGLIA GRAZIANO, BUCONI MASSIMO, BURLANDO ANGELA FRANCESCA, CALOGIURI NOEMI, CAMAGNI PIERLUIGI, CAMPANA CLAUDIO, CAPRIOLI PASQUALE, CARACCIOLO GIOVANNI, CARDONE MARIO, CARINI CESARE, CARIGLIA NICOLA, CARLI ANNA, CARUGNO
MASSIMO, CASADEI STEFANO, CASSITTI SAVERIO, CASTIGLIONE ANDREA, CASTRIA FRANCESCO, CAVIGLIA PAOLO, CELEGATO LOREDANA, CERQUAGLIA ZEFFERINO, CIANFANELLI ELISABETTA, CIOTOLI ANGELO, CIPRIANI GRAZIANO, CIPRIANO MARIA, COLAZZO ENRICO, COLLETTO SUSANNA, COLUMPSI GIUSEPPE, CONSONNI SANTO, CONTI DARIO, CORELLI CARLO LORENZO, COSTAMAGNA IVO, CREA ANTONIO, CRISCUOLO GAITO LEONARDO, CROSTELLA SAVERIO FRANCESCO, CRUSI PASQUALE, CUOCOLO MARIA ROSARIA, D’ARONZO GIOVANNI, D’IPPOLITO VITTORIO, DA PRATO ANTONIO, DE PACE PAOLO, DE ROBERTIS MAURO, DEIARA RAIMONDO, DEL CIMMUTO LORETO, DEL CIONDOLO GIORGIO, DEL DUCA SILVANO, DELL’AQUILA DOMENICO, DERAMO REGINA, DIFINO ANDREA, DIQUATTRO CARMELO, FALLANI PATRIZIA, FANTO’ LUCA, FARAONI ILARIA, FILOSA ALDO, FIUMI FABRIZIA, FOTI PAOLA, GAMBINERI GIANCARLO, GAROSI LUCIANO, GENOVESE ROSARIO, GIANELLO GIACOMO, GIORDANI LUIGI, GIRIBUOLA GIOVANNI, GIUNCHI FRANCO, GRADILONE ROSARIA(SONIA), GROLLINO FIORENZO, GUERRIERO FABIO, IACOVISSI VINCENZO, IAFRATE DANILO, IBBA RAIMONDO, LARESE FILON DANIELA, LAROCCIA LUIGI, LAZZARINI CLARA, LO NIGRO PIERO, LOGUERCIO INNOCENZO, LOMBARDI MARINA, MAGNANI FABRIZIO, MANCINI AGOSTINA, MARABOTTINI FRANCESCO, MARAIO VINCENZO, MARANGONI LUIGI, MARCHETTI PATRIZIA, MASCIALE EMANUELE(LILLINO), MASIA PIERANGELO, MASSIMINO ANGELA, MASTROLEO GIANVITO, MASTROLIA ADA, MELIS ANTONIO, MEMOLA GIOVANNI, MERINGOLO FRANCESCO, MEZZINA SILVESTRO, MIGNOGNA DANIELA, MILANA GIOVANNI, MINISCALCO MARCELLO, MONACI GIUSEPPE, MORCHIO FABIO, MORGANTI VITTORIO, MORICONI RITA, MOSCATELLI GIOVANNA, MULAS VANNINA, NARDI ELISABETTA, NEBIOLO ROBERTO, NENNI PIERPAOLO, OLIVIERO GENNARO, OPPEDISANO CORRADO, ORANGES ALBERTO, ORLANDO GIOVANNI FRANCO, PADOVANI GIANNI, PALILLO GIOVANNI, PAOLUCCI GIANLUCA, PAPASSO GIOVANNI, PAREA FEDERICO, PASQUOTTI OTTAVIO, PASTORE FRANCESCO, PATARINI AMBRA, PENNISI GIULIANO, PERRA RAIMONDO, PIARULLI ANTONIO, PIARULLO EMILIO, PICCIRILLO CLAUDIO, PIERONI MORENO, PIETRACCI ALESSANDRO, PIETRANTUONO FRANCESCO, PILUSO LUCIANO, POTENZA ALDO, POTI’ DAMIANO, PRAMPOLINI SILVIO, PROTO FILIPPO, RANALDI GIANRICO, RICCIO MARCO, RICCOMI ROBERTO, ROCCHI LIDIO, ROCCO EMANUELA, ROMANZI LUCIANO, ROSINI ANNA, ROSSI ALBERTO, RUGGIERO ANGELO, RUVOLO ANTONIO, SACCHETTI SIMONA, SANGALLI RIEDMILLER ILDE, SANTARELLI MICHELE, SARUBBI ROSARIO, SECCARECCI DINO, SERI MASSIMO, SIMEONE ANTONIO, SERPILLO MARIO, SIRONE GAETANO, SOZIO GIUSEPPE, SPANO’ MAURIZIO, STORI GABRIELLA, STRADA MARCO, TANZARELLA DOMENICO, TORRIO
MARGHERITA, TORTOSA OSCAR, TROVATO PAOLO, VALVANO LIVIO, VASSELLI AUGUSTO, VAZZOLER SERGIO, VIAGGI MAURIZIO, VICOLI ANTONIO TIZIANO, VUCAS ROBERTO, ZANETTI SERGIO, ZANGROSSI CRISTIANA, ZOLLER NICOLA, ZUBBANI ANGELO.

Hanno inoltre sottoscritto la mozione gli amministratori locali, i sindaci, i dirigenti territoriali del partito e le ragazze e i ragazzi della Fgs:
ABBRUZZESE ANTONIO, ALATI LEO, AMENDOLARA ANNA FILOMENA, ANCESCHI ARMANDO, ANDREOTTI ANDREA, ANGELETTI SANDRO, ATZENI SIMONE, BALLISTRERI MAURIZIO, BALLONI ALVARO, BARBERA VITA, BARRA GAETANO, BELLANTI ANGELO, BERTINI MARCO, BIANCHI LUIGI, BINI MARCO, BOCHICCHIO ANTONIO, BONSIGNORI FAUSTO, BRAIDA MASSIMO, BUCCI CLAUDIO, CANONICO MARCO, CANTISANI RITA, CARBINI FRANCESCO, CARELLI ANNIBALE, CARLETTI PAOLO, CARMELI SALVATORE, CAPIZZI VINCENZO, CATRARO LORENZO, CARUSO FRANZ, CELIA OTELLO, CERRONI ROCCO, CHIESA GIANLUCA, CHIODARELLI MICHELE, COCCONCELLI ARCANGELO, CONTI GIUSEPPE, COLLIO ENZO, CORBETTA MAURIZIO, CORIGLIANO GIACOMO, D’ANTONA GIUSEPPE DE MATTIA
PASQUALINO, DE NISI G.BATTISTA, DI LONARDO MAURO, ELIGI FEDERICO, FANFANI MARCO, FICARRA SAVERIO, FORMAGLINI MAURO, GAMBARDELLA ELISA, GIANSANTI ANTONIO, GIANSANTI NICOLA, GILLERI ALESSANDRO, GIORGI FRANCESCO, GIORGI LUCIANO, GUERRIERO ROBERTO, IERACE DOMENICO, IULIANO CARMINE, MANTOVANI SILVANA, MARCHETTI LEONARDO, MARTINELLI GABRIELE, MARTINELLI RICCARDO, MARRA BRUNO, MENICHELLI ARMANDO, MIRODDI FILIPPO, MORALES GIORGIO, MUNDO FRANCO, NASCONE DARIO, NAZZI STEFANO, NICOLA SIMONE, NIEDDU BRUNO, NIGRO GIUSEPPE, NOVELLI FEDERICO, PAOLINI MASSIMO, PARENTI TIZIANA, PERA ROSSELLA, PISANI ANTONIO, PISTONE ANTONIO, POLEGGI FILIPPO, PONZO BIAGINO, PROIETTI BENITO, PUGNANA LUCA, REPETI ALDO, SAIEVA ROBERTO, SCARAMUZZA GIANMARCO, SCARDAONE LUIGI, SCIMMI LEONARDO, SCOCCATI ENRICO, SEGRETI ANTONIO, SERI MASSIMO, SIGNORELLI ULISSE, SIMONINI ERMANNO, SOLIANI GIANLUCA, SORRENTE CARLO, STIGLIANO SERGIO, TAMBURINI FABRIZIO, TEMPONE FRANCO, TANTONE RAFFAELE, TESTA MAURO, TOFFALINI UMBERTO, TRENTO LEONARDO, VAGNONI PARIDE, VERDOIA FRANCO, VERGARI GAETANO, VICINI GIANCARLO, VILELLA BRUNO, VOLPARI GIANCARLO.

MOZIONE 2

Per una nuova grande forza Socialista nella sinistra italiana
Mozione congressuale della Sinistra Socialista
Candidato Segretario Franco Bartolomei
I) Il Partito Socialista sta vivendo una situazione di grave difficoltà, a pochi mesi da quelle elezioni che avrebbero potuto, attraverso il ritorno in Parlamento, riportare il PSI ad un ruolo di protagonista nella costruzione in Italia di una nuova sinistra riformatrice ed europea. Invece, il PSI appare privo di una missione, e irrilevante nel dibattito politico a sinistra, e gli sforzi dei parlamentari eletti non possono risultare incisivi, senza una linea politica complessiva che oggi non c’è, o appare contraddittoria, inadeguata, rinunciataria e spesso incoerente.
Gli ultimi risultati amministrativi, hanno evidenziato questa crisi con la scomparsa non soltanto nelle grandi città, a partire da Roma, ma anche in tanti centri medi e piccoli dove avevamo sempre mantenuto una presenza rilevante. Ma questo stato di cose è la conseguenza di errori politici di vecchia data. La mancata presentazione di un candidato socialista alle primarie aveva già innestato nell’opinione pubblica l’impressione della irrilevanza del PSI all’interno della coalizione; la scelta conseguente di non presentare liste con simbolo socialista alle elezioni politiche ha ulteriormente consolidato la percezione di una nostra marginalità. Infine il sostegno acritico al governo Letta, senza peraltro neppure alcuna partecipazione nella compagine governativa, appare come una dichiarazione d’impotenza e di subalternità più che una scelta.
Il nostro popolo, che è il popolo della sinistra, dei lavoratori più o meno precari, delle famiglie che devono fare i conti con la quarta settimana, dei professionisti e piccoli imprenditori sempre più in crisi,che ha vissuto vent’anni di attacco costante allo stato sociale, al mondo del lavoro e alle strutture della solidarietà collettiva, ha un bisogno esistenziale di una sinistra socialista e riformatrice, capace di affrontare con coraggio ed autonomia la crisi che travolge tutte le nostre tradizionali certezze. Ma a questa domanda potenziale non ha sinora corrisposto una risposta all’altezza delle necessità. E di questo, anche noi Socialisti portiamo le nostre responsabilità, mostrando spesso di non credere alla nostra missione politica . La stessa scelta di una coalizione, Italia Bene Comune, che comprendesse i partiti della sinistra riconducibili alla cornice europea, che pareva strategica, sembra oggi solo l’ennesimo espediente elettorale, perché invece di dare un fine a quella alleanza lavorando per costruire una grande forza unitaria legata al Socialismo Europeo, è stata assunta una linea ondeggiante ed incerta , che in modo confuso interpreta la nostra autonomia come premessa di una azione politica ispirata ad una concezione moderata di una governabilità a tutti i costi del paese, che si traduce in concreto in una preferenza di fondo per il dialogo con le ali più lontane dal PSE presenti nel PD ,attraverso una esaltazione delle politiche di larga intesa, ed attraverso la tessitura di un campo di rapporti politici ,su cui impostare la possibile fuoriuscita dall’attuale sistema bipolare ,tendenzialmente a destra del PD .Questo abbandono del progetto di Fiuggi di costruire anche in Italia una grande forza Socialista legata al PSE, reso ora ancor più realistico dalla chiara presa diposizione di SEL verso il Socialismo Europeo , sta generando un processo di impoverimento e di logoramento – del consenso, della militanza e dei legami di solidarietà tra i nostri compagni .
Giunti a questo punto, occorre dare un segnale forte di fiducia nel futuro del Socialismo Italiano , decidendo di essere tra i protagonisti attivi di una nuova iniziativa socialista nella direzione della costruzione di una sinistra italiana che raccolga in sé la parte migliore della propria tradizione e cultura, e che trovi nel riferimento al socialismo europeo non la partecipazione a un club, ma nuove ragioni per promuovere la ricostruzione di una grande forza socialista in Italia.Noi pensiamo che questo sia possibile , e che il ruolo dei Socialisti in questo grande progetto sia ancora indispensabile per tutta la sinistra italiana .- Noi Socialisti possiamo ancora divenire, per la nostra cultura di governo, per la nostra diretta appartenenza politica al campo del Socialismo europeo, per la nostra capacità di rappresentanza della domanda sociale, e per la nostra capacità di tradurre le istanze del paese in proposte di governo e di riforma, la forza più idonea a promuovere, sulla base di una nostra proposta complessiva di riforma del sistema paese, la ricostruzione di un tessuto unitario largo di alleanze a sinistra, destinato a tradursi in un progetto di governo autonomo della sinistra italiana, in grado di coinvolgere anche le ampie aree della contestazione al sistema politico oggi massicciamente rappresentate in parlamento. Queste sono le ragioni fondanti della mozione congressuale della Sinistra Socialista.
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II) La sconfitta elettorale del PD è stata la conferma, ad urne chiuse, della debolezza, da noi analizzata per tempo , della proposta politica contenuta nella dichiarazione d’intenti del centro-sinistra .
Il PD ha mostrato ancora una volta di non essere in grado, per i limiti del suo orizzonte culturale , frutto delle contraddizioni irrisolte del suo processo formativo, di proporre un credibile progetto di governo del cambiamento ,anche solo minimamente alternativo ,nei suoi riferimenti di programma , al modello esistente di subordinazione tra economia reale e poteri finanziari che ha caratterizzato il fallimento del sistema neo – liberista.
Da questa inconsistenza di partenza ha tratto origine la risultante elettorale finale, che ha mostrato il fallimento del tentativo di costruire, attorno a quella proposta politica, un nuovo grande blocco sociale democratico, potenzialmente maggioritario nel paese, in grado di raccogliere ed unire alle classi subalterne tradizionali, i nuovi soggetti sociali, professionali ed autonomi, colpiti dalla crisi e frustrati dal crollo delle prospettive di mobilità sociale, le comunità dei produttori di beni e servizi reali soffocate dalle logiche distruttive della speculazione finanziaria, e tutte le fasce sociali ,variamente differenziate, poste dalla crisi in una condizione di assoluta incertezza di ruolo sociale e di prospettiva di vita futura.

Il PSI, da parte sua, condizionato dal gravissimo errore politico iniziale costituito dalla mancata presentazione di una sua autonoma candidatura alle primarie del centro-sinistra, che lo ha portato ad essere assorbito nelle liste del PD, non è stato, come era prevedibile, in grado di esercitare alcun ruolo politico nello scontroelettorale, perdendo l’ultima occasione disponibile per ricostruire una sua identità forte quale forza capace, pur nelle sue ridotte dimensioni, di tamponare gli errori ed i limiti della campagna elettorale del PD, che di fatto è diventata la campagna elettorale della intera coalizione.
Le ragioni vere del successo elettorale di massa dei 5 stelle affondano quindi le radici, oltre che nella crisi di rappresentatività di un sistema politico sempre più autoreferenziale e privo di capacità innovativa di fronte all’incedere della crisi, anche in questo fallimento complessivo della proposta del centro-sinistra, aggravata dalla assenza in campo di una nuova soggettività alternativa a sinistra in grado di colmare, almeno in parte, questo vuoto politico, coniugando storia, cultura e tradizione con le esigenze di rinnovamento e cambiamento.
Il quadro politico che emerge dal voto, in ogni caso presenta elementi di grande interesse per la sinistra, a partire dalla sconfitta frontale ed inappellabile subita dai sostenitori diretti di un quadro di unità nazionale tutto concepito sulla subalternità del paese alle logiche, assolutamente recessive, di equilibrio finanziario e di compressione di bilancio imposte dalla interpretazione germanica dei parametri di compatibilità del sistema euro.
Il quadro scaturito dal voto, rappresenta complessivamente, sui contenuti concreti ed in particolare sui temi del lavoro, della democrazia, e del rapporto tra finanza ed economia reale, un’Italia, pur confusamente, più a sinistra nel sentimento e nella volontà dei cittadini.
Il risultato elettorale segna l’emergere di un quadro politico che non potrà più eludere il nodo decisivo della riforma strutturale del rapporto tra politica e pubblica amministrazione, e rende in ogni caso molto più labile la presa culturale delle elite finanziarie, e delle sue intellighenzie di servizio, sulla pubblica opinione.
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III) Il vero problema da risolvere sarà come sempre, ma stavolta finalmente appare in modo molto più nitido agli occhi degli italiani, il completamento del processo evolutivo della sinistra italiana verso una forza autenticamente socialista, che consolidi in modo critico un suo specifico rapporto con il resto del socialismo europeo, essendone lucidamente consapevole sia dei suoi attuali limiti di contenuto, sia delle sue grandi potenzialità innovative, in grado finalmente di lavorare ad un nuovo modello di sviluppo delle nostre società, ed in grado, nell’immediato, di dialogare con le espressioni politiche della volontà maggioritaria nel paese di riforma del sistema politico, comprendendo in quest’area di relazioni politiche anche la parte del Mov. 5 stelle che sta dimostrando maggiore disponibilità ad un dialogo con i partiti della sinistra.
Appare evidente che il PD, così come e’ ora, non può reggere ad un fallimento elettorale di queste dimensioni, a prescindere da qualsiasi soluzione di governo riesca ad incollare nell’immediato, non avendo né un adeguato livello di rappresentatività elettorale, e né un autonomo progetto di governo su cui costruire una ipotesi di lavoro adeguata alla profondità dei problemi che il precipitare della crisi economica apre nella società e nel tessuto produttivo del paese.
Appare sempre più necessaria, quindi, la definitiva evoluzione del centro-sinistra verso una sua riaggregazione attorno ad una nuova forza Socialista, attraverso un inevitabile processo costituente, nella sinistra italiana, che coinvolga in primo luogo lo stesso PD, ed all’interno del quale i Socialisti si determinano a giocare fino in fondo il loro decisivo ruolo di orientamento e di indirizzo, sulla base della propria cultura politica, del loro patrimonio ideale, e della loro appartenenza nel campo degli schieramenti europei, anche recuperando un forte alleanza con SEL ora che ha scelto nettamente l’approdo al PSE.
Una nuova forza, chiaramente individuata nel nome e nelle appartenenze europee, al Socialismo, finalmente autonoma culturalmente, e libera dai condizionamenti derivanti dal consenso dei poteri forti, il cui appoggio e’ stato sistematicamente richiesto dal centro-sinistra della II repubblica, alla perenne ricerca di una legittimazione esterna in grado di colmare i suoi limiti di rappresentanza sociale, dovuti alla debolezza e mancanza di chiarezza della propria identità e del proprio messaggio politico.
Una nuova forza Socialista, che, a partire dal recupero pieno dello spessore democratico dei propri stessi processi decisionali interni, e dall’applicazione sostanziale del’art 49 della costituzione, sia nelle condizioni di rinvigorire i processi democratici ad ogni livello decisionale funzionale dello Stato, divenendo in grado in grado di rappresentare anche quelle forze nuove che correttamente pongono al centro della ricerca di un nuovo modello sociale una nuova distinzione, con il rigoroso rispetto delle rispettive sfere di competenza, tra le funzioni di indirizzo politico ed i compiti di gestione concreta della struttura amministrativa, e che considerano la legittimità dell’azione amministrativa ed il rispetto della legalità nei rapporti sociali e civili un elemento non negoziabile della vita democratica del paese.
Una nuova forza della Sinistra che, a partire dallo stesso snellimento dei propri apparati sappia lavorare per realizzare nei processi di riorganizzazione della struttura e del funzionamento del nostro governo amministrativo risparmi di spese tali da garantire, a parità di tagli nei trasferimenti, un livello pressoché immutato nel livello della erogazione dei servizi, ed un recupero di forti disponibilità per la riattivazione di una politica pubblica di interventi a sostegno della sicurezza sociale e del tessuto produttivo.
Il Partito Socialista deve quindi in questa fase recuperare una piena autonomia politica per essere in grado di orientare, sulla base di una propria forte riaffermazione di identità, questa nuova ricomposizione Socialista della Sinistra, sul terreno centrale su cui la sinistra deciderà il proprio futuro, e con esso quello della nostra concezione sociale della democrazia, costituito dalla definizione, anche a livello europeo, di un programma di RIFORME di STRUTTURA che segni i contorni di una ALTERNATIVA di MODELLO attorno a cui tessere un nuovo progetto di governo dei processi sociali, all’interno di una complessiva RESTITUZIONE di POTERE agli ISTITUTI DI RAPPRESENTANZA DEMOCRATICA in grado di consentire alle società civili una riappropriazione di sovranità nella determinazione degli indirizzi del proprio sviluppo.
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IV) Il Partito Socialista deve quindi assumere una posizione di netta opposizione a questo governo di Larga Intesa tra PD e PDL, che trova la sua forza politica nell’essere l’unica ipotesi di governo che può garantire una totale conformità di azione al rispetto dei parametri rigidi di bilancio, voluti dalle lobby finanziarie e bancarie di Bruxelles, e dalla interpretazione rigorosamente monetaristica del sistema euro, scelta dai paesi con più forte equilibrio di spesa anche a costo di accelerare il processo recessivo in atto nei paesi più indebitati. I Socialisti devono contestare un governo caratterizzato dalla sua incapacità di concepire una politica economica attiva ed autonoma, estranea allo schema della ulteriore dissoluzione dei nostri residui strumenti di intervento pubblico nelle scelte produttive, destinati ad essere utilizzati come pegno reale e concreto per la concessione di una salvaguardia monetaria sui mercati da parte della comunità finanziaria . Un governo che al di là del protagonismo del suo presidente del consiglio, esiste solo per vigilare sul rispetto dei parametri di bilancio, che avendo ricevuto quale compenso d’avvio lo zuccherino della revoca della procedura d’infrazione dei limiti a patto di tenersi nei binari prestabiliti, non e’ nelle condizioni di impostare alcun significativo intervento di politica industriale e, men che meno, alcun intervento di indirizzo delle politiche bancarie nel settore delle attività produttive.
Il Partito deve quindi assumere questa posizione di opposizione al governo a partire da una contestazione della sua politica economica e sociale, anche attraverso la definizione di una propria autonoma Proposta di Legge Delega Generale sulla Politica Industriale, formalizzata con tanto di immediate coperture finanziarie, in grado di coprire con proposte di intervento, di incentivazione, di ristrutturazione e di riorganizzazione, tutte le nostre principali filiere produttive, che il Governo dovrebbe assumere organizzando, in contemporanea, in collaborazione con il CNEL, una grande conferenza nazionale, sotto l’egida della presidenza della Repubblica, sulla difesa della nostra Industria, e sulla autonomia della nostra politica industriale.
Il partito deve quindi progettare una nuova politica industriale, più selettiva nei settori di impegno produttivo anche se orientata a mantenere presenze significative in tutte le filiere produttive di base, che eviti di cadere nell’illusione che un rilancio della nostra produzione industriale di massa posa essere in grado di far concorrenza totale ai Paesi emergenti. L’Italia, in questo senso, dovrà sviluppare tre tematiche che potranno, in ogni caso, diventare i suoi punti di forza anche a fronte di un ulteriore rafforzamento della capacità produttiva dei nuovi produttori emergenti: Agricoltura delle eccellenze, Turismo ed Innovazione tecnologica. Punti che attualmente il nostro sistema Paese sta trascurando, e attraverso i quali si potrà far passare, invece, il rilancio dell’Italia attraverso strategie di economia reale e non di puro pareggio teorico di bilancio che non tiene conto non solo delle necessità, ma nemmeno dell’esistenza stessa dei cittadini. Per far ciò occorrerà mettere mano pesantemente alle carenze del nostro sistema formativo, arretrato ed incapace di contribuire a creare eccellenze, ed inadeguato a reggere il confronto nei settori più ricchi di tecnologie avanzate, come dimostrano tutte le più recenti stime OCSE. Compito dei Socialisti e’ lavorare ad un sistema formativo che tenga conto di una agricoltura moderna e scientifica, collegata e integrata con la salvaguardia e il rilancio del territorio e delle sue eccellenze, e di un turismo orientato al rilancio della cultura e del territorio. In funzione di ciò non riteniamo accettabile che il partito
all’interno dei suoi settori di lavoro continui a non avere alcun gruppo che si occupi di agricoltura e che il turismo, che dovrebbe essere settore strategico, sia relegato nel “tempo libero”. Riteniamo inoltre indispensabile che i settori scuola e università elaborino delle proposte che raccordino le necessità di nuovo sviluppo del Paese con i programmi formativi, dando significato concreto al “Diritto allo Studio” e garantendo comunque che all’interno di questi stessi percorsi formativi non vengano lasciati indietro gli “ultimi” per mancanza di tempo o di risorse.
Il Partito Socialista Italiano deve porre questo obiettivo al centro del proprio programma di azione immediata, costruendo su questo tema una piattaforma comune di iniziativa con tutte le altre forze della sinistra disponibili su cui incalzare da un lato il governo, e dall’altro lo stesso PSE, ancora irresoluto nell’imprimere una svolta radicale alla politica economica comunitaria. Il PSI, attraverso tutte le proprie iniziative deve in ogni caso essere protagonista della ricostruzione di una nuova forza socialista ed unitaria, in grado di risolvere la crisi della sinistra italiana riproponendo con forza rinnovata un orizzonte di trasformazione democratica della società e del suo modello di sviluppo. Il primo vero banco di prova del nostro autentico recupero di autonomia politica deve quindi essere costituito da una nostra iniziativa diretta ad orientare gli equilibri di governo verso un governo delle sinistre, di tutt’altra natura politica e ben altro spessore politico e programmatico, che può trovare la sua maggioranza da un accordo esplicito e contrattato tra le forze della Sinistra Riformista ( PD , PSI e SEL ) e la parte disponibile del Mov 5 Stelle. Un nuovo Governo in grado di gestire, sulla base di una ampia maggioranza, il rapporto con l’Europa in modo assolutamente diverso rispetto all’operato di Monti e Letta. Un governo che agisca al fine di tutelare il nostro tessuto produttivo, e salvaguardare l’interesse della nostra comunità nazionale ad un sistema paese fondato su un equilibrio sostanziale dei propri rapporti sociali, in grado di affrontare il peggioramento della congiuntura recessiva nella quale rischiamo di affondare in modo irrecuperabile con una ben diversa credibilità, ed una piena autonomia nelle sue proposte di politica economica e sociale.
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V) Il nostro obiettivo è quindi cambiare la direzione politica del Partito Socialista, per portarlo su posizioni critiche della deriva neocentrista del PD, e per ricostruire un rapporto di alleanza politica con tutte le forze disponibili, a partire da Sel alla luce della sua volontà di approdare al PSE, nel comune orizzonte del riferimento politico al Socialismo Europeo. Il nostro disegno e’ ricostruire una grande forza Socialista in Italia per rafforzare e rinnovare il Socialismo europeo, risolvendo la sua crisi di prospettiva e rafforzandone il suo carattere naturalmente alternativo ai conservatori ed ai poteri finanziari che condizionano lo sviluppo e limitano gli spazi di democrazia. In tal senso l’insegnamento delle elezioni tedesche costituisce per noi una sfida nuova a cui vogliamo dare risposta. Le recenti elezioni Tedesche, cosi come le ultime elezioni in Spagna, dimostrano, per l’ennesima volta, che le forze Socialiste devono poter essere in grado di proporre alla gente una alternativa nei programmi di governo, per evitare che le forze conservatrici e moderate abbiano sempre a portata di mano ampie maggioranze di governo per politiche di gestione dell’esistente. Lo schieramento delle forze moderate e conservatrici europee, a meno che in casi limite non deraglino verso forzature estreme, allo stato ancora non ipotizzabili come soluzioni di sistema, è infatti sempre nelle condizioni di garantire, a parità sostanziale di condizioni, una tradizione di consuetudini di rapporti di consonanza, e di governo, con quelle classi dirigenti economiche e finanziarie a cui la stessa sinistra finisce per riconoscere, non solo la indispensabilità nelle funzioni di collaborazione di governo, ma addirittura il merito di aver impostato e condotto, quali principali protagoniste, un modello di crescita da cui si ritiene di non poter prescindere pena l’arretramento sociale complessivo della società. Il Socialismo Europeo è quindi ormai di fronte alla necessità, non più prorogabile, di rielaborare un proprio nuovo autonomo progetto di sviluppo equilibrato e solidale delle società avanzate del’occidente democratico, funzionale ad un diverso disegno di governo dell’economia e delle regole finanziarie che ne costituiscono l’attuale struttura portante, e di lavorare ad un modello di rapporti sociali in cui il valore del Lavoro, inteso come categoria generale di riferimento nei processi di creazione della ricchezza economica, e la qualità della vita e dei rapporti civili tra gli individui, assumono una centralità nei processi decisionali rispetto alle logiche di compatibilità di una società di mercato, attraverso la valorizzazione dei processi democratici a tutti i livelli . Il compito dei Socialisti Italiani e’ quindi quello di contribuire a definire questa nuova progettualità. Da questa esigenza di recupero di un livello di proposta adeguato alla profondità della crisi, ancora irrisolta, nasce la necessità di una ridefinizione a sinistra dei caratteri dell’azione e dello spessore programmatico del Socialismo Europeo, rispetto a cui il Socialismo Italiano, per la sua storia e la sua elaborazione tradizionale, in particolare sulle politiche di programmazione, sul ruolo dell’intervento pubblico in economia, e sulla rappresentanza della conflittualità sociale in termini di politiche riformatrici, è assolutamente in grado di svolgere un ruolo trainante.
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VI) La nostra idea dei compiti del Partito Socialista parte dalla consapevolezza che nei sistemi di governo del paese del rapporto tra stato e cittadini non funziona più niente, e siamo tutti di fronte ad una crisi generale del funzionamento dello stato e della amministrazione che rende non più governabili gli effetti sul debito della crisi finanziaria. I dati sul fabbisogno dello Stato per l’anno in corso, ancora in incremento nonostante i tagli al welfare ed agli enti locali, rappresentano la prova di un sistema amministrativo totalmente fuori controllo. Gli interessi sul debito, che mangiano i margini di risparmio sulla spesa pubblica faticosamente ricavati da una politica economica sempre più recessiva, rappresentano un macigno che rende le manchevolezze del nostro sistema paese ancor più insopportabili. La crisi del sistema bancario e la totale assenza di qualsiasi politica industriale impediscono una efficace difesa del nostro sistema produttivo e dei suoi livelli occupazionali, nonostante la capacità di molte nostre residue aziende ancora consenta al paese di avere un surplus commerciale non minimale con i mercati esteri. In un quadro del genere la sinistra italiana deve poter divenire, nuovamente, una ancora di salvezza per il paese, interpretando nuovamente in forma moderna il compito storico del movimento dei lavoratori, purché sia in grado di legare la sua proposta ad un mutamento del modello di sviluppo del paese, su cui chiamare a raccolta tutti i ceti produttivi e l’intero mondo del lavoro in tutta la sua complessità, ed attraverso cui lanciare una speranza ed una sfida d’impegno a tutto l’universo precario ed inquieto delle giovani generazioni, e con esso a tutte le fasce della popolazione colpite dalla crisi del modello finanziario nelle proprie legittime aspettative di mobilità sociale.
Su questo grande obiettivo di cambiamento democratico e di riforma sociale i Socialisti debbono e possono essere protagonisti di questo processo di Rinascita di una Sinistra Italiana indebolita dai limiti e delle contraddizioni che ne hanno senato l’evoluzione in questi ultimi 20 anni, partendo proprio dalla difesa dei caratteri sostanziali del nostro patto Costituzionale, e della natura giuridica della nostra Costituzione, sopratutto in questa fase storica di crisi del sistema economico e del nostro complessivo modello di sviluppo, e di estrema confusione del nostro quadro politico, esposto senza alcuna difesa al condizionamento ed al ricatto dei mercati finanziari e delle forze che ne governano e regolano le spinte speculative.
La difesa della nostra Costituzione per noi Socialisti deve quindi costituire un primo serio argine contro l’attacco al sistema di garanzie sociali previsto dalla nostra Carta Costituzionale, concepito scientificamente fin dall’inizio della recessione come il modo con cui le classi dirigenti economiche e finanziarie pretendono di risolvere la crisi finanziaria di cui portano per intero la responsabilità. La difesa della sostanza del dettato costituzionale deve essere riaffermata dai Socialisti anche sul tema chiave della amministrazione della Giustizia. Il PSI deve schierarsi fuori dalle manovre dei poteri forti che con le grandi coalizioni che si sono succedute negli ultimi anni con il governo Monti e, poi, con il governo Letta hanno fatto strage dei diritti dei cittadini, in particolare dei più deboli, realizzando una riduzione, se non la soppressione, dei diritti dei cittadini, in particolare in materia di accesso alla Giustizia, in palese ed affermato contrasto con i principi della Costituzione. La giustizia civile è stata palesemente mercificata con la ripresentazione della “mediaconciliazione” e con la soppressione di circa la metà dei Tribunali e delle sezioni distaccate e con la soppressione del 90% degli uffici del Giudice di Pace, accompagnata dall’aumento dei costi vivi di bolli e contributi, per non parlare delle proposte avanzate dai predetti governi di privatizzare il sistema carcerario, sul modello americano, creando penitenziari di serie A e di serie B a secondo del censo del detenuto. Il PSI deve farsi carico della battaglia per l’amnistia e per la depenalizzazione della legge Bossi-Fini e della legge Fini-Giovanardi, recuperando il sistema carcerario come luogo di espiazione e recupero anziché di cloaca sociale. Per tale ragione il PSI deve farsi carico di una Conferenza Nazionale per la Giustizia, che recuperi nel settore civile gli spazi di accesso per tutti i cittadini al servizio Giustizia e, in sede penale, operando una rilettura della disciplina sanzionatoria vigente che, dall’approvazione dell’amnistia, depenalizzi i reati minori inasprendo le pene per i reati associativi, per il traffico di stupefacenti e per la tratta dei clandestini, rifiutando la mercificazione della Giustizia e lavorando per l’ampliamento dei diritti per i soggetti deboli.
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VII) Solo un mutamento profondo nella Direzione Politica del partito può consentirci di essere all’altezza di questi compiti. Un cambiamento che evidentemente non riguarda solo la figura del segretario ma implica una concezione del tutto diversa del ruolo dei socialisti nel nostro sistema politico, e soprattutto riguarda una nuova disponibilità naturale dei nostri nuovi gruppi dirigenti a vivere la politica come una sfida all’esistente, ed a considerare i rischi connessi alle scelte politiche, dovute in base alle nostre convinzioni, come una conseguenza inevitabile di una condizione di minorità politica, che non può più essere assecondata con quel susseguirsi di forme di sopravvivenza subalterna che stanno portando progressivamente alla nostra morte politica. Per mettere il Partito Socialista nelle condizioni di essere protagonista di questo processo costituente è necessario un lavoro di ristrutturazione dell’assetto direzionale del Partito.
In particolare abbiamo bisogno di un nuovo assetto della sua guida che preveda innanzitutto una distinzione di ruolo tra i componenti dei gruppi parlamentari ed i compagni incaricati del compito di Direzione politica del Partito, allargando, da un lato, il gruppo dirigente del partito, in un rapporto di interazione e collaborazione delle due diverse esperienze, e, dall’altro, realizzando le condizioni oggettive per cui le contingenze e le necessità dei rapporti parlamentari non incidano e condizionino una azione di partito che deve necessariamente essere ben più autonoma e coraggiosa di quanto non sia avvenuto nel periodo preelettorale. E’ indispensabile, infatti, superare lo stato di emergenza vissuto negli ultimi anni, in cui la necessità di recuperare una rappresentanza parlamentare ha spesso portato il partito ad adottare cautele ed atteggiamenti di natura tattica, che non consentirebbero più, in futuro, il consolidamento di quella identità politica, nettezza di proposta, e forza d’immagine che un nuovo processo politico costituente a sinistra, come quello che proponiamo al partito, rendono assolutamente indispensabili.
Il Partito deve riaggregare attorno al suo nuovo progetto politico tutto l’universo del socialismo italiano diffuso nel paese, sentendosi partecipe a tutti gli effetti di ogni movimento che si pone l’obiettivo di promuovere e far rinascere l’idea del socialismo in Italia. Il Partito deve quindi avere un rapporto diretto e vivo con tutte le altre realtà o soggettività politiche socialiste, a iniziare dai circoli e dall’associazionismo Socialista indipendente, (Gruppo di Volpedo, Network per il Socialismo europeo, Democrazia Socialista, Movimento per il Socialismo Europeo, Unità Socialista, Lega dei Socialisti, Movimento dei Laburisti, Partito Socialista dei Siciliani, I Circoli Rosselli, Le Fondazioni create a nome di Compagni Storici, e molte altre ancora.), sorte durante gli anni della II repubblica in conseguenza della dissoluzione del vecchio PSI, e come risposta alla debolezza della proposta politica del nuovo Partito “ufficiale”. Questo lavoro di riaggregazione deve essere svolto senza nutrire pretese di egemonia o di primato, fondate sulle dimensioni politiche o sul ruolo da esso ricoperto nel sistema politico, forti invece della consapevolezza di agire in nome del progetto politico di costruire una nuova grande forza Socialista nella sinistra italiana.
A questo fine sarà utile dotarsi di una struttura a base federale del partito, trasformando la Direzione in un organismo in cui componenti sono in parte espressione a nomina diretta delle organizzazioni Regionali del Partito, ed in parte di nomina “centrale” designata direttamente al momento dell’elezione degli organismi da parte del congresso. Infine, nonostante la nostra mozione indichi, come da Regolamento approvato il nome del candidato segretario, nella persona del nostro compagno Franco Bartolomei, e di un altro nostro compagno in qualità di presidente dell’ assemblea Nazionale, rivendichiamo in tutte le sedi e in tutte le occasioni con orgoglio la prevalenza della politica sulla persona e la caratteristica del PSI come partito non “personale” e non “padronale”, in cui l’idea, la programmazione, lo sviluppo politico hanno maggior rilevanza e importanza rispetto a chi queste idee rappresenta. Ribadiamo quindi che il Segretario Nazionale dovrà essere il rappresentante e il portavoce degli indirizzi politici e della programmazione politica del partito, e non dovrà invece la programmazione politica egli indirizzi politici del partito essere costruiti intorno alla figura della persona che si vuol portare al ruolo di segretario.
Bartolomei Franco, Vilonna Antonio Raffaele, Lo Faro Lucio, Lombardo Salvatore, Potenza Giuseppe, Ricciuto Enrico, Atzeri Paolo, Cocchi Desiree, Bartolucci Proietti Adriano, Berti Maria Adele, Chirico Maria Luisa, Cocco Maria Cristina, Andreini Marco, Vita Luciano, La Commare Giacomo, Valori Federico, Mangano Manfredi, Villa Loretta, Poli Paola, Centrone Carmen, Di Lauro Raffaele , Fanni Luisella, Finistauri Emanuela, Gitto Antonio, Gulisano Antonio, Lattarulo Vito, Marconi Sciarroni Francesca, Magalotti Vincenzo, Matasso Antonio, Nucera Carmelo Giuseppe, Proti Giovanni, Calligaris Maria Grazia, Rosini Anna, Ligori Marco, Ferazzano Chiara.

Allegato alla Mozione Congressuale della Sinistra Socialista
I punti seguenti rappresentano la proposta programmatica, in materia di politica economica, e sociale della Mozione Congressuale della Sinistra Socialista in coerenza con gli indirizzi politici che ne costituiscono la premessa e definiscono la cornice di riferimento dell’azione del Partito Socialista.
La nostra Proposta, nel solco della tradizione politica del socialismo, intende coniugare competitività economica e diritti sociali, all’interno di una impostazione favorevole alla crescita e alle sue compatibilità con le variabili ambientali , ed in contrasto con le diseconomie prodotte da una crescita non regolamentata.
l’impostazione economica socialista che proponiamo al Partito Socialista:
1) mira con particolare attenzione alle questioni redistributive, non soltanto riferite al reddito, ma anche alle opportunità universali di accesso a quei beni e servizi pubblici di base, che rappresentano la base di una società realmente democratica, nella misura in cui si coniugano le libertà formali con quelle sostanziali, che sono di tipo socio-economico e di eguaglianza delle possibilità di accesso, in base ai propri meriti ed al proprio impegno, alla mobilità sociale ascendente;
2) prevede forme di tutela sociale avanzate ed universalistiche, affinché nessuno resti indietro, ed i valori fondanti di una comunità di donne e di uomini, siano riferiti prima di tutto alla solidarietà, e non ad una disastrosa cultura della competizione come valore a sé stante, e non come semplice veicolo di espressione della pienezza del potenziale degli individui; è statalista, e dirigista, nel senso più nobile di questi termini, perché parte dal presupposto che il mercato, lasciato da solo, produce fallimenti, allocazioni delle risorse non efficienti, e fluttuazioni cicliche disastrose fondate sulla legge del calo tendenziale del tasso di profitto, come esemplifica il braccio discendente del ciclo di Kondratieff che il capitalismo globale sta vivendo, a seguito dell’esplosione delle “due bolle” (immobiliare e dei debiti sovrani) dal 2007 ad oggi; è fortemente imperniato sulla difesa strategica degli asset fondamentali dell’economia nazionale, ma rifugge da ogni illusione di nazionalismo economico, sovranismo monetario o autarchia produttivo/commerciale, incardinandosi fortemente ed in modo irrinunciabile ad un’idea di Europa che va fatta progredire, va resa progressista e più democratica, ma che va difesa, per i valori di pace che porta in sé, ma anche per il semplice ragionamento economico secondo il quale in un’economia sempre più integrata su scala globale il nazionalismo economico è fonte di aggravamento della crisi, non di sua soluzione, e peraltro conduce a pericolose derive politiche basate sul riavvio di un’accumulazione fondata su basi militaristiche, come ci insegna la storia della Grande Depressione degli anni trenta del secolo scorso. Il nostro convincimento è che non sia l’euro la radice della crisi attuale, ma l’impostazione esclusivamente finanziaria e monetarista con la quale l’area-euro è stata costruita, da Maastricht al Fiscal Compact, che deve assolutamente essere invertita dall’azione riformatrice del PSE e del resto della sinistra europea .

Per un’Europa dei popoli
Quella per l’Europa non è una opzione ideologica, né romantica né tantomeno retorica. Essa è una opzione di strategia razionale in un mondo che sta velocemente cambiando. Come quando nacquero gli stati nazionali era irrazionale persistere nelle piccole strutture post-feudali, oggi risulterebbe irrazionale persistere nella struttura Stato nazionale di fronte ad una globalizzazione che vede come protagonisti aggregati di stati a livello quasi continentale. Cinquant’anni di pace in Europa sono il maggior risultato della politica europea i cui confini potrebbero non essere definitivi, estensibili come sono ai territori dell’est, Russia compresa, e del bacino dell’intero mediterraneo.
Certo l’istituto Europa sta destando preoccupazioni sul suo funzionamento in particolare sulle sue regole democratiche oltre che sul funzionamento della sua moneta. Ci sono preoccupanti rischi di deterioramento delle regole democratiche sostituite da decisioni tecnocratiche prese a livelli apicali e senza reale riscontro con rappresentanze dirette o elette. Non ci preoccupa la cessione di sovranità all’istituto Europa, cessione peraltro contemplata dall’art. 11 della nostra Costituzione, ma fenomeni come quello della lettera della BCE al nostro governo dell’agosto del 2011, costituisce un precedente la cui opportunità va profondamente riconsiderata, riteniamo cioè che i governi dei singoli Stati abbiano il potere di decidere come realizzare obiettivi pur impostigli. Va rivista la funzione del Parlamento europeo ed i suoi poteri decisamente asimmetrici rispetto a quelli della Commissione. Sono molte le critiche che possono essere fatte all’Europa, ma riteniamo che esse vadano fatte all’interno della stessa; non riteniamo condivisibili opzioni che contemplino la non appartenenza del nostro Paese a questa comunità. Nel criticare l’attuale conduzione della comunità, abbiamo sempre presenti le cause della crisi economica e finanziaria iniziata negli Stati Uniti nell’agosto del 2007. La crisi non è ascrivibile né ai debiti sovrani, né, tantomeno alle pressioni salariali ma la causa indiscussa risiede esclusivamente nell’essenza del capitalismo finanziario: quel capitalismo che ha sostituito, come direbbe Keynes, “l’intraprendenza” con la “speculazione”. Va contrastato, a nostro avviso, il clima culturale e gli strumenti che hanno permesso l’affermarsi della “speculazione” come modello di sviluppo prevalente nelle nostre economie. Dobbiamo riportare al centro della cultura economica il lavoro e mettere come obiettivo principale dell’azione economica la piena occupazione dei fattori della produzione.
E’ in questa ottica che giudichiamo positivamente le recenti decisioni europee di introdurre la Tobin tax, e di vietare le vendite allo scoperto e i credit default swaps nudi. Altri provvedimenti andranno presi, in particolare nella separazione della funzione bancaria commerciale da quella di banca d’affari, e dall’uso delle cartolarizzazioni che deresponsabilizzano le banche dalla corretta concessione e gestione dei mutui.
Auspichiamo inoltre una maggioranza europea che riveda i trattati su obiettivi condivisibili e capaci di governare la congiuntura economica: rivedere il pareggio di bilancio limitato al pareggio delle spese correnti per avviare il rientro dal debito eccedente e prevedere la golden rule di Delors che ammetta il finanziamento a debito degli investimenti socialmente produttivi per i quali condividiamo l’asseverazione da parte di istituzioni di controllo centrale. Ma le nostre opzioni sono decisamente per un intervento della politica nella promozione di interventi che costituiscano pre-condizioni per la costruzione di un’area valutariamente ottimale; solo in tale contesto l’euro sarà una moneta forte, sicura e benvoluta da tutti: operatori e consumatori.
La fretta con la quale è stato varato l’euro, senza che fossero affrontate le necessarie convergenze nei fondamentali dei paesi partecipanti, che non si limitassero solo ai parametri di Maastricht, nella deterministica convinzione che le convergenze tra i fondamentali seguissero automaticamente, lasciando operare i meccanismi di mercato, ha portato purtroppo ad una moneta debole e attaccabile dalla speculazione globalizzata. Ma l’implementazione delle necessarie pre-condizioni per la costruzione di un’area valutariamente ottimale, richiede una volontà politica ed una capacità programmatoria che solo una maggioranza socialista può garantire all’Europa. E’ questo il cammino che proponiamo come programma di governo per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Coerentemente con quanto sopra premesso, chiediamo una riconfigurazione radicale delle politiche economiche, finanziarie e istituzionali dell’Unione Europea, secondo le linee in appresso specificate.
A) Riequilibrio del rapporto fra produttività e costo dei fattori nei Paesi partecipanti all’Unione. L’asimmetria fra avanzi e disavanzi di bilancia commerciale fra i Paesi membri segnala differenziali di produttività, i quali, a loro volta, generano eccessivi differenziali di crescita, creando tensioni sociali, in presenza di una insufficiente mobilità internazionale dei fattori (in particolare del fattore-lavoro). Ciò finisce per ripercuotersi sui saldi di finanza pubblica nazionali e sui gap inflazionistici, creando le conseguenze affinché un serio attacco speculativo sui debiti sovrani faccia deflagrare l’intera area. Si propone quindi di fissare, in sede europea, una parametrazione della crescita dei salari reali rispetto all’andamento della produttività del lavoro che sia più generosa per i Paesi a bassa crescita (cioè a bassa produttività) ma che parta da livelli minimi salariali diversi da Stato e Stato, e determinati dalla contrattazione nazionale fra parti sociali, ad es. in Italia, in sede di contratto collettivo di categoria (o altri sistemi per gli altri Stati membri). In tal modo, gradualmente e nel tempo, vi sarà una progressiva, maggiore omogeneizzazione dei livelli di crescita e dei differenziali di bilancia commerciale, con effetti positivi sui saldi di finanza pubblica e sulla tenuta complessiva dell’area-euro.
B) Potenziamento dei trasferimenti finanziari alle aree deboli. Il modello che prevede la realizzazione di aree valutarie ottimali , come dovrebbe tendere ad essere l’Europa dell’euro , richiede la sostenibilità sociale non soltanto inter-territoriale (cioè fra Stati membri ), ma anche quella intra-territoriale (cioè all’interno dei singoli Stati membri, laddove vi siano dei “Mezzogiorni”): in presenza di mobilità imperfetta del lavoro, infatti, i differenziali di produttività generano sacche di disoccupazione localizzate, comportando effetti squilibranti simili a quelli tra Stati. In aree valutarie come gli USA o il Canada, sono previsti sia trasferimenti finanziari a lungo termine per gli Stati/regioni più poveri, sia trasferimenti di breve termine stabilizzanti, in presenza di shock asimmetrici. Nell’Unione Europea, sono previsti soltanto i primi (tramite le politiche di coesione) mentre sono assenti i secondi. Si propone quindi, da un lato, di migliorare e rafforzare le politiche di coesione, dall’altro di introdurre meccanismi di “ammortizzazione” del ciclo destinati specificamente ai Mezzogiorni d’Europa.
Nello specifico, si propone di aumentare il budget delle politiche di coesione per il ciclo 2014-2020 del 10% circa, dagli attuali 335 miliardi di euro proposti (più 89,9 miliardi per lo sviluppo rurale), a 369 miliardi (più 89,9 miliardi per lo sviluppo rurale), tagliando del 30% la sommatoria dello stanziamento proposto per il Fondo europeo di sviluppo, la riserva per aiuti d’urgenza, gli affari interni, la protezione civile europea, il fondo europeo per l’adeguamento alla globalizzazione. I 34 miliardi aggiuntivi andranno destinati ad un fondo sperimentale per interventi anticiclici, da attivarsi in caso di cali congiunturali del ciclo macroeconomico generale, concentrati esclusivamente sulle aree in obiettivo-convergenza (oggi definite mediante l’inadeguato criterio del PIL pro capite inferiore al 75% della media-Ue) basati su riduzioni di imposte dirette e/o su trasferimenti finanziari diretti ai cittadini ed alle imprese. Si propone inoltre di migliorare il funzionamento della politica di coesione, ridefinendo il criterio del PIL pro capite per l’identificazione delle aree in convergenza o in competitività (o in phasing out) affiancandolo al criterio del tasso di disoccupazione. La programmazione dei fondi strutturali, del FEASR e del Programma-Quadro per la R&S, oggi settennale (quinquennale per il programma-quadro), dovrà divenire biennale (ferma restando la programmazione settennale del budget complessivo destinato ai fondi strutturali), in modo da modificare il quadro programmatico più rapidamente al mutare dello scenario macroeconomico. A tale fine, sarà introdotta una drastica semplificazione della procedura di programmazione, eliminando la fase di negoziazione fra Stato membro e regioni, prevedendo che lo stato membro elabori direttamente un quadro nazionale di sostegno, sotto forma di documento unico di programmazione, che unisca il sostegno di tutti i fondi, comunitari e nazionali, destinati alle aree-convergenza, competitività o in phasing out, da sottoporre ad una semplice procedura di consultazione con le parti economiche e sociali di durata prestabilita e breve, e sottoponga alla Commissione tale documento programmatico. Non esisteranno quindi più programmi operativi nazionali, interregionali o regionali, ma un unico documento programmatico, nell’ambito del quale si prevederanno le quote di risorse gestite a livello nazionale, interregionale e regionale, con la possibilità, per le Regioni, di modulare, entro limiti predeterminati, obiettivi e linee di intervento in funzione delle specificità locali, con documenti programmatici regionali molto snelli. Si prevede altresì di potenziare le capacità europee, nazionali e regionali di monitoraggio e valutazione dei programmi cofinanziati dai fondi strutturali, non soltanto con i sistemi di indicatori, ma anche tramite un potenziamento delle valutazioni qualitative e di tipo sociale.
C) Per un diverso rigore di bilancio. Il meccanismo di omogeneizzazione dei bilanci pubblici degli stati membri, imperniato su una logica neoliberista, e su strumenti come il fiscal compact e l’ESM, non potrà far uscire i Paesi PIIGS da una spirale recessione/debito distruttiva. Nemmeno i meccanismi più o meno mascherati di quantitative easing previsti dalla Bce per l’acquisto di titoli pubblici dei Paesi iper-indebitati avranno effetti particolari, nella misura in cui saranno sterilizzati, e peraltro la condizione di sostanziale trappola della liquidità in cui si trova il sistema, con le banche che tesaurizzano la nuova moneta messa loro disposizione, anziché metterla in circolazione, anche a causa di una carenza di domanda di credito (ad esempio, con l‘operazione LTRO, i deposit facility accesi presso la Bce sono passati da un valore quasi nullo nel 2007 a 480 miliardi nel gennaio 2012) non consente di avere effetti espansivi sulla crescita derivanti da politiche monetarie. Occorrono meccanismi diversi, che comportino una rinegoziazione dei trattati europei, ed in particolare del fiscal compact. Occorre introdurre gli eurobond, mutualizzando e centralizzando i singoli debiti pubblici nazionali, ed abolendo il vincolo costituzionale di pareggio di bilancio, sostituendolo con una formula più flessibile di tendenziale orientamento al pareggio della sola componente costituita dalla differenza fra spese ed entrate correnti, prevedendo quindi la golden rule, ovvero lo scomputo dal pareggio di bilancio della spesa pubblica destinata ad investimenti, asseverata da una norma europea che preveda esattamente la definizione, uniforme per tutti i Paesi membri, id spesa pubblica in conto capitale. Un debito pubblico europeo sarebbe ampiamente sostenibile, ammontando al 90% circa dei debiti pubblici nazionali, con il rapporto deficit/PIL attorno al 3,9%. Le obiezioni dei Paesi nordici più virtuosi, secondo cui dovrebbero accollarsi parte del debito pubblico dei Paesi PIIGS, andrebbero superate con due argomenti: da un lato, i Paesi con debito pubblico superiore al 90% del PIL si impegneranno a proseguire un percorso di rigore finanziario, ovviamente molto più leggero di quello previsto dal fiscal compact, fino a raggiungere il 100% del rapporto debito/PIL (e non un irragionevole ed irraggiungibile 60% entro 20 anni, come previsto dal fiscal compact; è di tutta evidenza che la soglia sostenibile del debito pubblico è quella che coincide con il valore del PIL prodotto) entro 30 anni, e non 20. Ciò, per l’Italia, in termini molto approssimativi, significherebbe poter contare su un risparmio nei tagli di spesa pubblica/aumenti di imposte pari a circa 30-40 miliardi all’anno, consentendo quindi di riattivare un circuito di spesa pubblica sostenibile a favore della crescita. Il secondo argomento è più macroeconomico: i mercati euromediterranei rimangono fondamentali per le esportazioni dei prodotti industriali delle economie nord europee, e l’idea di poterli sostituire con quelli dei Paesi BRICS è in larga misura illusoria. Nel medio periodo, infatti, considerando la rapidissima crescita economica e di competitività di tali economie, l’Europa dovrà pensare più a proteggere i propri mercati interni dall’afflusso di merci dei BRICS, che a conquistarne i mercati. Infine, una regola più credibile di rientro dell’extradebito, rispetto a quella attualmente prevista per il fiscal compact, ridurrebbe anche la speculazione sui debiti sovrani, poiché sarebbe una regola attuabile concretamente, in grado quindi di tranquillizzare i mercati. Qualora non fosse possibile introdurre gli eurobond, i trattati europei andrebbero rinegoziati ponendo come parametro di riferimento delle azioni di riduzione non l’intero debito pubblico nazionale, ma solo quello estero, che è la componente che genera i maggiori squilibri nel sistema creditizio e finanziario europeo. Un impegno riferito alla riduzione progressiva del solo debito estero comporterebbe, per l’Italia, un minore sforzo di risanamento per circa 20 miliardi di euro all’anno.
D) Per un contrasto alla finanza speculativa. Nessuna ripresa dell’economia reale sarà possibile fintanto che non si cambierà il paradigma del meccanismo di accumulazione, spostandolo dall’accumulazione fittizia della finanza verso quella reale. Occorre quindi limitare, anche per via legislativa, la finanza speculativa, costruendo un quadro normativo europeo, da negoziare con le principali piazze finanziarie extracomunitarie. Tale quadro normativo non deve però essere complesso ed omnicomprensivo, come il Dodd-Frank Act, ma snello ed incentrato su poche regole, attuabili concretamente. Si propone di reintrodurre la separazione fra banche commerciali e di investimento, introducendo una normativa simile al Glass-Steagall Act, proibire alle imprese assicurative di utilizzare i premi raccolti dalla clientela per fare investimenti di tipo finanziario, proibire le vendite allo scoperto di tipo “naked”, introdurre il divieto di cartolarizzazione dei debiti immobiliari privati, introdurre una imposta europea dell’1% su tutte le transazioni finanziarie, introdurre l’obbligo, per le amministrazioni e gli enti pubblici, di ricorrere ad un rating erogato da una agenzia pubblica europea di rating, introdurre una agenzia europea pubblica di tutela dei piccoli risparmiatori, articolata in sub agenzie nazionali, che vigili sui prodotti finanziari proposti ai consumatori, con poteri ispettivi e di proibizione alla commercializzazione dei prodotti ritenuti “rischiosi” molto ampi, l’introduzione di una normativa europea molto rigida sui bonus erogati ai manager di banche e società finanziarie ed assicurative, che limiti, o proibisca, bonus legati agli andamenti di indici finanziari o di titoli finanziari.

Per uno Stato efficiente e fiscalmente equo
Siamo ostili al dimagrimento del peso dell’apparato amministrativo pubblico indiscriminato, e motivato soltanto da un furore ideologico neoliberista che anima l’attuale governo dei tecnici. Siamo però consapevoli del fatto che decenni di clientelismo e mala gestione della cosa pubblica abbiano prodotto sprechi, inefficienze, demotivazione diffusa, all’interno della macchina amministrativa pubblica. Siamo anche consapevoli dei difetti profondi che sono alla base del modello di amministrazione pubblica italiana, che eredita lo schema napoleonico, verticalista e funzionalista, deturpato peraltro da un difetto originario di scarsa democrazia e di profonda ingerenza della sfera politica anche negli aspetti tecnico-procedurali del funzionamento della P.A., e nella determinazione degli organigrammi (e che è alla base dei difetti originari del processo stesso di formazione del nostro Stato). Questo impianto coniuga farraginosità e inefficienze, rigidità e insufficiente orientamento a dare risposte a cittadini ed imprese, clientelismi, aree grigie di accavallamento fra politica ed amministrazione, clientelismi, inadeguata valutazione del merito e diffusa demoralizzazione fra il personale.
Siamo quindi favorevoli ad una spending review diversa da quella condotta dai tecnici, non basata cioè sul criterio indifferenziato dello smantellamento della funzione pubblica, ma al contrario intendiamo valorizzarla e restituirle il ruolo centrale che essa occupa dentro la società ed i meccanismi dell’economia.
Vogliamo una P.A. che funzioni, che costi il giusto e che sia in grado di assumere quel ruolo di interpretazione tecnico-legislativa degli indirizzi politici, nel rispetto reciproco delle funzioni tecniche e di quelle politiche, che oggi le manca. Sul terreno fiscale, siamo intanto favorevoli ad una imposizione patrimoniale sulle grandi fortune. L’imposizione patrimoniale non va concepita come una penalizzazione dei più ricchi ed una ritorsione contro di essi, al contrario va interpretata avendo coscienza di tre considerazioni fondamentali:
L’eguaglianza dei punti di partenza è un principio filosofico cui è approdato il pensiero moderno sia di estrazione liberale che di estrazione socialista. Il primo abbandonando (ma non ovunque) il concetto che se stanno meglio i ricchi stanno meglio tutti, i secondi abbandonando il concetto di eguaglianza nei punti di arrivo. Il maggior teorizzatore e propugnatore dell’eguaglianza dei punti di partenza è stato Luigi Einaudi che nella linearità del suo pensiero giunge alla conclusione che una onesta concorrenza tra gli uomini non deve conoscere handicap o privilegi;
Il secondo punto da considerare è più galileiano e consiste nell’osservare che la distribuzione della ricchezza e dei redditi attuali non è naturale ma dipende dal modello di sviluppo che stiamo seguendo. Ed il modello di sviluppo che stiamo perseguendo, cifra alla mano, porta ad un permanente arricchimento delle fasce di reddito più alte e un costante impoverimento delle fasce più deboli. Oltre a motivi di equità sociale se non addirittura di sostenibilità pacifica di un simile modello, occorre osservare che l’incremento della differenza nella distribuzione dei redditi e della ricchezza, in una parola l’aumento dell’indice Gini e della curva di Lorenz è portatrice di minor reddito per la comunità e di recessione produttiva. In particolare se i maggiori redditi dei più abbienti abbandonano l’investimento produttivo per dirottare sulla speculazione che sposta i redditi ma non ne crea.
Il terzo punto infine è quello per cui è ragionevole sostenere che se il presente modello di sviluppo porta all’aumento della maladistribuzione, è anche responsabile (oltre che beneficiario) dell’immenso debito che abbiamo accumulato. Il debito non è il bene assoluto, ma, come ogni cosa c’è un debito buono ed uno cattivo. Quello accumulato è un debito cattivo che costituisce una palla al piede al nostro sviluppo, buono è quel debito che attuando la golden rule di Delors, finanzia investimenti socialmente produttivi.
Il mantra tassare i beni e non le persone, implica la sempre minor incidenza della progressività d’imposta e sottende l’assunzione che chi più guadagna più investe e meglio contribuisce alla crescita del PIL e dell’occupazione, implicazione apodittica e indimostrata.
L’imposizione sulle cose vede nell’IVA la sua voce principale, costruita così come è come ideale imposta anticongiunturale. Solo che si dovrebbe usare come strumento anticongiunturale, ovvero diminuirla in caso di recessione, aumentarla in caso di surriscaldamento. Proporre l’aumento dell’IVA in fase recessiva è scarsamente condivisibile, anche perché sappiamo benissimo che mai l’aumento dei prezzi conseguente all’aumento dell’iva è pari alla maggior incidenza fiscale ma va sempre al di là del suo matematico conteggio. Occorre puntare ad una fiscalità che privilegia gli investimenti produttivi e penalizza rendite e speculazioni. Tremonti abolì la DIT, oggi l’ace è tornata e va rafforzata introducendo anche strumenti di compartecipazione del mondo del lavoro e ripetibilità (nel senso di restituzione) di ogni incentivo (ace o contributo ricerca etc) in caso di delocalizzazione. La norma che permette di rivalutare le partecipazioni non quotate ad un tasso del 2 o 4 % è un regalo che non trova altra giustificazione che nella ricerca di gettito comunque.
L’IRAP è oggettivamente una imposta sul lavoro e va corretta spostando il costo della sanità sulla fiscalità generale e non solo su questa imposta supposta essere regionale.
In ragione di quanto sopra esposto, le nostre proposte sono le seguenti:
A) Per una diversa spending review
In particolare si propone: L’eliminazione definitiva delle Province e la fusione obbligatoria dei Comuni con meno di 5.000 abitanti. Non ha senso mantenere alcune province in vita sulla base di una soglia demografica. Occorre comprendere se tale istituzione serve realmente. La nostra risposta è negativa. La provincia dovrebbe gestire essenzialmente una pianificazione territoriale di area vasta, riveniente dalla programmazione nazionale e regionale. Ma non appare essere il livello territoriale ideale per tale compito. La Regione può svolgere le funzioni di programmazione nazionale decentrata e di programmazione propria del territorio, mentre la pianificazione di area vasta può più efficacemente essere svolta dalle aree metropolitane e dalle fusioni obbligatorie dei comuni con meno di 5.000 abitanti, al fine di raggiungere entità municipali della dimensione minima di 20.000 unità. La definitiva abrogazione delle province dovrebbe consentire un risparmio di spesa di circa 500 Meuro (fonte: CGIA Mestre), così come anche le fusioni dei piccoli Comuni dovrebbero valere circa 500 Meuro di risparmio. Un miliardo all’anno di minori costi; Revisione del principio dell’autonomia speciale.Si propone la revisione della Costituzione per inserire la perdita automatica dello statuto speciale per quelle Regioni che dovessero accumulare un debito superiore al 60% del PIL regionale. Rimarrebbe però in ogni caso in piedi il principio della rappresentanza politica speciale delle minoranze e della difesa del bilinguismo; Ridisegno del principio di sussidiarietà. Non vi è dubbio che il criterio delle competenze esclusive e concorrenti proposto dalla riforma del Titolo V proposta dal centrosinistra nel 2000 sia inefficiente e fonte di sprechi e duplicazioni di funzioni. Si prevede una revisione del Titolo V che elimini il criterio della competenza concorrente, determinando con chiarezza le competenze esclusive dello Stato, rimanendo quelle residue di esclusiva competenza regionale. Nell’ambito delle competenze esclusive dello Stato, può essere prevista una forma di concertazione con le Regioni, ma limitata esclusivamente a meglio specificare la politica nazionale in base alle specificità di ogni territorio, senza modificarne i criteri generali, ed a determinare eventuali compensazioni per le popolazioni locali. In questo senso, quindi, materie oggi concorrenti, come la politica energetica, i rapporti internazionali e con l’Unione Europea delle Regioni, il commercio con l’estero, la tutela e sicurezza del lavoro, la ricerca scientifica e tecnologica ed il sostegno all’innovazione, la tutela della salute, i porti ed aeroporti civili, le grandi reti di trasporto e di navigazione, l’energia, la previdenza complementare ed integrativa, l’armonizzazione dei bilanci pubblici debbono, a nostro parere, rientrare nelle competenze esclusive nazionali, mentre, viceversa, la tutela dell’ambiente e dei beni culturali, oggi di competenza nazionale, andrebbe assegnata alle Regioni, e la tematica dell’immigrazione andrebbe regionalizzata in ambiti specifici, come la determinazione delle quote di ingresso e la pianificazione di interventi di integrazione socio-scolastica e culturale. Riduzione del costo della politica. Il numero dei Ministeri andrebbe ridotto a 12. La figura del viceministro eliminata. Una serie di voci dello stipendio e dei benefit parlamentari abrogata. Il budget per consulenze e portaborse drasticamente ridotto. Si otterrebbe così un risparmio pari ad almeno 1,6-2 miliardi all’anno. Tetto massimo allo stipendio dei manager pubblici. Si propone di stabilire, come tetto massimo della retribuzione lorda annua di dirigenti pubblici e manager di aziende ed enti pubblici la somma di 200.000 euro. Revisione di tutte le convenzioni con privati nel comparto sanitario, con l’obiettivo di tagliarle del 5% all’anno per cinque anni, con un risparmio complessivo di 7,7 miliardi circa. Cancellazione del finanziamento pubblico a scuole private, con un risparmio di almeno 400 Meuro all’anno; Riduzione del budget della Difesa ed abrogazione delle missioni di pace all’estero, con un risparmio di circa 1,3 miliardi all’anno. Piano di dismissioni intelligenti del patrimonio immobiliare pubblico. Si prevede di abrogare il cosiddetto federalismo demaniale, e tutti i decreti attuativi. Al contempo, si stilerà una lista i beni immobiliari dello Stato da vendere, che escluda in modo rigido ed assoluto i beni del demanio storico, culturale ed ambientale. La vendita avverrà attraverso il conferimento di tali beni ad una società-veicolo inizialmente al 100% controllata dal Ministero dell’Economia, che emanerà obbligazioni sul mercato per finanziare il costo dell’acquisto, e che provvederà a piazzarli sul mercato, oppure a
convertire il valore dei beni invenduti in quote azionarie, convertendo le obbligazioni emesse. Si stima un gettito prudenziale di circa 70 miliardi nel giro di 4-5 anni; almeno il 50% del ricavato dovrà andare a riduzione del debito pubblico; Riconfigurazione del patto di stabilità interno. Gli obiettivi programmatici di saldo di bilancio assegnati alle diverse amministrazioni vengono ridefiniti sulla base della riapertura del negoziato del fiscal compact e dell’abrogazione del vincolo costituzionale al pareggio di bilancio (vedi capitolo precedente, sull’Europa). Il riparto dell’obiettivo programmatico complessivo di risparmio fra amministrazioni territoriali (Regioni, Comuni, aree metropolitane) avverrà con una chiave che tiene conto dell’entità della popolazione, dell’indice di povertà o di deprivazione e di un indice misurante il rapporto fra numero di imprese e popolazione, in modo da alleviare il peso finanziario a carico delle regioni meno sviluppate. La spesa in conto capitale sarà scomputata dall’obiettivo di saldo di bilancio. Si prevede che lo sforamento dell’obiettivo assegnato, per una amministrazione pubblica, se non motivato da ragioni eccezionali, anche per un solo anno, comporti immediatamente il commissariamento della stessa.
B) Per un recupero di programmazione pubblica
Gli obiettivi programmatici dello Stato vengono determinati da un documento strategico di medio periodo, basato sul programma elettorale della coalizione di maggioranza, di durata quinquennale, i cui contenuti più specifici vengono elaborati attraverso una procedura di partenariato con le parti economiche e sociali ed una consultazione pubblica con la cittadinanza, con l’obbligo documentabile di analizzare le proposte che provengono dai cittadini, aventi carattere ricorrente, al fine di valutarne l’inserimento o meno nel programma. Viene inoltre pubblicato, annualmente, un Documento Programmatico Economico e Finanziario (DPEF) simile a quello attuale. Le Regioni ed i Comuni con più di 100.000 abitanti devono pubblicare anch’essi un DEF con struttura e contenuti analoghi a quello nazionale. Alla fine di ogni legislatura nazionale, regionale e comunale, l’Amministrazione uscente avrà l’obbligo di redigere un bilancio di fine mandato, e di sottoporsi ad una procedura di valutazione indipendente sull’esito delle sue politiche, i cui risultati sono resi noti alla cittadinanza.
C) Per un fisco più equo
Introduzione di una imposta patrimoniale sulle grandi fortune. Si propone di tassare al 3% i detentori di ricchezze nette (reddito + patrimonio – debito) superiori a 559.500 euro, ed al 6% quelli superiori a 700.000 euro, per un gettito di circa 70 miliardi all’anno. Verranno ripristinate misure di controllo e repressive, anche mediante accordi internazionali, mirate ad evitare fughe di capitali. Almeno il 50% del gettito della patrimoniale, per legge, sarà destinato a riduzione del debito pubblico; Aumento, senza oneri aggiuntivi per il bilancio dello Stato, del numero di aliquote dell’IRPEF, al fine di aumentare, senza perdite di gettito, il criterio progressivo dell’imposizione diretta; Aumento dell’aliquota IVA sui beni di lusso al fine di finanziare, progressivamente, ed in base al maggior gettito, una riduzione dell’IVA sui beni primari; Detassazione degli utili reinvestiti. Si propone di destinare un importo pari a 800 milioni per la riduzione di 1 punto dell’aliquota dell’IRES per le società che destinino almeno il 50% degli utili di esercizio ad investimento in nuove immobilizzazioni materiali o immateriali, purché esse siano state decise tramite procedure che coinvolgano i lavoratori, tramite il Comitato di Sorveglianza, o il fondo speciale per le PMI (cfr. oltre). L’importo sarà rinvenuto aumentando le accise sui tabacchi (200 milioni) e tramite 600 milioni di risparmi sulla spending review; Riduzione dell’IRAP, sulla base dei risparmi conseguibili, progressivamente, sul comparto sanitario, derivanti sia dalla riduzione della spesa per convenzioni sanitarie private (cfr. supra) sia dall’effetto di risparmio strutturale derivante dall’incremento degli investimenti in prevenzione primaria (cfr. infra). La centralizzazione progressiva, in capo allo Stato, delle politiche sanitarie, porterà ad una progressiva abolizione della discrezionalità regionale in ordine alle aliquote.

Per una ripresa della politica industriale
La fine della stagione della programmazione, con il finire degli anni Settanta, ha causato, nel nostro Paese, l’abbandono di una vera e propria politica industriale, intesa come capacità di selezionare i settori produttivi strategici, e di mettere in campo interventi di carattere strutturale, atti a rilanciarne le condizioni di competitività, e/o a proteggere produzioni fondamentali necessarie a determinare l’indipendenza industriale
del Paese (tipiche dell’industria di base – siderurgia, metallurgia, chimica di base e petrolchimica), e quindi a realizzarne una parte fondamentale delle stesse condizioni di indipendenza e sovranità nazionale.
L’abbandono della politica industriale è stato senz’altro favorito dalle regole dell’Unione Europea, ed in particolare dall’articolo 87 del Trattato, che ha di fatto, al fine di perseguire una logica liberista di “laissez faire”, reso impossibile, se non nelle aree depresse definite dalla carta regionale degli aiuti di Stato, il perseguimento di politiche industriali di tipo settoriale, ed ha anche limitato di molto la possibilità di utilizzare le partecipazioni statali come strumento di diffusione dello sviluppo industriale. Di fatto, il ruolo “sociale” dell’industria pubblica, teorizzato negli anni Sessanta, ed utilizzato attivamente per promuovere sviluppo nelle aree depresse del Mezzogiorno, secondo i dettami delle teorie sui “pôles de croissance” di Perroux, e delle causazioni circolari cumulative di Myrdal, è stato colpevolmente trascurato. Naturalmente, gran parte della responsabilità del vuoto di politiche industriali è da attribuirsi alla scarsa qualità culturale della classe politica nazionale, incapace di effettuare quegli interventi di contesto necessari per accrescere la competitività (infrastrutture strategiche, reti Ict diffuse, abbattimento del costo dell’energia, istruzione e formazione professionale e permanente, snellimento delle procedure amministrative, riduzione del cuneo fiscale e contributivo) che avrebbero comunque rafforzato l’apparato produttivo, pur in assenza di politiche di settore.
L’assenza di una politica industriale è stata compensata da una politica di incentivazione finanziaria a pioggia, generalmente fondata sull’allargamento della capacità produttiva e della base occupazionale, sul modello, fondamentalmente, della legge 488/1992, che peraltro ha di fatto sostituito il vecchio intervento straordinario nel Mezzogiorno. Tale politica di incentivazione diretta agli investimenti in capitale fisso ed in allargamento della base produttiva ed occupazionale ha rapidamente evidenziato i suoi limiti, sia in termini di enorme costo pubblico, sia in termini di risultati mediocri, poiché il problema di innalzare la competitività di sistema dell’apparato produttivo non è stato risolto, e di conseguenza anche gli incrementi di volumi produttivi ed occupazionali ottenibili sono stati spesso aleatori. La mappa delle agevolazioni della legge 488/92 per impresa mostra come gli effetti incentivanti siano stati concentrati soprattutto nei sistemi manifatturieri del Centro Nord, generando quindi un drenaggio degli effetti dal Mezzogiorno verso le aree industriali più strutturate del Paese. Le lungaggini burocratiche associate a strumenti agevolativi di tipo valutativo hanno spesso penalizzato la competitività dei progetti di investimento sottostanti, mentre il micro-bricolage dello sviluppo locale indotto dalla programmazione negoziata (patti territoriali, contratti d’area, contratti di programma), rinnovata normativamente a metà degli anni Novanta, non ha prodotto, in generale, nient’altro che un effetto di incentivazione per micro lobby locali, o per specifiche imprese, che però in numerosi casi non hanno garantito la continuità produttiva degli stabilimenti incentivati nel tempo. L’incentivazione automatica, tramite crediti di imposta, infine, è stata spesso usata per bandi finanziariamente sottodimensionati rispetto alla domanda, e non ha quindi generato alcun effetto sistemico di abbassamento della pressione fiscale, anche perché la Commissione Europea, ossessionata dalla logica liberista del mercato concorrenziale, ha sistematicamente ostacolato l’utilizzo diffusivo di bonus fiscali settoriali e/o territoriali. Tale politica di tipo agevolativo, che si limita ad un mero concetto di “compensazione” delle diseconomie esterne derivanti dall’operare in un contesto generale poco competitivo, non fa niente per aumentare la competitività del contesto stesso. Ciò è dimostrato dall’andamento deludente della produttività totale dei fattori, che misura esattamente la capacità del contesto di generare economie esterne utili ad aumentare la competitività strutturale delle imprese. La produttività totale dei fattori, in Italia, diminuisce dello 0,2% fra 1995 e 2010, ed è il peggior risultato di tutto il gruppo delle economie-Ocse. Solo in Spagna tale indice diminuisce, ma ad un tasso dello 0,1%, meno pesante di quello italiano. Ciò dimostra come un fiume di denaro pubblico speso solo per incentivare l’allargamento della base produttiva, senza puntare a migliorare i fattori di competitività strutturale, del contesto, ma anche di un sistema produttivo complessivamente sottodimensionato e sottocapitalizzato come quello italiano, abbia di fatto condannato il nostro apparato produttivo ad un arretramento competitivo molto grave.
A fronte di una politica industriale, basata su una filosofia agevolativa complessivamente fallimentare, l’ondata di privatizzazioni avviatesi negli anni Novanta, che ha riguardato il sistema bancario, quello delle telecomunicazioni, settori strategici come la siderurgia/metallurgia, i trasporti aerei, parte della chimica fine e secondaria sono stati ceduti al mercato. Riducendo per questa via le leve attraverso le quali lo Stato può fungere da programmatore della crescita economica, senza peraltro ottenere benefici di sistema, come invece pretendevano i fautori del libero mercato: la privatizzazione del sistema bancario, e la sua progressiva concentrazione dimensionale, non hanno evitato la crisi finanziaria attuale. Il settore siderurgico e metallurgico italiano, dopo le privatizzazioni, è probabilmente agli ultimi rantoli dell’agonia, come dimostrano i casi di Cornigliano, Piombino, Taranto, o il caso-ALCOA. Alitalia è ancora alle prese con una gravissima crisi, anche occupazionale. Telecom Italia non ha raggiunto una posizione di leadership assoluta e, dopo la privatizzazione, non è rimasta al riparo da influenze politiche anche oscure, come mostrano i vari scandali che le ruotano attorno. L’apertura al mercato del settore ferroviario ha condotto Trenitalia ad operare con una logica aziendalistica, che ha minato gravemente l’interesse pubblico, come dimostra l’aumento degli incidenti ferroviari e il taglio di linee ferroviarie non redditizie, con grave danno per numerose comunità locali. Ad oggi, un importante consulente del Governo-Monti, Giavazzi, parla di possibile privatizzazione della rete di trasporto del gas, controllata da Snam, recentemente scorporata dall’ENI, per conferire il pacchetto azionario di riferimento alla Cassa Depositi e Prestiti, ovvero ad una banca pubblica priva di competenze tecniche e manageriali specifiche per il settore. Si afferma allegramente che un’impresa strategica, anche sotto il profilo della Difesa nazionale, come Fincantieri, possa o debba smantellare parte della sua capacità produttiva, colpendo in modo grave anche l’enorme indotto della cantieristica, oltretutto in zone del Paese a particolare crisi occupazionale e sociale, mentre la stessa azienda, probabilmente per facilitare la privatizzazione ed il successivo smantellamento della capacità produttiva, passa anch’essa sotto il controllo della CDDPP. Il tutto mentre il cosiddetto decreto di Monti sulla golden share prevede forme di tutela dell’interesse pubblico, in settori strategici come i trasporti, l’energia e le telecomunicazioni, assolutamente insufficienti, e limitate praticamente a meri obblighi formali di notifica di operazioni aziendali di passaggio della proprietà, laddove il Governo conserva soltanto la possibilità di imporre condizioni particolari a tali delibere.
E’ oramai tempo di invertire drasticamente la direzione fallimentare presa dalle politiche per le imprese, in Italia, negli ultimi 20-25 anni, abbandonando la logica dell’incentivazione diretta alle attività produttive e della privatizzazione a tutti i costi. Una politica industriale per il nostro Paese deve vertere su un potenziamento dei fattori competitivi di contesto, e su una riappropriazione di capacità di programmazione pubblica, puntando sui seguenti pilastri:
A) Sostegno alle politiche di R&S ed innovazione tecnologica ed organizzativa con logica di rete;
B) Sostegno alla crescita dimensionale, verticale ed orizzontale, delle PMI;
C) Riconfigurazione e rilancio del sistema di attrazione degli investimenti esteri;
D) Revisione del sistema di sostegno all’internazionalizzazione;
E) Green economy, energia e territorio;
F) Riordino delle partecipazioni pubbliche.

A) Sostegno alle politiche di R&S ed innovazione tecnologica ed organizzativa con logica di rete: si propone di recuperare la logica di Industria 2015, ovvero la realizzazione, in forma partenariale, di progetti di innovazione e trasferimento tecnologico industriale, da realizzarsi per singoli obiettivi strategici, nelle seguenti aree tecnologico-produttive con un forte impatto sullo sviluppo: energia, biotecnologie, nuovi materiali, nanotecnologie, Ict, meccatronica, ottica. I Progetti di innovazione e trasferimento tecnologico industriale sono basati sulla sinergia fra Enti locali, Imprese, Università e Centri di ricerca che operano sotto la guida di un singolo Responsabile di Progetto di comprovata esperienza nel settore strategico relativo. Ogni progetto deve possedere le seguenti caratteristiche: ricaduta industriale in termini di nuovi processi, prodotti o servizi; integrazione di strumenti di aiuto alle imprese, azioni di contesto, misure di regolamentazione e semplificazione amministrativa; coinvolgimento di grandi imprese, PMI, centri di ricerca; sinergia dei soggetti pubblici responsabili delle azioni a sostegno, e particolarmente delle Regioni che possono anche intervenire nelle operazioni di finanziamento; attenzione allo sviluppo delle imprese giovanili. La componente incentivante di tali progetti dovrà ricadere sui fondi strutturali 2014-2020 e sul nuovo programma-quadro comunitario. Si prevede di finanziare almeno un progetto su ognuna delle aree tecnologico-produttive sopra delineate, per un finanziamento pubblico totale (di fonte comunitaria) di almeno 2,1 miliardi di euro.
B) Sostegno alla crescita dimensionale, verticale ed orizzontale, delle PMI: uno dei fattori decisivi del ritardo competitivo del nostro Paese, e di una produttività totale dei fattori insufficiente, è il forte sottodimensionamento del nostro sistema di imprese, che comporta rilevanti fenomeni di sottocapitalizzazione. Più del 62% delle imprese italiane ha natura giuridica di ditta individuale, e quindi caratteristiche di capitalizzazione e di articolazione organizzativa insufficienti a supportare adeguati investimenti in innovazione di processo, diversificazione, qualità totale, ma anche inadeguate a supportare
l’assorbimento di capitale umano ad alto livello di qualificazione, in grado di dare una spinta alla competitività complessiva. Sulla prossima programmazione 2014-2020, la Commissione metterà a disposizione delle PMI europee un programma per la crescita e la competitività delle PMI, dotato di un budget complessivo di 2,4 miliardi di euro, che prevede la costituzione di un “fondo dei fondi”, ovvero un fondo europeo che stimoli gli investimenti in fondi nazionali di capitale di rischio mirati a sostenere investimenti di crescita delle PMI, specie in materia di espansione internazionale delle stesse. Si propone quindi di sensibilizzare il sistema nazionale di venture capital e finanza innovativa, per creare una rete di società di venture capital che possa accedere ai finanziamenti europei a favore della partecipazione al capitale di PMI in crescita. La crescita imprenditoriale, però, per via di numerosi vincoli legislativi, economici , fiscali e di mercato, avviene più spesso per linee “orizzontali”, ovvero tramite la cooperazione fra PMI su progetti strategici di sviluppo di interesse comune, che su linee verticali, ovvero sulla crescita della singola impresa. In tal senso, sarebbe possibile valorizzare l’idea della T-Holding proposta da Confapi. Le T-Holding sono nuove società, che nascono da aggregazioni di PMI che conferiscono i propri asset tangibili ed intangibili. Rilevano altresì gli indebitamenti pregressi, liberando i singoli imprenditori, che divengono soci della holding. La banche creditrici potranno quindi costituirsi in pool, con una banca capofila, e supporteranno finanziariamente la T-holding, potendo anche diventarne socie. Si prevede in tal senso un ruolo attivo della Cassa Depositi e Prestiti, che orienterà il risparmio postale raccolto verso linee di credito specifiche per le T-Holding a più alto rating creditizio.
C) Riconfigurazione e rilancio del sistema di attrazione degli investimenti esteri. Si propone l’abrogazione di Invitalia, che ha dimostrato di non poter avere risultati significativi in termini di attrazione di investimenti diretti esteri, e la liquidazione delle sue controllate che, a seguito di due diligence, non presentino prospettive di rientro sul mercato. Con il ricavato (stimabile in non meno di 50 Meuro) e con il capitale sociale della ex Invitalia al netto delle passività (pari a circa 750 Meuro) verrà costituito un fondo per l’attrazione di investimenti esteri basato su un nuovo strumento agevolativo, il “contratto di localizzazione”, che, entro un massimale di budget, prevederà una ampia rosa di possibili investimenti pubblici (dalla realizzazione di infrastrutture specifiche o di specifici servizi reali, alla formazione del personale, all’incentivazione all’investimento, al credito di imposta) fra i quali l’impresa da attrarre potrà scegliere, in base alle sue esigenze. Verrà inoltre formata, presso le sedi consolari estere, una rete di “agenti per l’attrazione”, specializzati nell’attrazione di imprese estere, pagati in base al numero di imprese positivamente localizzate in Italia. Verranno inoltre predisposte, sul territorio nazionale, alcune “aree di insediamento industriale”, in base alla disponibilità di terreni industriali attrezzati e di infrastrutture e servizi a destinazione produttiva. In tali aree, considerate particolarmente attrattive, tutte le competenze amministrative ed urbanistiche, in materia di localizzazione di nuovi insediamenti produttivi, verranno, per legge, attribuite al Ministero dello Sviluppo Economico, che si impegnerà a favorire la localizzazione di nuovi investimenti entro e non oltre 15 giorni dalla domanda, generalizzando l’utilizzo dell’autocertificazione.
D) Revisione del sistema di sostegno all’internazionalizzazione. Si propone di fondere in un unico organismo, denominato “Agenzia per l’internazionalizzazione”, alle dirette dipendenze del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), tutti gli enti pubblici oggi esistenti che si occupano di internazionalizzazione (SACE, SIMEST, ex-ICE, Assocamerestero). Le linee di attività (assicurazione all’export, fiere e promozione, studio dei mercati, partecipazione ad imprese italiane all’estero) verrebbero finanziate con i risparmi conseguenti all’operazione di fusione, senza ulteriori oneri per il bilancio pubblico. Detta Agenzia avrà inoltre competenza per la programmazione ed il coordinamento di tutte le attività commerciali e di promozione dell’export e dell’internazionalizzazione svolte dalla rete consolare e diplomatica. Le sedi estere dell’ICE verranno vendute, e le loro attività concentrate presso i consolati/rappresentanze diplomatiche. Parimenti, saranno vendute le sedi regionali dell’ICE in Italia, e le loro attività concentrate presso gli uffici di internazionalizzazione delle camere di commercio. Una valutazione indipendente esaminerà la ricaduta, in termini di aumento dell’export/grado di internazionalizzazione del sistema produttivo nazionale, delle manifestazioni promozionali e fieristiche finanziate o cofinanziate, in misura ricorrente, dall’ICE, eliminando la partecipazione a quegli eventi che non producono ricadute economiche significative.
E) Riduzione del costo della bolletta energetica delle imprese. L’Italia è fra i Paesi, nel mondo, le cui imprese pagano la più alta bolletta energetica. Si propone di istituire una ecotassa sulle emissioni degli inceneritori di rifiuti e delle discariche ancora attive, al fine di incentivare il modello di riciclaggio e recupero dei materiali e la raccolta differenziata, destinando il relativo gettito ad un fondo per l’abbattimento del costo dell’energia per attività produttive. Il caso dell’ALCOA, in tal senso, fa scuola: benché il settore dell’alluminio non sia decotto, l’alto costo dell’energia mette tale impresa fuori dal mercato.
F) Piano straordinario nazionale per la promozione della green economy. La green economy è uno dei settori a più alta potenzialità di sviluppo e creazione di nuovi impieghi. Si propone di destinare l’intero gettito della carbon tax, come previsto già da un decreto governativo del 2012, ed un quinto del gettito delle accise sui carburanti (per un importo pari a circa 7 miliardi di euro) ad un programma straordinario nazionale per lo sviluppo della produzione di energia rinnovabile e per il finanziamento dello start up di imprese attive nella produzione di energia pulita e nella produzione o installazione di componenti e sistemi per la produzione o distribuzione di energia rinnovabile. Tale piano si realizzerà nell’arco dei prossimi sette anni e potrà portare ad un incremento di almeno 200.000 nuovi posti di lavoro entro il 2020.
G) Piano straordinario di messa in sicurezza del territorio. Il nostro Paese, per la sua conformazione idro-orografica e geologica, ed anche per una assenza di programmazione e controllo nell’urbanizzazione di ampie aree e più in generale in una non attenta valutazione delle esternalità negative legate allo sviluppo economico ed antropico, è costantemente sottoposto ad un elevato rischio idrogeologico, che i mutamenti climatici tendono ad aggravare. Secondo Legambiente, sono ben 1.700 i Comuni italiani a rischio di frana, 1.285 a rischio alluvione e 2.596 a rischio di entrambi i fenomeni. Un programma di migliaia di micro-opere a rapido avvio per la messa in sicurezza del territorio, coordinato a livello nazionale ed appaltato a livello locale, potrebbe generare un effetto di cantiere ed indotto molto forte sull’occupazione, nell’edilizia e nei settori a monte (lavorazione dei minerali non metalliferi, produzione di elementi per l’edilizia, trasporti, ecc.). In pratica, un programma del genere, di importo pari a 900 Meuro, potrebbe generare un effetto di crescita pari a 0,4 punti di PIL, creando circa 140.000 unità di lavoro in più. E contribuirebbe a risolvere un problema sociale molto grave, inducendo a valle enormi risparmi di spesa nel sistema della protezione civile, negli investimenti di ricostruzione di siti danneggiati, ecc. Si propone quindi di destinare 900 milioni del riparto del prossimo Fondo Sviluppo e Coesione a tale programma.
H) Per un recupero della capacità pubblica di intervento nell’economia. Il riordino delle partecipazioni statali. Si prevede la possibilità di nazionalizzare, con indennizzo pari al valore economico dell’impresa decurtato dei contributi pubblici percepiti a qualsiasi titolo negli ultimi vent’anni, le banche in difficoltà economica, che richiedano forme di aiuto pubblico (ad esempio, il Monte dei Paschi di Siena) nonché, anche solo temporaneamente, senza indennizzo e con il solo rimborso dei debiti, imprese fallite o imprese (o anche singoli stabilimenti) messe in chiusura dalla precedente proprietà, appartenenti a settori strategici ben determinati (industria di base, trasporti, energia, produzione di autoveicoli ed altri mezzi di trasporto), dietro valutazione della redditività prospettica dell’impresa nazionalizzata da parte di un advisor indipendente, oppure, nel caso di stabilimenti singoli, dietro piano industriale di rilancio o riconversione produttiva, redatto dal Ministero dello Sviluppo Economico, di concerto con la Regione ed il Comune interessati, finanziati a valere sulle risorse della legge 181/1989, opportunamente rivista. Tali imprese/singole unità produttive potranno essere gestite dallo Stato, o anche rimesse sul mercato dopo essere state risanate/riconvertite. Si propone anche di nazionalizzare, dietro pagamento di un indennizzo pari a 9 miliardi di euro (al netto cioè dei contributi percepiti dallo Stato e di una quota di badwill) tutti gli stabilimenti di FIAT SpA, nel caso in cui si manifestasse concretamente l’abbandono di tali stabilimenti da parte della FIAT, istituendo una nuova impresa automobilistica, a proprietà pubblica, denominata Italia Automotive, con sede sociale in Torino. In un secondo momento, tale impresa potrà essere rivenduta sul mercato, a favore di altri gruppi automobilistici appartenenti all’Unione Europea, soltanto dietro specifiche garanzie di tutela occupazionale e dei livelli produttivi in Italia, e un convincente piano industriale di investimento. Le altre partecipazioni statali saranno poste sotto il controllo di un ente pubblico economico, controllato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, denominato “Nuova IRI”, che riassumerà anche il controllo del pacchetto azionario di controllo di Fintecna (e quindi di Fincantieri) e di Finmeccanica, mentre alcune partecipazione minori, segnatamente Alitalia Servizi, Manifattura Tabacchi, Fintecna Immobiliare, ecc. saranno privatizzate. Le cariche dirigenziali apicali, nella Nuova IRI e nelle imprese controllate, nonché nell’ENI e nell’ENEL, saranno scelte tramite una procedura di co-decisione che coinvolgerà il Parlamento ed esponenti insigni del mondo accademico, bancario ed imprenditoriale privato. Il decreto-Monti sulla golden share sarà completamente riscritto, sancendo l’inalienabilità, per legge, dell’industria militare ed aerospaziale, di quella energetica e petrolchimica, della siderurgia. Le alienazioni di imprese pubbliche non appartenenti a detti settori potranno essere stabilite soltanto con voto parlamentare e referendum popolare. Le risorse finanziarie necessarie al programma di nazionalizzazioni ed alla ricostituzione della Nuova IRI proverranno, in parte, dal programma di dismissione del patrimonio immobiliare pubblico (50 miliardi) ed in parte, per la sola operazione-FIAT, dall’emissione di una quota speciale di titoli del debito pubblico, per altri 10 miliardi, riservata ai soli residenti in Italia, e rimborsabile al solo valore di emissione, maggiorato di una cedola variabile, legata agli utili di esercizio eventualmente realizzati da Italia Automotive, oppure all’eventuale plusvalenza da cessione della stessa azienda.
I) Una politica per il Mezzogiorno più efficace. Il Mezzogiorno d’Italia è una questione ancora irrisolta, e per molti versi ulteriormente aggravatasi negli ultimi vent’anni. E’ una questione civile, sociale ma anche economica: nessuna ripresa sarà possibile senza una ripresa del Sud del nostro Paese. Oltre ad una riconfigurazione delle politiche europee, illustrata nel paragrafo sull’Europa, occorre che il sistema di governance delle politiche nazionali per il Mezzogiorno sia profondamente modificato. Occorre ricostituire una programmazione unitaria di tutti i fondi destinati al Mezzogiorno, comunitari e nazionali, avviata con il ciclo 2007-2013 e rapidamente abbandonata dal Governo-Berlusconi, influenzato dalle istanze egoistiche della Lega Nord, tramite documenti unici di programmazione. Occorre rivedere i meccanismi di sussidiarietà, assegnando al centro, ovvero al DPS, maggiori poteri di programmazione strategica per l’intero Mezzogiorno, e demandando alle Regioni soltanto compiti di adeguamento/specificazione della programmazione nazionale alle realtà locali, evitando però modelli di “agenzia” largamente fallimentari. Occorre ripristinare una rete nazionale di valutazione delle politiche, articolata per regioni, nello spirito della legge 144/1999. Occorre una verifica indipendente dell’effettiva straordinarietà delle risorse, specie di quelle nazionali, assegnate allo sviluppo del Mezzogiorno. L’intero sistema delle agevolazioni alle imprese deve confluire in un unico fondo nazionale, che sarà accompagnato da un fondo unico nazionale per le infrastrutture e le reti e da un fondo unico nazionale per il capitale umano nel Sud.
IV- Le politiche sociali e del lavoro
La ristrutturazione neoliberista in atto, che è essenzialmente di carattere sociale, mira a ripristinare condizioni di competitività mediante una maggiore estrazione di plusvalore reale, cioè, in termini più concreti, mediante il raggiungimento di un rapporto fra produttività e costo del lavoro allineato alle economie emergenti del Terzo Mondo. Tale ristrutturazione sociale passa evidentemente tramite il mercato del lavoro, ed i sistemi di sicurezza sociale, spianandoli al fine di indebolire il potere negoziale del lavoro rispetto al capitale, incrementarne di conseguenza il rapporto fra produttività e costo, aumentare la precarietà lavorativa ben oltre la soglia di una, sia pur necessaria, garanzia di flessibilità operativa da dare alle imprese, in una condizione di mercati sempre più incerti e volatili, destrutturare i meccanismi di protezione sociale, disarticolando e “precarizzando” anche i tradizionali ammortizzatori sociali e privatizzando il Welfare.
La conseguenza primaria consiste nell’allargamento delle diseguaglianze distributive del reddito: l’indice del Gini, per l’Italia, passa da un valore di 0,297 nel 1990, a 0,337 nel 2008/2009, segnalando un peggioramento dell’’eguaglianza distributiva, ed una società sempre più polarizzata fra pochi poveri e tanti ricchi. Tale valore segnala uno squilibrio distributivo peggiore rispetto a Paesi come la Francia, la Germania, la Spagna, i Paesi scandinavi, ma anche rispetto a Paesi che hanno fatto del liberismo un dogma sin da prima della grande crisi: l’indice del Gini italiano è infatti peggiore anche rispetto ad Irlanda, Islanda, Corea del Sud e si avvicina sempre più al valore caratteristico di uno dei Paesi a più alta diseguaglianza distributiva del mondo, ovvero gli Stati Uniti. Se infatti la distanza fra l’indice del Gini italiano e statunitense era pari a 15 punti nel 1990, questa si accorcia a 11 punti nel 2008 (dati Ocse).
All’allargamento delle disparità distributive corrisponde un peggioramento delle condizioni iniziali di eguaglianza nell’accesso ai beni e servizi sociali primari, quei beni e servizi che Amartya Sen chiama “capacitazioni”. La spesa sociale italiana al netto del comparto previdenziale (la cui crescita è determinata da variabili demografiche), in termini reali, è pari all’11,3% del PIL del 2009, un valore piuttosto modesto, se raffrontato con il 15,5% del PIL dell’area-euro a 17 (Eurostat). Ciò ovviamente si riverbera sulla quantità e qualità di beni pubblici “capacitanti” messi a disposizione della collettività.
Tali dinamiche, a ben vedere, sono immanenti alla fase cognitiva del capitalismo e la crisi economica non fa altro che accelerarle. Tale fase del capitalismo corrisponde ad una focalizzazione, nei modi di produzione, del “general intellect” definito da Marx, nei Grundrisse, come un “sapere sociale generalizzato diventato forza produttiva immediata (cioè non mediata dal lavoro fisico)” che evoca “tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro (fisico) impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato”[1].
Come evidenziano Negri e Vercellone (2007)[2], questa fase del capitalismo smaterializzato genera, da un lato, una riconfigurazione dei meccanismi dell’accumulazione, i cui i veri motori sono sempre più localizzati dentro il sistema del welfare (sanità, istruzione, formazione) e dentro quello della ricerca scientifica, che determinano i “modi di vita”, e quindi l’intensità e la misura con cui il “sapere sociale generalizzato” si produce e si dirige. Ciò determina una progressiva privatizzazione del welfare e della ricerca, mirata ad appropriarsi del controllo delle fonti dell’accumulazione. D’altro lato, il capitalismo cognitivo riconfigura i rapporti fra capitale e lavoro (cioè i modi di produzione). Il lavoro dipendente viene chiamato ad esercitare
funzioni organizzative e direttive tradizionalmente appannaggio del vecchio imprenditore ottocentesco, generando una profonda frattura dentro il proletariato, fra lavoratori muniti di competenze distintive, ben retribuiti e “protetti”, e portati, anche psicologicamente, ad identificarsi con la borghesia, ed il resto della forza-lavoro, gettato nella bolgia infernale del precariato e dei bassi salari. Di conseguenza, il capitale deve riformulare i suoi meccanismi di controllo del lavoro dipendente, con criteri che, citando Negri e Vercellone, sono basati su “la prescrizione della soggettività, al fine di ottenere l’interiorizzazione degli obiettivi dell’impresa, l’obbligo al risultato, la pressione del cliente insieme alla costrizione pura e semplice legata alla precarietà”. Tutto ciò, ovviamente, non può che condurre (aggiungiamo noi) ad una deriva oligarchica e tecnocratica anche delle forme di democrazia e partecipazione politica ed economica.
L’unico modo per uscire dalla trappola del capitalismo cognitivo sopra delineata e costruire una società giusta, partecipata e democratica, è quello di redistribuire, fra capitale e lavoro, le fonti di produzione e riproduzione del sapere sociale generalizzato (quindi i sistemi di welfare), più a favore del secondo, nonché di rafforzare la capacità del lavoro di autoprodurre, per sé stesso, valore, o comunque di meglio contribuire a dirigere l’utilizzazione sociale del valore prodotto (tramite meccanismi di maggiore partecipazione del lavoro alle decisioni produttive, ma anche mediante un rafforzamento del cooperativismo sociale). Tutto ciò ha come precondizione la sottrazione del lavoro dalla trappola della precarietà e della riduzione del salario rispetto alla produttività, e quindi necessita la riforma dei meccanismi del mercato del lavoro, nonché la ricostituzione di sistemi assistenziali di tipo monetario (reddito minimo garantito).
La Lega dei Socialisti, nel dare un giudizio assolutamente negativo in merito alle politiche del lavoro ed alle politiche sociali messe in campo dal Governo Monti, come radicalizzazione di un processo neoliberista in atto sin dai primi anni Novanta, propone dunque una strategia basata su tre pilastri:
A) Per la ricostruzione di un welfare inclusivo e solidale
B) Per una revisione dei meccanismi di mercato del lavoro e per una maggiore occupabilità delle fasce deboli
C) Per un maggiore protagonismo del lavoratore e del lavoro
A) Per la ricostruzione di un welfare inclusivo e solidale
La ricostruzione di un welfare inclusivo e solidale passa, per i Socialisti attraverso queste misure: Introduzione di un reddito minimo garantito. Si propone di introdurre, per i primi quattro anni, l’RMG, in via sperimentale, soltanto a favore dei giovani inoccupati, e dei precari privi di qualsiasi copertura assicurativa in caso di cessazione del lavoro. In tale versione sperimentale, L’RMG, ad un livello coerente con la raccomandazione del Parlamento Europeo (60% del reddito mediano) pari cioè a circa 730 euro/mese netti, costerebbe circa 12 miliardi, la cui copertura andrebbe reperita tramite l’imposizione di una aliquota del 6% a tutte le vincite, di qualsiasi importo, per lotto, lotterie, Gratta e Vinci, video poker, ecc. e l’aumento dal 6% al 12% dell’aliquota per vincite superiori ai 500 euro (circa 1,5 miliardi di euro) nonché da una quota del gettito della patrimoniale (10,5 miliardi). A regime, per la copertura dell’intera platea di disoccupati (ufficiali e nascosti fra le non forze di lavoro) il costo di circa 31 miliardi all’anno, sarà coperto dall’abrogazione dell’Aspi e del fondo-liquidazione dei co.co.pro. previsti dalla riforma-Fornero (per circa 2 miliardi) dalla summenzionata imposizione su giochi e scommesse (1,5 miliardi) dall’incremento di gettito Irpef derivante dall’aumento della domanda aggregato, e quindi del PIL, indotto dall’introduzione dell’RMG su inoccupati e precari (circa 900 milioni di euro)[3] e da una quota del gettito della patrimoniale (pari ai residui 26,6 miliardi) che andrà progressivamente riducendosi nel tempo, man mano che la crescita economica e dei redditi, resa possibile dall’RMG, genererà gettito aggiuntivo sull’Irpef. Il cofinanziamento dei fondi strutturali per il ciclo 2014-2020 previsto per il reddito minimo garantito dovrebbe invece essere speso per potenziare i servizi pubblici di orientamento professionale ed inserimento lavorativo necessari, a fronte dell’erogazione dell’RMG, per reinserire al lavoro i beneficiari dell’RMG stesso,
costituendo una agenzia nazionale per l’orientamento professionale, che coordini, come meri terminali territoriali, i centri provinciali per l’impiego, sottraendo quindi la competenza delle politiche per il collocamento alle province ed alle regioni. Al fine di evitare utilizzi parassitari dell’RMG, ogni beneficiario sarà sottoposto a rigide verifiche circa l’inesistenza di rapporti lavorativi in nero, anche incrociando le varie banche-dati amministrative, previdenziali e fiscali, e avrà l’obbligo, pena il decadimento dal contributo, di ottemperare ad un piano per l’inserimento professionale personalizzato, redatto in collaborazione con i servizi pubblici per l’inserimento professionale, e sottoposto a valutazione semestrale degli esiti Mantenimento e rifinanziamento della Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria. Azzeramento dei ticket sanitari e potenziamento degli investimenti in prevenzione. Secondo valutazioni dell’Agenas, l’incasso pubblico da ticket sanitari si aggira attorno ai 4-6 miliardi all’anno. E’ quindi possibile azzerare i ticket per prestazioni farmaceutiche, specialistiche e di pronto soccorso, ricorrendo ad un inasprimento del gettito derivante da giochi e scommesse per….E’ inoltre accertato che ogni euro investito in prevenzione primaria consente un risparmio di tre euro sulla spesa sanitaria complessiva. Oggi, la spesa in prevenzione in Italia, pari allo 0,8% del FSN, è largamente inferiore all’obbligo di legge (5% del 98% del FSN). Un incremento di investimento in prevenzione pari a 9 miliardi di euro, finanziato da una drastica riduzione della spesa sanitaria pubblica destinata al privato, con un abbattimento del 25% della stessa, consentirebbe quindi, a regime, risparmi per il SSN pari a 27 miliardi. Sostegno pubblico al consumo di beni comuni. Si prevede la definizione di fabbisogni-standard pro capite, non con un criterio di costo ma con un criterio legato al minimo consumo individuale necessario, dei beni e servizi pubblici essenziali: acqua, trasporto pubblico locale, scuola ed istruzione, servizi assistenziali per gli anziani, asili e nidi per l’infanzia, da far rispettare omogeneamente su tutto il territorio nazionale. Gli utenti/aree geografiche che consumino, da rilevazioni statistiche oggettive, un livello di tali beni e servizi inferiore al fabbisogno standard, godranno di incentivi pubblici per l’innalzamento dei consumi (da erogare sotto forma di voucher individuale) finanziati dagli utenti/aree geografiche che abbiano un livello di consumo più alto del fabbisogno-standard. Potenziamento del sistema-scuola. La spesa pubblica nel settore della scuola sarà aumentata ogni anno di 1,8 miliardi, per riportarla gradualmente dagli attuali 55 miliardi di euro, a 70 miliardi di euro. Le risorse incrementate non saranno distribuite equitativamente, ma, al netto di una quota equitativa pari al 50% dell’incremento, l’ulteriore 50% sarà ripartito secondo criteri di priorità per le scuole situate in aree ad elevato abbandono scolastico che presentino progetti di recupero valutati positivamente da un valutatore indipendente, per le scuole tecniche e professionali che dimostrino di aver attivato, con le imprese del loro territorio, progetti di formazione/lavoro ad elevata ricaduta occupazionale, per le scuole primarie situate in piccoli Comuni ad elevato rischio di spopolamento, per i progetti di integrazione scuola/ricerca/imprese. La copertura finanziaria sarà rintracciata nell’abolizione del finanziamento pubblico alla scuola privata (circa 300 milioni all’anno) sull’abolizione delle missioni militari all’estero (700 milioni all’anno) sull’abolizione di voci inutili sullo stipendio dei parlamentari e del vitalizio parlamentare (200 milioni all’anno) e da un taglio del 25% delle sole spese in conto capitale del Ministero della Difesa (circa 611 Meuro annui, da dati di bilancio 2012). Sarà inoltre previsto un forum con tutti i soggetti coinvolti nel sistema-scuola (insegnanti, presidi, alunni e famiglie, dirigenti scolastici) per verificare le forme di modifica dei sistemi Invalsi di valutazione, rendendoli più idonei alle esigenze reali di apprendimento. Social housing. L’elevato costo della casa è un fattore peculiare del nostro Paese, e, oltre a generare effetti negativi sul tenore di vita dei titolari di reddito medio/basso, genera anche effetti perversi sulla competitività e la crescita economica, poiché ostacola la mobilità geografica del lavoro, e deprime i consumi. Si propone quindi di rifinanziare il Fondo Investimenti per l’Abitare (FIA) promosso dalla Cassa Depositi e Prestiti, che con una dotazione iniziale di 2,088 miliardi di euro ha già approvato iniziative per 5.184 alloggi permanenti e 1.320 posti-letto temporanei. Si propone quindi di orientare una quota del 33% dell’incremento di 1,38 miliardi annui del gettito IMU derivante dalla rivalutazione degli estimi catastali operata dal Governo Monti al FIA (per un importo pari a 455 Meuro) e di reperire ulteriori finanziamenti privati, tramite un bando dedicato a banche e compagnie di assicurazione, che potranno divenire titolari delle unità abitative realizzate, locandole o vendendole preferibilmente a giovani coppie con meno di 35 anni ed ISEE inferiore a 15.000 euro, a tariffe e valori fissati ex lege, che contemperino l’utile per l’investitore privato con il valore ragionevole di costo per giovani coppie a reddito medio-basso. Riconoscimento immediato della nazionalità italiana ai figli di immigrati regolari nati in Italia ed agli immigrati regolari residenti continuativamente da almeno quattro anni in Italia. Si avvierà poi una revisione delle quote di ingresso, per tenere conto delle esigenze effettive delle imprese, e si redigerà, con l’attiva partecipazione delle comunità e delle amministrazioni locali interessate, un
piano nazionale per i nomadi, che contemperi l’esigenza di fornire alloggi dignitosi alle problematiche locali di integrazione, e che preveda, a valere sul Fondo Sociale Europeo, interventi di formazione professionale ed orientamento al lavoro dei nomadi che intendano stanzializzarsi. Previsione del multilinguismo (arabo, cinese, spagnolo, inglese, francese) negli asili e nelle scuole primarie frequentate per più del 50% da alunni extracomunitari. Revisione dell’ISEE in forma sociale. L’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE) è lo strumento attraverso il quale vengono erogate tutte le principali prestazioni sociali e sanitarie. La revisione dei parametri di calcolo che sta introducendo il Governo Monti rischia di rendere meno equo l’accesso a dette prestazioni da parte dei redditi bassi, poiché verranno computate nell’Isee pensioni sociali, assegni familiari, ed anche la rivalutazione dell’immobile di proprietà, in base alla revisione degli estimi catastali imposta da Monti, ed inoltre si prevedono tagli agli assegni di invalidità superiori ai 15.000 euro del “nuovo” ISEE. Tali modifiche rischiano di tagliare fuori dalle prestazioni sociali migliaia di persone a basso reddito, o invalidi. Si propone quindi di eliminare tale previsione normativa, e di riformulare l’ISEE con coefficienti che privilegino maggiormente, rispetto al vecchio ISEE, le famiglie numerose, le famiglie con disabili o anziani a carico, i nuclei monogenitoriali con prole a carico. Tale revisione deve essere a costo zero per lo Stato, nel senso che lo stesso nuovo ISEE deve penalizzare maggiormente l’accesso ai servizi per i redditi più alti, soprattutto se in presenza di nuclei non numerosi.
B) Per una revisione dei meccanismi di mercato del lavoro e per una maggiore occupabilità delle fasce deboli
Elevazione a 24/36 mensilità dell’indennità risarcitoria per licenziamento individuale illegittimo, senza più poter tenere conto, nella sua determinazione, delle iniziative del lavoratore e del comportamento delle parti nell’ambito delle procedure di conciliazione; Riformulazione della causale di licenziamento per motivi oggettivi, superando la dizione giurisprudenziale “ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa” con una definizione più precisa, che eviti abusi (licenziamenti soggettivi mascherati da oggettivi), ovvero “oggettiva difficoltà aziendale, comprovabile da indici quantitativi di bilancio, desunti dalla dottrina aziendalistica corrente, evidenzianti un effettivo stato di sofferenza economico/reddituale dell’impresa, oppure dimostrabili e comprovabili motivi, inerenti all’organizzazione del lavoro, che rendano superflua la posizione lavorativa, e che rendano impossibile riutilizzare il lavoratore in un’altra mansione. Questi motivi devono essere evidenziati per iscritto, ed occorre illustrare l’effettività della ricaduta della riorganizzazione sulle condizioni economico/patrimoniali dell’impresa”; Riformulazione del criterio della “manifesta insussistenza” per la reintegra in caso di licenziamento oggettivo illegittimo, nel seguente modo “in caso di accertamento di manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento, il lavoratore avrà la scelta fra un indennizzo di importo compreso fra le 24 e le 36 mensilità e la reintegrazione sul posto di lavoro”; Esplicitazione dell’inapplicabilità delle regole per il licenziamento per motivi oggettivi al comparto della pubblica amministrazione e degli enti pubblici non economici; Ripristino del limite dei 270 giorni per il deposito in cancelleria, da parte del lavoratore, del ricorso per licenziamento illegittimo; Previsione dell’erogazione del reddito minimo garantito indipendentemente dall’esito della conciliazione e dal comportamento tenuto dalle parti; Istituzione obbligatoria, nelle imprese con almeno 15 addetti, di un fondo aziendale di capitalizzazione, nel quale accantonare, per ogni dipendente, una somma pari al teorico indennizzo per licenziamento individuale illegittimo. Tale fondo potrà essere indicizzato in base alle stesse regole del fondo del TFR e ne avrà lo stesso trattamento contabile, potendo quindi essere utilizzato dalle imprese che non licenziano come fondo di autofinanziamento; Abrogazione dell’Aspi e sua sostituzione con il reddito minimo garantito; Drastica eliminazione di tutte le modalità di lavoro precario ad oggi esistenti, con la previsione delle sole tipologie contrattuali che seguono: contratto a tempo indeterminato, pieno o parziale, contratto a tempo determinato, di durata non inferiore a 12 mesi (con deroga in caso di assunzione di disoccupati di lungo periodo, lavoratori in lista di mobilità, extracomunitari, disabili) ed automaticamente convertito in tempo indeterminato al terzo rinnovo, eliminando gli intervalli temporali obbligatori fra un rinnovo e l’altro, contratto di primo inserimento per i giovani inoccupati a contenuto misto formativo/lavorativo, di durata massima di 36 mesi, convertibile, a scadenza, in contratto a tempo indeterminato, godente degli attuali benefici contributivi del contratto di apprendistato, e contratto a progetto, modulato sull’attuale co.co.pro. esclusivamente per professionalità medio alte, stipulabile solo a fronte di una retribuzione lorda annua pari ad almeno 50.000 euro; Sperimentazione di forme di condivisione del posto e dell’orario di lavoro fra il padre, prossimo alla pensione, ed il giovane, se inoccupato, tramite accordi sindacali, e con la garanzia di assunzione del giovane quando il padre andrà in pensione, in caso di valutazione favorevole dell’operato del giovane, condotta da una commissione bilaterale; Incentivazione all’uso dei contratti di solidarietà, in caso di crisi aziendali ed in alternativa al ricorso alla CIGS, con la possibilità per il lavoratore di accedere ad un contributo pubblico tale da consentirgli di mantenere almeno il 90% della retribuzione pre-crisi. La copertura finanziaria pubblica di tale provvedimento è da rinvenirsi nella riduzione di oneri finanziari per la CIGS. Una quota di 150 Meuro, a valere sul costo annuale della CIGS, potrebbe essere riservata a sostegno di tali sperimentazioni; Istituzione di un fondo rotativo per l’imprenditoria giovanile, basato su prestiti a tasso di interesse pari all’1%, gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti, per progetti di autoimpiego e start up di imprese da parte di giovani al di sotto dei 40 anni di età. Tale fondo sarà finanziato da un incremento di due punti, dal 20% al 22%, dell’imposta sulle rendite e le plusvalenze delle attività finanziarie, per una dotazione iniziale stimata pari a circa 500 Meuro. Contrasto al lavoro sommerso e rafforzamento della sicurezza sul lavoro. Si propone di rafforzare la vigilanza sulle imprese, per il rispetto delle normative sulla sicurezza del lavoro e dei contratti di lavoro collettivi ed aziendali, tramite un rafforzamento dei servizi ispettivi sul territorio, ed un maggiore incrocio/interoperabilità delle banche-dati previdenziali, fiscali ed amministrative, nonché la formulazione di indici di congruità settoriali che segnalino anomali scostamenti nell’utilizzo di manodopera rispetto alle medie di settore. Le sanzioni riscosse per l’accertamento di violazioni della normativa sul lavoro verranno fatte confluire in un fondo nazionale a carattere rotativo, che le redistribuirà, a titolo di premio, a favore delle imprese risultate in regola con i controlli. Revisione della normativa sulle relazioni industriali. L’art. 8 introdotto dal Governo Berlusconi-Tremonti sarà abrogato, e sostituito da una nuova normativa sulle relazioni industriali, che preveda la partecipazione alle Rsu/Rsa aziendali anche dei sindacati che non hanno firmato accordi aziendali o collettivi, se vengono votati dai lavoratori, e comunque il loro diritto ad esercitare attività sindacale all’interno dell’azienda, nonché l’obbligatorietà di sottoporre a referendum dei lavoratori, di tipo confermativo, qualsiasi accordo, o modifica di esso, di tipo collettivo (facendo quindi votare i lavoratori del comparto) territoriale o aziendale. Verranno invece confermati, al fine di dare certezza all’attività aziendale, i principi dell’”erga omnes” di accordi sottoscritti dalla maggioranza delle Rsu/Rsa e votati favorevolmente dai lavoratori, con le connesse clausole di tregua sindacale.
C) Per un maggiore protagonismo del lavoratore e del lavoro
Introduzione per legge, nelle imprese con almeno 500 addetti, di comitati di sorveglianza composti paritariamente da rappresentanti dei lavoratori e del datore di lavoro, con il compito di determinare l’indirizzo strategico aziendale, e di un comitato di direzione, in cui il ruolo del direttore del personale sia affidato ad un rappresentante dei lavoratori, come nel modello tedesco; Creazione di un fondo speciale per le PMI. Questo fondo speciale, rifinanziato ogni anno con le imposte risparmiate sui nuovi utili reinvestiti (cfr. supra), sarebbe gestito da un organo amministrativo di cui fanno parte anche i dipendenti dell’azienda. L’uso di questi fondi serve per studiare nuove forme tecnologiche di produzione, nuovi rapporti funzionali all’interno del ciclo produttivo, nuovi investimenti da effettuare in campo produttivo. Le determinazioni di questo organismo potrebbero generare una dialettica positiva con la governance tradizionale dell’impresa. Sostegno alla cooperazione sociale. Si intende varare un progetto nazionale, articolato a livello locale, per l’identificazione di ambiti sociali ed assistenziali che possono essere affidati alla cooperazione dal basso fra i beneficiari dei servizi stessi, e fra beneficiari e lavoratori disoccupati/inoccupati. Lo start up delle cooperative sarà sostenuto attraverso una specifica sezione del fondo nazionale di garanzia previsto dalla legge 662/1996. Con la dotazione iniziale di 50 Meuro, provenienti dal FSE per la programmazione 2014-2020, si istituirà un fondo nazionale per il sostegno allo start up di iniziative di cooperazione sociale; Riavvio al lavoro di lavoratori espulsi dai cicli produttivi mediante imprese cooperative di lavoro e produzione. Dette cooperative, che potranno operare anche al di fuori dell’ambito sociale, saranno costituite da lavoratori espulsi dai cicli produttivi, e saranno anch’esse finanziate da una sezione
speciale del fondo di garanzia. Il MISE attiverà anche specifici strumenti di assistenza tecnica ed imprenditoriale per lo start up delle nuove imprese .

MOZIONE 3

Mozione per il cambiamento e la rigenerazione del PSI
Cambiamento e rigenerazione: perché una mozione congressuale.
Noi crediamo nel Partito Socialista Italiano, come risorsa di difesa e di cambiamento dell’Italia. Non sapremmo come svolgere il nostro impegno senza le idee e i programmi del socialismo italiano ed europeo. Nessuno dei richiami, tanto frequenti, alla ridefinizione o rifondazione della sinistra ha per noi senso e significato se non prevede una ripartenza dall’esperienza del socialismo democratico e riformista. La presente crisi economica, le difficoltà di tutta la sinistra, la mancanza diffusa non solo di lavoro e di risorse, ma di speranza e solidarietà tutto intorno a noi, ci fanno dire e ripetere: “Socialisti, se non ora quando?”. Al tempo stesso, siamo consapevoli della debolezza organizzativa e dei ridotti consensi del nostro partito. Talmente ridotti, da pregiudicare la stessa idea di socialismo. Ma bisogna ammettere che questa situazione non dipende dal destino cinico e baro, ma da cause precise. Noi non crediamo che l’eredità del PSI possa essere amministrata con una sorta di tecnica professionale, accontentandosi di accrescere qua e là un modesto numero di seggi, locali o nazionali, e promettendo un’improbabile crescita nel corso del tempo, di percentuale minima in percentuale minima. Occorre fare molto di più. Il PSI vive di grandi obiettivi, di grandi sfide, o non vive. Niente ci ha danneggiato di più
della retorica riassunta nel motto “primum vivere”, che ha giustificato al massimo una burocratica sopravvivenza, e la rinuncia ad un grande progetto. Il PSI non può più essere quello che è stato negli ultimi venti anni. I socialisti italiani devono sapere ritrovare proprio oggi, in questo particolare momento di crisi, le loro naturali ambizioni, che non sono rivolte all’accrescimento marginale di qualche posto di potere, ma al cambiamento del Paese per essere ancora protagonisti della politica italiana. Devono prima di tutto esistere ed essere così in grado di offrire speranza: non si tratta infatti di sopravvivere ad ogni costo come comunità autoreferente, ma di essere utili agli altri ed essere percepiti come tali. Per questo occorre cambiare e rigenerarsi: rimetterci tutti in discussione, e pensare in maniera nuova e diversa il nostro ruolo e i nostri compiti. Fingere un’unità che non c’è, all’interno di un partito oggi diviso, sarebbe stato assolutamente ipocrita. Soprattutto, non potevamo fingere che tutto andasse bene, consentendo, per quieto vivere, la decadenza definitiva del PSI in un’organizzazione priva di ogni prospettiva, dove tutto funziona e nulla
vive. Solo dal cambiamento e dalla discontinuità con il passato può nascere una
nuova unità.

I. Un preambolo all’insegna della franchezza
1. La situazione politica del partito, di gravissima crisi, impone di parlarci con franchezza. Alla crisi di consistenza elettorale, alla perdita di iscritti con la chiusura di molte sezioni in diverse realtà locali, e in un clima di scarso entusiasmo e sfiducia, con la rottura evidente dei legami di solidarietà all’interno del gruppo dirigente, si è aggiunta negli ultimi mesi la decadenza della vita interna, con irregolarità nella convocazione degli organi, nelle votazioni, nel tesseramento. In questo stato il partito, inteso come strumento per sostenere idee e progetti per consentire la presenza organizzata dei socialisti nella società, non riesce a svolgere il suo compito. E richiamarsi alla crisi generale dei partiti non serve: vi è una nostra difficoltà specifica, che è precipitata nel corso dell’ultimo anno, e che si è stata paradossalmente evidenziata dal ritorno di un piccolo gruppo parlamentare alla Camera e al Senato: a quest’obiettivo, in sé necessario, e alla speranza di avere un ruolo nel nuovo governo, è stato subordinato tutto, dall’autonomia politica, alla visibilità e all’immagine presso l’opinione pubblica, fino alla rinuncia a presentare una lista
elettorale quando le condizioni erano a noi assolutamente favorevoli. Non è per caso che, raggiunto l’obiettivo parlamentare, il partito appaia oggi sfibrato, privo di prospettiva, e privo di leadership, con un segretario che ha rivendicato il diritto a ricandidarsi, ma non è sembrato consapevole del dovere di mantenere l’unità del partito, l’armonia del gruppo dirigente, la chiarezza della linea politica. Si è preferito minimizzare, censurare, per esempio sul sito web ufficiale, le ragioni del dissenso, e magari dare stura al pettegolezzo, indicando questo dissenso come frutto di ragioni personali, e non politiche: purtroppo, ci sono compagni e compagne in buona fede che hanno prestato orecchio a questi pettegolezzi, anche per l’assenza di vie di confronto trasparenti per veicolare il dibattito, appena supplite dai social network, che sembrano a volte aver sostituito il confronto politico normale negli organi, e evidentemente costituiscono una valvola di sfogo che non produce però alcuna decisione.

2. Le ragioni che ci spingono a presentare questa mozione sono del tutto politiche, di personale c’è solo l’angoscia di militanti per lo situazione in cui versa il partito. La ragioni politiche possono essere ricondotte, oltre che all’analisi sullo stato di funzionamento del partito sopra esposta, anche alla maturazione di problemi politici mai risolti. La storia degli ultimi vent’anni del socialismo italiano è stata segnata da cocenti sconfitte, che non è possibile ricondurre soltanto al duro prezzo pagato alle vicende di “tangentopoli”: le dirigenze successive hanno avuto pesanti responsabilità. Si è smarrito il senso di appartenenza, si è abbandonata la fiducia nell’ideale socialista, ci si è adeguati alla politica privatizzata e personalistica, accantonando le buone, vecchie regole del dibattito e del confronto. Ci si è spesso quasi vergognati di dirsi, apparire e presentarsi da socialisti: dalle liste congiunte con Segni e Dini, dal Girasole alla Rosa nel Pugno, dietro la giustificazione tattica di ottenere l’elezione di alcuni parlamentari traspariva la convinzione di dover diluire il nostro messaggio, avvertito come un fardello nel tempo della velocità e della semplificazione dei messaggi. Dopo il disastro elettorale del 2008, in molti avevamo sperato in un cambio di passo, nell’orgoglio rinato, in un nuovo progetto coerente con la nostra identità. Purtroppo si è ripetuto un film già visto: il vertice del partito operava per riportare i socialisti in parlamento, ma a quale prezzo? La rinuncia a presentare alle elezioni il nostro simbolo, benchè le condizioni lo consentissero, e prima ancora la rinuncia a partecipare alle primarie del centrosinistra, ha azzerato la visibilità dei socialisti nell’opinione pubblica, bruciando un’opportunità storica, quella di rientrare nel gioco politico, e in Parlamento, con il nostro volto. Di fatto, l’opinione pubblica non si è accorta della partecipazione dei socialisti alla campagna elettorale, al di là di ogni buona volontà personale. Dopo le elezioni, si è assistito a un vero e proprio turbine di ipotesi sulla linea politica, fino alla proposta, avanzata dal segretario pochi giorni dopo aver presentato come strategica l’alleanza Italia Bene Comune, di proporrem un’ennesima alleanza con i Radicali, un’altra riedizione della fallimentareRosa Nel Pugno, proposta rientrata, anche per la reazione furibonda dei compagni, oltre che per l’evidente disinteresse radicale, senza poi avanzarne un’altra. Non si può pensare di dirigere il PSI con continui capovolgimenti di alleanze e di linea politica: si direbbe che l’unica costante debba essere la figura del segretario, tutto il resto appare accessorio.

3. Non ci si può rassegnare a questa situazione e ritenere cioè che essa sia il frutto di una debolezza strutturale e ineliminabile del progetto socialista. Questo vorrebbe dire considerare il nostro ideale, il nostro ruolo storico, la nostra missione, come esauriti. Questo porterebbe ad una sola logica conclusione: lo scioglimento del partito. Del resto, la proposta di cambiare nome e simbolo del partito, pur di continuare a esistere come gruppo e comunità organizzata è la rappresentazione plastica della logica del “comitato elettorale”, del partito come “ditta” che deve adeguarsi ai cambiamenti del mercato, piccola macchina per consentire l’elezione e la partecipazione dei dirigenti professionali al gioco elettorale, senza ormai nessun riscontro a livello di società civile. Noi crediamo invece che la questione socialista sia oggi più urgente che mai, e che sia una questione generale, di estrema importanza per tutta la società e il paese. L’esatto contrario di un problema di percorso di gruppi o di singoli. E’ sulla fiducia di poter ridare alla questione socialista lo spazio che essa merita anche nel nostro paese che dovrebbe concentrarsi la nostra iniziativa e l’intero congresso.

4. A fronte della debolezza politica del partito, a fronte dell’attuale assenza di prospettiva e degli errori che sono stati compiuti, si tende a sostenere che le scelte compiute in questi anni siano state collegiali, e quindi nessuno, che abbia avuto responsabilità in questi anni, potrebbe ora chiamarsene fuori. Un’assurda chiamata di correo, quando qui non si tratta affatto di chiamarsi fuori, ma di assumersi responsabilità e doveri. E il primo dovere, di onestà e di trasparenza, è di riconoscere gli errori commessi, dire “cambiamo”, senza autoassolversi in niente, ma rigenerarsi e rinnovarsi politicamente, con un’azione forte e riconoscibile.

5. Per questo è dunque necessario reagire subito e, nell’interesse dei socialisti e di tutta la sinistra italiana, fare del prossimo congresso un congresso straordinario. Per due fondamentali ragioni. La prima, per decidere tutti insieme cos’è necessario fare, per adottare insieme i necessari rimedi. La seconda, per ridefinire, una volta per tutte, la missione del nostro partito e l’identità del futuro, che si sostanzia nelle proposte e nelle battaglie che i socialisti devono fare per migliorare le condizioni di vita e di lavoro di tutti, e in primo luogo di coloro che sono oggi maggiormente in difficoltà. Un modo di essere che non può coincidere con l’autoconservazione di una memoria storica, peraltro ormai patrimonio largamente condiviso dell’identità italiana, ma proprio per questo insufficiente per un’azione di parte e di partito.

6. Noi crediamo che la nostra missione sia evidente nelle cose, nei fatti che ci accadono attorno. Essa sta nella domanda, potenzialmente enorme, di socialismo oggi presente nel mondo, domanda che in Italia non trova risposta nella politica dei governi e nelle organizzazioni politiche. E’ la domanda per soluzioni politiche, di partecipazione e condivisione, che richiede una vera e propria scelta “socialdemocratica”, cioè la costruzione di un partito illuminista e popolare, moderno ma radicato nella storia. E’ la proposta, basata su studio, competenza, ascolto, di un nuovo ruolo dello Stato come promotore di sviluppo e di redistribuzione del reddito, della riscoperta dei valori e degli strumenti di nuove solidarietà collettive, di un europeismo federalista dei popoli e di un internazionalismo attivo. Ci sono milioni di persone che hanno bisogno di essere ascoltate, che è nostro dovere elementare ascoltare se vogliamo rilanciare con forza la
prospettiva del socialismo italiano ed europeo, non per fissazionenostalgica ma per convinzione della sua utilità. E’ evidente quindi che il richiamo al passato, a un’identità che non si fondi sui valori e sui progettima soltanto sul richiamo comunitario non basta. I socialisti oggi si devono misurare non su quello che sono stati, né tanto meno su un’appartenenza formale e nominale, ma su quello che fanno per gli altri, con i quali possono identificarsi e riconoscersi. Questo in questi anni non è accaduto, perchè non sono stati identificati dall’opinione pubblica come gli esponenti e i difensori di una visione di interesse generale e di ben precise scelte di campo e di valore. La questione socialista c’è ed è di drammatica attualità, averla cancellata si è tradotto in un drammatico e continuo arretramento del lavoro e dei diritti dei lavoratori, nella progressiva liquidazione del ruolo dello Stato garante di uguaglianza e in un generale allentamento dei vincoli di solidarietà.

7. Avvertendo il rischio che il nostro partito corre di fronte al declino, facciamo quindi un appello a tutti coloro che credono nella possibilità di un rilancio dell’iniziativa politica socialista. Lasciandoci alle spalle tutte le operazioni di equilibrismo e di esasperato tatticismo, proponiamo un processo di rigenerazione, un vero risveglio politico del partito, una “scossa”, una radicale discontinuità, nella ricostruzione della nostra immagine e della nostra politica. Un processo di cui il congresso deve essere la prima e fondamentale tappa perché impegna tutti, e di conseguenza il gruppo dirigente che sarà eletto, a fare alcune cose e in tempi certi. In questa prospettiva, si assume di fronte a tutti i compagni
l’impegno a garantire il diritto alla trasparenza, e il diritto alla consultazione e alla codecisione. Vogliamo che i compagni al congresso votino sulla base della valutazione dell’operato del vecchio gruppo dirigente e delle responsabilità che esso aveva, ma anche riconoscendo il discrimine fondamentale emerso con evidenza negli ultimi mesi, ma già latente da tempo, tra chi, anche facendo i conti con il passato dice “basta, cambiamo!”, e chi vuole tranquillamente, come se tutto andasse bene, continuare nel vecchio e disastroso percorso., che salverebbe una persona o alcune persone, ma non il partito. Nessuno di noi pensa di essere eleggibile a responsabilità di partito a qualunque costo e nonostante tutto. Purtroppo, altri nel partito, nascondendosi dietro la retorica dell’emergenza e la descrizione di una comunità destinata, non si capisce perché, a sopravvivere a dispetto di tutto, e in nome di un’unità senza cambiamento, si candidano a gestire una ripetizione monotona di tattiche, espedienti, soluzioni già conosciute, e di basso profilo, in pratica esigendo assoluzione per il passato e carta bianca per il futuro. Vogliamo quindi anche che i compagni votino sulla base di precisi impegni e che il candidato alla segreteria, che noi avremmo preferito fosse deciso dal congresso senza bisogno di legarlo strettamente ad una mozione, venga valutato sulle cose che intende fare nell’arco dei prossimi mesi. Così da poter verificare il rispetto, o meno, degli impegni suoi e del collettivo che lo sostiene.

8. Per affermare tutto questo, il congresso del PSI deve unire tutti coloro che sono interessati a un cambiamento sostanziale delle pratiche e delle prospettive del PSI. Ritenevamo ragionevole, dopo cinque anni e con risultati discutibili, che il segretario facesse un passo indietro, assieme certo all’intero gruppo dirigente. Così non è stato e ci si vede costretti a sollevare una mozione. Viene comprensibilmente rilevato che un Partito di piccolissime dimensioni dovrebbe evitare di dividersi: ma di fronte ad una divisione di fatto creata e imposta dalla cocciuta conservazione delle condizioni del partito attuali, di fronte alla drammaticità della situazione rappresentata dallo 0,2% dei sondaggi, opporsi è doveroso. Per quanto ci riguarda il nuovo Partito deve impegnarsi a rispettar le regole, ad esprimere una vera solidarietà interna, a garantire trasparenza ed agibilità politica a tutti, a impegnarsi per una chiara collocazione a sinistra del partito, senza trasformismi; un impegno alla presentazione del simbolo alle elezioni di ogni tipo e grado; il ricorso alle primarie interne per ogni tipo di candidatura ed incarico.

II. I socialisti per l’Italia e per l’Europa.
Il PSI e i socialisti, soprattutto in questo particolare momento politico, possono svolgere un ruolo decisivo, affinché si affermi nella sinistra italiana una cultura socialista oggi assente. Una tale affermazione ci pare la prima condizione per rendere possibile in futuro il successo della sinistra. Affinché siano praticabiliprofonde riforme di tipo socialdemocratico, nel senso europeo del termine, ma anche nel senso profondamente italiano, di un riformismo radicato nella storia della sinistra, nel mondo del lavoro e della cultura e nei movimenti laici e democratici. Per i socialisti l’obiettivo è darsi un nuovo e grande progetto. Basta vivere di tattiche, facendo quel che si può sotto il manto retorico e vittimisticodel popolo socialista in diaspora, della traversata del deserto e altre metafore bibliche che non rispecchiano una realtà assai più semplice, da interpretare laicamente: senza la cultura socialista la sinistra non vince e non produce riforme efficaci, senza la sinistra i socialisti perdono il loro campo d’azione e la
loro bussola. Adesso bisogna cambiare il presente e costruire il futuro socialista della sinistra italiana. Costruire, con una politica profondamente riformatrice da perfezionare, con battaglie forti da perseguire, una nuova fase democratica che rifiuta lo status quo e nella quale la cultura socialista sia l’espressione più forte di una possibile alternativa alla destra e anche al centro. Ecco quindi che non ci convince la presunta indispensabilità delle “larghe intese”, che presuppone, tra l’altro, l’idea che esista nella presente crisi economica una e una sola politicapossibile, una e una sola coalizione di governo in grado di farci uscire dalla crisi, in nome della governabilità e della stabilità.I socialisti italiani possono avviare oggi, allo scadere del ventennio della Seconda repubblica, una fase straordinaria della loro vita nella consapevolezza che il nostro compito e quello delle future generazioni non è certo quello della sopravvivenza di un minuscolo partito socialista in attesa di tempi migliori, ma è quello di essere protagonista di una vera e propria “rigenerazione” che partendo da zero possa costruire da subito una grande realtà politica con chi ci sta e con chi ci crede. Una fase aperta che ci consenta di lasciare alle spalle le piccoli questioni della vita quotidiana interna al PSI e di superare l’errore più gravecompiuto in questi anni, nonostante le costanti e ripetute sollecitazioni perché si cambiassero strada e comportamenti: ovvero, la logica della chiusura del
piccolo partito fine a sè stesso, che gioca con la politica delle alleanze, un po’ al
centro e un po’ a sinistra, ma che non ha esplicitato una vera strategia da
perseguire. Una politica senza coerenza e coraggio, fatta di piccole cose prese a
prestito dall’attualità. Una politica del galleggiamento, che ha avuto paura di
una gestione condivisa e allargata del PSI. Una fase aggregante, una gestione
allargata e collegiale, una fase in cui tutti gli iscritti possono sentirsi protagonisti
e partecipi di un nuovo percorso.
Dopo vent’anni ci sono le condizioni per farlo. Perché la domanda socialista
nella politica, nell’economia e nella società è una domanda forte che non trova
rispondenza in una adeguata offerta politica. Nessun partito della sinistra, al di
là di qualche sporadica dichiarazione con riferimento al socialismo europeo, ha
dimostrato di voler perseguire una politica socialista e di caratterizzare la
propria politica in questa prospettiva.
Contemporaneamente, mentre la destra tende ad aggregarsi intorno ad un
centro che si candida come unico soggetto politico garante della governabilità,
senza alternative appunto, il centrosinistra, e il PD in particolare, non cogliendo
appieno la gravità del momento, rischia di essere risucchiato nella logica della
stessa governabilità, senza proporre un’alternativa di politiche e di valori di cui
ci sarebbe assolutamente bisogno.
Ecco perché solo un grande e radicale cambiamento della politica economica
non più solo basata sulla cosiddetta politica dell’austerità con la inevitabile
riduzione della base produttiva, solo profonde riforme istituzionali che
consentano ai cittadini di ricostruire un patto di fiducia con uno Stato che oggi
non è garante di giustizia e di uguaglianza, solo un’azione di crescita che
consenta una diversa redistribuzione della ricchezza insieme alla difesa delle
conquiste sociali su cui ancora si regge il paese, può rendere credibile una
nuova sinistra, che non può che essere socialista e di popolo.
Ciò che proponiamo in occasione del prossimo congresso del PSI non è quindi di
ridistribuire le carte all’interno di un gruppo dirigente più o meno ristretto, ma di
chiamare il popolo socialista, giovani e anziani, donne e uomini, che ci crede e
che è stato in tutti questi anni fedele all’idea di socialismo a partecipare
insieme ad una vera e propria “rivoluzione culturale”, partendo da un dato certo:
anche nel nostro paese, come nel resto d’Europa e del mondo, a fronte della
crisi morale in cui si è infilato il capitalismo internazionale e a fronte delle
ingiustizie prodotte da politiche liberiste senza regole, esiste una domanda
potenziale di giustizia, cui in Italia non risponde né la politica né i partiti. Spetta
a noi dare delle risposte e agire con coerenza.
Dobbiamo darci l’obiettivo di una ricostruzione di un’area politica ed elettorale
che ci consenta di affrontare con dignità le prossime scadenze: le elezioni
europee, le prossime politiche e quelle amministrative e aprire una fase grande
anche dal punto di vista dei consensi. Un’iniziativa da perseguire con
abnegazione tutti i giorni e a tempo pieno, che guarda lontano per ridare ai
giovani e agli anziani quella fiducia e quella speranza che seppero dare i
socialisti agli inizi del secolo scorso. Un movimento di rottura con la storia
recente e con le ipocrisie dell’ultimo ventennio, forte e riconoscibile in tutta
l’opinione pubblica. Una contemporanea risposta a quel bipolarismo fittizio, a
quell’alternanza senza ideali che non ha consentito alla grande tradizione del
socialismo italiano ed europeo di avere nuova voce. Che ha imbarbarito la
politica e persino le coscienze. Andiamo alle nostre radici migliori e lì troveremo
la strada della nostra affermazione e della nostra modernità. La sinistra è nata
per difendere gli interessi della classe “la più numerosa e la più povera”. Da
tempo si direbbe che i perdenti, i poveri, i precari, non essendo più che dei
“marginali”, rischiano di non avere più voce. Per la sinistra storica è una parte
rilevante di elettorato, ma occorre andare oltre e colpire il meccanismo che
produce consenso illegittimo alla destra da parte di strati sociali che hanno
bisogni che richiedono programmi di sinistra e si fanno però travolgere dal
mercato dei falsi bersagli. Anni di retorica contro i Partiti e la politica, di
bombardamento mediatico, di disprezzo per la memoria e la cultura in nome
delle esigenze commerciali, hanno drogato i bisogni, li hanno stravolti, li hanno
creati e inoculati per esigenze di mercato. La destra vince perché prima ha
creato i bisogni e poi ha presentato le risposte che aveva già preconfezionate.
Da qui la richiesta di protezionismo, il voto leghista, le paure sapientemente
coltivate, i capri espiatori e il razzismo, le presunte risposte “forti” a pensieri
deboli.
Non noi soltanto, ma tutto il centrosinistra italiano è caduto in questa trappola.
Con tutto il nostro bagaglio intellettuale, abbiamo inseguito le domande e i
punti di un’agenda fissata da altri.
Eppure, noi socialisti non abbiamo mai pensato che sia necessario, sufficiente e
giusto “fare ciò che vuole la gente”: questo si chiama populismo. Il riformismo al
contrario chiede alla “gente”, o meglio agli elettori, che hanno, grazie al cielo,
diversi interessi, bisogni disparati e idee diverse e opposte tra loro, di scegliere
tra opzioni alternative. La sinistra vincente è quella che fa il suo mestiere: il
primo dei quali è non seguire quello che “vuole la gente”, per quello ci sono la
destra populista e i leghisti, ma offrire alla “gente”, meglio, ai cittadini proposte,
solozioni concrete ai problemi, visione della società.
Occorre dire ai cittadini ciò che noi pensiano sia giusto, e farci giudicare, essere
credibili, coerenti e convincenti nell’individuare ciò che davvero conta. Se invece
rincorriamo la destra sulle sue parole d’ordine, non soltanto subiamo
inevitabilmente la sua egemonia, ma i cittadini ci troveranno falsi, insinceri, una
copia sbiadita della destra. E tra la copia e l’originale non c’è gara. Insomma,
come spiegano gli americani, se tu accetti l’ “agenda” dell’avversario, cioè di
discutere soltanto i punti a lui graditi, hai già perso, perché hai accettato le sue
priorità.
Un partito socialista moderno bada a quelli che sono caduti nel fosso, ai lati
dell’autostrada del liberismo impietoso e imperante. Ma soprattutto bada alla
qualità della vita dei tanti che, sempre più affannati, impauriti, su
quell’autostrada arrancano, con gli occhi fissi verso un traguardo invisibile, ma
ossessivamente annunciato, di promozione e gratificazione personale.
Un partito socialista moderno fa della questione del lavoro e della
disoccupazione crescente, sopratutto giovanile, il suo punto principale di
attacco.
C’è una domanda inespressa, perché ancora in gran parte inconsapevole, di
qualità della vita e di dignità. Noi non possiamo promettere a tutti di diventare
ricchi ma garantire che nella società che vogliamo, ricchezza e povertà non
siano il confine tra dignità e umiliazione, tra successo e invidia.
Il socialismo italiano si misura oggi in primo luogo, sulla capacità di produrre
ricchezza e di offrire redistribuzione.
Mentre la crisi economica ha messo a nudo l’assenza della politica, rinchiusa
nel palazzo, autoreferente, perché si immaginava che il mercato potesse, anzi
dovesse, essere lasciato a sè stesso, le “riforme” sono rimaste incompiute e la
“politica” ha ulteriormente abbassato la qualità della sua offerta,
trasformandosi in “casta”. La richiesta di “trasparenza” e di “legalità” – che non
sono solo elementi di moralizzazione della vita istituzionale ma anche e
soprattutto elementi di sua razionalizzazione – hanno dato seguito ad iniziative
populiste per alcuni versi massimaliste ed inefficaci.
A livello sociale la “classe media” è stata in larga parte risucchiata verso il
basso e si è perso uno degli elementi che ha caratterizzato una lunga fase della
storia nazionale: quella della mobilità sociale verso l’alto. Con ciò l’intera società
italiana si sta polarizzando in uno scontro silenzioso ricchi/poveri che però non
trova riscontro chiaro in opzioni politiche alternative, e si assiste ad una banale
semplificazione alla ricerca spesso di facili capri espiatori come gli immigrati,
l’Europa, le teorie complottistiche, che specialmente i “grillini”, per carenza di
cultura politica, amano coltivare.
In questo percorso “destra” e “sinistra” hanno smarrito parecchi tratti storici. La
sinistra ha perduto uno dei suoi connotati storici, quello di guardare al progresso
ed allo sviluppo, potenziando e qualificando il lavoro ed i diritti civili in chiave di
ridistribuzione della ricchezza e di crescita sociale. La destra si è appiattita sulle
vicende giudiziarie del suo leader: così anche l’urgentissima riforma del sistema
giudiziario s’è inceppata.
La nuova fase, diciamo pure la Terza Repubblica, dovrà ricondurre il Paese al
suo storico processo di crescita in un contesto internazionale sicuramente
complesso e difficile.
Di qui la necessità di nuove classi dirigenti, a tutti i livelli, politici, amministrativi,
burocratici, produttivi. Di qui la necessità di nuovi assetti politici in grado di
giovarsi del meglio che c’è e soprattutto di mobilitare il Paese su obiettivi chiari
e realistici, con tempi definiti, con strategie condivise e flessibili.
L’Italia (ed anche per questo la sua storia è importante) è “rinata” più volte. Non
a caso adoperiamo alcune categorie storiche (“Rinascimento”, “Risorgimento”,
“Ricostruzione”, ecc.) che descrivono proprio questi processi straordinari.
L’Italia ha le risorse per battere la crisi e convivere senza ansie con la
globalizzazione: sapendo fare sintesi tra tradizioni e innovazione. Così anche sul
fronte di una nuova e possibile politica industriale s’interconnettono le nuove
potenzialità legate a diversi settori, all’high tech (ed in genere alle innovazioni
tecnologiche, a tutti i livelli) ed ai prodotti tradizionali, da quelli agroalimentari a
quelli tessili; per esempio, basti pensare al “classico” settore dell’edilizia, dove
la gamma di prodotti odierni è estremamente più ampia di quelli riferibili solo a
qualche anno fa (in termini di risparmio energetico, di qualità e persino di
design e di qualità). Occorre però scegliere con decisione la via del rilancio degli
investimenti, anche allargando le maglie del rigore di bilancio, spesso
dimostratosi ideologico e fine a sè stesso. Si può ridurre la spesa pubblica ma
bisogna capire dove si riduce. Cambiare il fisco, riducendo il cuneo fiscale sui
salari e soprattutto distinguendo l’economia produttiva da quella finanziaria e
speculativa. Aggravare il carico fiscale sulla rendita, incentivando l’investimento
e il lavoro. Mantenere la progressività della tassazione, indicendo sui patrimoni,
garantendo agli enti locali fonti adeguate di sostentamento.
Il tema della distribuzione della ricchezza, dovrebbe poi rappresentare la vera
ragion d’essere di una forza politica di sinistra. Passata l’epoca del
“pragmatismo”, senza riferimenti ideologici o culturali, sta tornando la
consapevolezza che occorre interrogarsi sulla “ricchezza”, su come la si produce
e la si distribuisce. E’ di nuovo la questione sociale, è di nuovo la ragion d’essere
della risposta socialista. Occorre affrontare la situazione con riforme coraggiose
e robuste. Vere riforme, in un Paese dove la parola “riformismo”, svincolata da
socialismo, è diventata buona per tutti gli usi e ha perso significato. Il vero
riformismo va sempre nella direzione del “progresso” e della “crescita”.
Oggi avviare con serietà e radicalità un vero processo riformista, significa fare i
conti con le coperture finanziare e con i modelli di servizi e di governance,
pensando, al medesimo tempo, agli effetti ed ai loro costi: riformare, significa
anche razionalizzare ed ottimizzare i servizi. Ad esempio, un sistema sanitario
nuovo è possibile non chiudendo semplicemente gli ospedali ma definendo i
fabbisogni legati al benessere della persona e trasferendo i servizi quanto più
vicino a lui, anche a domicilio. La riforma più cruciale riguarda il lavoro, o meglio
l’assenza di lavoro stabile e continuativo, nell’era della flessibilità e
dell’intermittenza. Non si tratta di promettere lavori fissi e stabili per tutta la
vita, anche se certo si può limitare l’eccesso patologico di precarietà, ma da
tempo sosteniamo l ‘idea, di derivazione dalle socialdemocrazie del nord
Europa, di garantire continuità di reddito, nella flessibilità del rapporto di lavoro.
Questo significa nuovi e veri servizi per l’impiego ma comporta anche una
revisione sostanziale degli ammortizzatori sociali: un vero e proprio welfare di
cittadinanza, un reddito di cittadinanza che il Paese attende da sempre, che
superi la divisione tra garantiti e non garantiti del mercato del lavoro e
abbandoni le antiche logiche clientelari e di scambio per diritti davvero
universali.
E’ evidente, per altri versi, che il lavoro è direttamente proporzionale allo
sviluppo.
Se c’è qualcosa che dovrebbe connotare una forza di sinistra, quanto meno
questo dovrebbe essere incentrato sul lavoro: qui non c’è tempo da perdere o
rischiamo di abbandonare generazioni intere con, se non altro, conseguenze
future e gravi, sui sistemi pensionistici. In una società di capitalismo maturo
“distribuire ricchezza”, non si identifica immediatamente con i “posti” di lavoro;
ma sicuramente con la creazione di opportunità e la soddisfazione di nuovi
fabbisogni, puntando senza indugi sulla formazione, sull’istruzione e sulla
ricerca. Anche in questo l’idea di riconnettere la “sinistra” al “progressismo”,
cioè a un’idea di società in marcia verso una direzione di crescita, può rivelarsi
piena di risorse e prospettive.
III. Il PSI, il Partito del Socialismo Europeo e l’Internazionale Socialista nella
globalizzazione.
Il PSI ha l’orgoglio di essere l’unico partito italiano formalmente membro del
PSE e dell’Internazionale Socialista. Occorre però ricordarci sempre che la forma
non basta: in questo quadro, il PSI è membro storico e rispettato, ma sarebbe
illusorio pretendere di godere di un’interlocuzione privilegiata. Quando si tratta
di affrontare i nodi dell’agenda europea, sono i partiti con effettiva
responsabilità di governo, o che guidano l’opposizione, a contare. Già oggi, di
fatto, il PD è a tutti gli effetti un interlocutore delle forze socialdemocratiche e
laburiste europee e Sinistra Ecologia e Libertà sta avviando un percorso di
richiesta di accredito presso il PSE. Il ruolo europeo di un partito è in massima
parte funzione del suo ruolo nazionale. Ecco perché prima di rivendicare ruoli il
PSI ha il problema di esistere, di essere riconoscibile e avere una funzione. In
altre parole essere un partito utile. Per questo il ruolo del PSI a livello
internazionale deve essere realista. Devono soprattutto finire le letture illusorie
di un’impossibile sostegno delle organizzazioni socialiste europee per
incrementare la nostra influenza in Italia. Al contrario, è il PSI a dover cercare di
aumentare il suo sostegno al PSE e all’IS e questo sarà di aiuto alla crescita e al
prestigio del partito. Il seggio del PSI nelle sedi internazionali deve essere
messo a disposizione come risorsa nell’ambito di un processo di aggregazione
della sinistra italiana.
Il nostro internazionalismo ed europeismo sono necessari in tempi di
globalizzazione.
Riaffermiamo qui le urgenze dei nostri tempi, a cui crediamo che i programmi
socialdemocratici, adeguati e aggiornati, offrano la risposta più adeguata:
– l’urgenza ambientale, con la riduzione del riscaldamento globale, la
ristrutturazione energetica della green economy;
– l’urgenza sociale, con l’intervento statale a comprimere la forbice tra
ricchi e poveri in pieno ampliamento, con il salario minimo, il reddito di
cittadinanza, i programmi di inserimento professionale e formazione, e
con la riduzione non solo delle differenze di ricchezza materiale, ma di
accesso alla cultura, istruzione, alle tecnologie;
– l’urgenza di genere e generazionale, con l’apertura effettiva di più efficaci
metodi di pari opportunità per le donne e di migliori chances per i giovani;
– l’urgenza dei diritti, con la cittadinanza a condizioni eque per i migranti e
la prospettiva della cittadinanza europea in un’Europa federale;
– l’urgenza del diritto, con la lotta alla corruzione, alle mafie, alla
preponderanza del forte sul debole di fronte alla giustizia;
– l’urgenza della pace, con un ritorno dell’Italia e dell’Europa a giocare un
ruolo nel Mediterraneo, frontiera cruciale nel dialogo tra culture e negli
equilibri geopolitici mondiali.
– l’urgenza della cultura, della scuola e della ricerca, che sono la fonte della
capacità dell’economia europea di competere nella globalizzazione,
rifiutando le proposte di riduzione degli standard di qualità della vita in
nome del confronto con sistemi produttivi che si basano su un maggior
sfruttamento del lavoro, per rilanciare una competizione con l’Asia e
l’America inn ome di una “economia della conoscenza”.
Una moderna visione di “cittadinanza costituzionale”, che integri i
migranti al di là delle appartenenze etniche, retaggio del Ventesimo
secolo e delle guerre civili europee, si unisce con le memoria
dell’emigrazione italiana: oggi, nella società globalizzata, le comunità
italiane all’estero sono una risorsa, sovente dimenticata, per il Paese.
La dimensione europea della politica economica è oggi cruciale per
reagire alla crisi: una crisi che è anche crisi di soluzioni politiche, annullate
dal “pensiero unico” dell’austerità. La vicenda greca è il paradigma della
ragione economica che distrugge la democrazia, annulla l’autonomia
della politica, e impone a popoli e cittadini una apparente assenza di
alternative. Da qui la disperazione, l’assenza di prospettive e la percezione
del venir meno dell’utilità della politica. Ne derivano il rigurgito populista e
autoritario, e il venir meno della partecipazione. Questa crisi della
democrazia di fronte alla crisi economica ci dà la misura di quanto sia
estrema, pericolosa, grave la situazione in cui versa il Paese e l’Europa.
Un’alternativa dettata e promossa dalla politica è indispensabile.
IV. Gli impegni che vogliamo prendere per il PSI.
1. Aprire il partito all’esterno, perché il PSI, che pure si ispira ai valori del
socialismo, è qui ed oggi lontano dal rappresentarli. Perciò proponiamo un
appello immediato e non verticistico a gruppi, associazioni, sindacati,
iniziative di base, buone volontà, con l’obiettivo di arrivare insieme, entro il
2014, ad un primo appello “costituente” e ad un congresso aperto da
tenersi con regole nuove. Il primo appello è ovviamente alle molte
associazioni e gruppi di socialisti, che si dichiarano tali, ma che sembrano
non trovare spazio nel PSI, a partire, per esempio, dal Gruppo di Volpedo.
2. Prendere le opportune distanze dal governo Letta “delle larghe intese”, da
una maggioranza in cui non siamo necessari né determinanti,
assumendoci la responsabilità di valutare, anche dal punto di vista
parlamentare, le misure caso per caso e se necessario formulare, quando
possibile, le nostre proposte in contrapposizione. Si tratta di preparare il
futuro rispetto agli attuali equilibri, non piegandoci sul governo per ragioni
prettamente ministerialistiche e opportunistiche, per malinteso senso di
responsabilità, e scegliendo chiaramente una visione bipolare che
contrapponga una sinistra del socialismo europeo e una destra inserita
nel popolarismo europeo. Un sistema politico ancorato alle tradizioni
politiche europee è il miglior contributo per uscire dall’anomalia italiana e
per europeizzare l’Italia.
3. Garantire la continuità nel tempo della nostra linea e del nostro
ancoraggio politico. Il PSI deve essere una forza autonoma all’interno
della sinistra, ancorato ai valori della socialdemocrazia europea, distinto
ma in stretto dialogo sia con il Partito Democratico sia con Sinistra
Ecologia e Libertà, nettamente distante da posizione estremiste,
giustizialiste, populiste, e preparare quindi una sinistra italiana diversa,
più europea e socialista nelle idee e nei programmi.
4. Preparare da subito l’appuntamento con le elezioni europee,
promuovendo ogni iniziativa di riforma elettorale che consenta la
presentazione della nostra lista, anche tenendo presente le
raccomandazioni della Commissione Europea che invitano i Paesi europei
a favorire la rappresentanza e a individuare pubblicamente il partito
europeo di riferimento. Dobbiamo evitare una mortificante partecipazione
di singoli candidati in liste altrui, e promuovere una lista con un proprio
simbolo e con riferimento alla famiglia del socialismo europeo. Una lista
che possa catalizzare la richiesta, forte e trasversale in tutta la sinistra
italiana, di unione nel nome del socialismo europeo.
5. Lavorare nella prospettiva di avere nelle prossime elezioni politiche una
propria lista socialista autonoma, soprattutto se si dovesse andare a
votare anticipatamente con il “Porcellum”, diversamente bisogna aver
chiaro che la scomparsa di qualsiasi riferimento socialista dalle liste
elettorali rende impossibile nel medio e lungo periodo la ricostruzione del
partito.
6. Il gruppo dirigente e il candidato segretario che sostengono questa
mozione si impegnano a garantire una gestione collegiale e partecipata
del partito. Ci si oppone ad ogni forma di privatizzazione e
personalizzazione del partito. Si propone un dialogo costante con gli
iscritti, un rilancio delle esperienze e delle iniziative locali e una reale
apertura degli organi dirigenti, e ci si impegna a sottoporre a referendum
tra gli iscritti le decisioni più importanti.
7. Da qui deriva anche la proposta, che avrebbe potuto valere sin dal
congresso nazionale ma che può valere per i prossimi congressi locali, di
primarie aperte per la designazione dei segretari e per la designazione dei
candidati. Questa soluzione, se non attuabile nell’immediato, appare
l’unica possibile e funzionale per marcare un processo di rigenerazione
del PSI immediatamente dopo il congresso.
Abbiamo la certezza che le difficoltà che qui abbiamo evidenziato possono
essere affrontate con serietà e spirito costruttivo in occasione del prossimo
congresso. Se abbiamo tutti insieme la volontà di reagire con coraggio, per
riscoprire le nostre ambizioni, per ritrovare le ragioni della nostra missione e per
rilanciare il partito verso importanti obiettivi. Una grande svolta, rispetto
all’attuale declino. Una nuova e grande “iniziativa socialista” che riunisca tutti
coloro che sono interessati a quel cambiamento profondo del PSI che abbiamo
descritto. Riunire gruppi diversi, storie personali e sensibilità diverse che,
mettendo da parte ogni personalismo, si assumono la responsabilità di definire
e promuovere un nuovo progetto di rigenerazione della cultura socialista e di
rinnovamento del partito, facendo largo ai più giovani e alle più giovani.
Questo è lo spirito con il quale molti di noi si sono mossi e si stanno muovendo,
affinché sia tenuto un congresso vero, un congresso partecipato, di dibattito e
straordinario.
Un congresso per eleggere un nuovo segretario che creda in tre cose: creda nel
partito, creda nel socialismo come base di riferimento della nostra azione
politica e creda in se stesso, non per se stesso, ma per essere a disposizione
totale del partito e dell’idea socialista.
I firmatari di questa mozione sono lontani per cultura dall’idea che la politica sia
fatta da poche persone al comando: ribadiscono la visione di un partito
partecipato e condiviso. In accettazione delle regole congressuali, indicano in
Angelo Sollazzo il proprio candidato alla segreteria. Indicano inoltre Roberto
Biscardini quale presidente del partito.
SOLLAZZO ANGELO, BISCARDINI ROBERTO, CEFISI LUCA, VITA ROCCO, ASCENZI
ANTONIO, BENAGLIA FRANCO, BESOSTRI FELICE, CEREMIGNA ENZO, FRANCHI
FRANCO, MIELE GIOVANNA, NESI ANDREA, ZAMMATARO DAVIDE, ALBERIO
MARCO, AUGELLO RAIMONDO, CAIAZZO ARCANGELO, CLARIZIA VINCENZO, CRO
ANTONINO, FUSTO LUIGI, GUARINO ROCCO, MAGGI CALOGERO, MELONI MARCO,
PANCALDI ANDREA, RICCA LUIGI, SCARANO GIUSEPPE, SQUARCIONE MARIA,
TANZILLI ROCCO, VERTEMATI FERNANDO, VERTEMATI ROBERTO, ZIELLO LUIGI,
MARINELLI CINZIA, PANGIA MICHELE, BENZONI ALBERTO.

“CONVERGENZA SOCIALISTA”. Per il profondo rinnovamento del P.S.I.

3° CONGRESSO NAZIONALE del PARTITO SOCIALISTA ITALIANO.

Siamo qui per far ripartire un partito storico della sinistra italiana politicamente del tutto inesistente nella nostra società. Vorrei, quindi, porre alcune domande e che siano i fari di questo mio contributo. Primo, quali sono le motivazioni politiche per l’esistenza di un partito socialista, oggi, in Italia? In altre parole, un partito socialista è realmente necessario? Se si, per fare cosa?

Al giorno d’oggi, noi tutti, lottiamo quotidianamente contro il solidificarsi di una status politico-finanziario i cui risvolti egoistici sono in costante accelerazione. Testimoniamo, inoltre, lo sgretolamento atomistico delle aree della sinistra storica, incluso il nostro partito.

Prendiamo atto del fatto che le politiche tendenti a valorizzare la giustizia sociale e la solidarietà tra gli uomini e tra i popoli sono politiche aliene rispetto ad un modus operandi legato ad un modello di capitalismo finanziario rapace.

E’ indubbio che l’impatto di ogni crisi sul tessuto produttivo, sull’economia reale e sui comportamenti sociali sia, oggi, l’effetto di una chirurgica ed autonoma autoregolamentazione del sistema finanziario e bancario multinazionale, le cui politiche egocentriche ed egoistiche vengono calate a livello nazionale attraverso lo strumento della politica.

In questo senso, l’incapacità della politica nazionale, europea ed internazionale, di contrapporre un modello di progresso sostenibile alternativo è dettata dalla mancanza cronica dei soggetti politici e delle classi dirigenti di proporre un progetto politico di lungo periodo che coinvolga la società civile ad un dialogo per il futuro. In questo contesto, il Partito Socialista Italiano deve ritornare protagonista nello studio, nell’analisi e nella proposta economica e finanziaria, globale e nazionale.

Oggi, paradossalmente, è proprio la massa delle individualità non incanalate in soggetti politicamente organizzati ad essere di gran lunga maggioranza. In questa situazione politica frastagliata ha senso, quindi, cercare di riprendere un filone di discussione, definire una piattaforma politica e programmatica su cui convergere per dare un senso sul chi siamo e sul cosa vorremmo fare. Unaconvergenza socialista necessaria, prima di tutto, all’interno del partito. E non ricercarla significherebbe rimanere fuori dalla storia soprattutto in un mondo in cui i popoli rivendicano la necessità di una azione socialista.

E’ in questa ottica che sorgono i seguenti intenti politici:

una convergenza socialista per creare un retroterra culturale e politico che abbia l’obiettivo di riprendere il cammino dell’unità dei socialisti all’interno di un ragionamento che conduca ad un ripensamento profondo del ruolo della sinistra italiana nella società. Diventa prioritario, oggi, teorizzare una sinistra di stampo socialista, vale a dire inclusiva e democratica, plurale e meritocratica;
una convergenza socialista per caratterizzare sul piano politico l’aspirazione del P.S.I. a farsi centro e promotore di un processo di costituzione di un futuro movimento socialista italiano attirando verso le rive del socialismo europeo i partiti ed i movimenti politicamente vicini. Ricercare un terreno comune su cui convergere è possibile ed auspicabile, e questo luogo incantato non può che essere il socialismo, inteso come vasto spettro di orientamenti politici tutti, però, con l’intento massimo di “portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”.
una convergenza socialista per riallacciarsi alla nostra gloriosa tradizione e perseguire con forza gli assiomi ideali di libertà e di democrazia, indissolubilmente connessi agli assiomi fondamentali dell’eguaglianza e della giustizia sociale;
una convergenza socialista per realizzare la sintesi tra i vari filoni del socialismo italiano all’interno di una ricostituita sinistra italiana e per perseguire l’unione politica di tutti coloro che, pur provenendo da diverse scuole politiche, riconoscono nella difesa dei deboli del mondo e nella lotta al grande capitale ed alla grande finanza la motivazione primaria del fare una “politica socialista”, prospettando, così, un modello di movimento non dogmatico ma aperto a tutti gli strati della società;
una convergenza socialista per rimanere ancorati in Europa alle esperienze radicalmente riformiste del socialismo europeo senza dimenticare gli aspetti positivi dell’esperienza della sinistra europea, e all’internazionalismo;
una convergenza socialista per perseguire e praticare la democrazia, soprattutto all’interno del partito. La democrazia interna implica, infatti, la più grande attivazione e partecipazione critica dei partecipanti, e consente la manifestazione di tendenze diverse, elevando il necessario spirito di solidarietà e di collaborazione.
Tocca ora a noi, a tutte le compagne ed i compagni, comprendere che il compito dei socialisti è quello di risolvere alla radice le storture di sistema che intaccano selvaggiamente l’esistenza delle fasce sociali più deboli. Storture di un capitalismo selvaggio che una minoranza socialista, emarginata e spezzettata, non può affrontare.

Sino a quando non metteremo mano ad una soggettività socialista, nel senso più democratico e trasparente possibile, che coinvolga tutte le realtà interessate a far parte di un processo politico e programmatico che realizzi reali riforme strutturali per i deboli della società, non avremo peso politico, non modificheremo lo status quo e continueremo a subire provvedimenti legislativi e modifiche costituzionali senza alcuna possibilità di intervento.

Risolvere alla radice tali storture, però, richiede una comprensione vasta della società globalizzata e delle sue sovrastrutture. Questo significa che i socialisti devono adoperarsi lungo quattro direttrici:

Primo, adoperarsi per una analisi completa del sistema capitalistico, oggi finanziario, e del modello di organizzazione delle società.

Secondo, adoperarsi per la definizione di un sistema di sviluppo alternativo e misurabile su fattori di sostenibilità. Un nuovo modello di sviluppo, alternativo, che rintracci nel benessere dell’essere umano e degli esseri viventi i suoi tratti fondamentali. Il neo-capitalismo è oggi morto, trasformandosi lentamente in qualcosa di più pericoloso poiché, staccandosi dalla fase produttiva, ha compreso di poter alimentare se stesso a costi quasi azzerati. Il capitalismo è diventato, così, un processo in cui il capitale continua a generare se stesso senza fermate intermedie, autoalimentandosi.

Terzo, adoperarsi affinché si ristabilisca un contatto tra la voglia di inclusione politica da parte dei cittadini e le idee di eguaglianza, di solidarietà umana e di giustizia sociale. Siamo ormai giunti, in questo Paese, al paradosso per cui vi è una forte necessità, anche inconscia, di socialismo e la mancanza di socialismo nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche. Quindi, adoperarsi affinché si ristabilisca un contatto diretto con la gente nei territori, territorializzando la progettualità di una forza socialista, che tratti direttamente, casa per casa, strada per strada, fabbrica per fabbrica, le reali problematiche delle collettività. Una forza socialista per la povera gente che rigetti il perseverare di una politica annacquatamente riformista. Non vi è alternativa politica, oggi, senza un collegamento serio tra una forza marcatamente socialista e quello che è rimasto del suo popolo.

Dovremo, quindi, da subito, puntare ad un lavoro di ripresa di un movimento popolare radicandoci nei territori. Un movimento dei molti contro una politica di semplice ricerca di cartelli a fini elettoralistici. Oggi un partito la cui esistenza risiede prettamente nei suoi fini ellettoralistici non ha alcun senso politico e sociale, e non è strumento di un ripensamento dei processi sociali in quanto estranea, da tali processi, la gran parte delle cittadinanze.

Quarto, adoperarsi affinché il nostro partito torni a discutere dei bisogni dell’essere umano nelle società moderne. Vale a dire:

1) Lavoro a tempo pressoché indeterminato;

2) Diritto alla casa, affinché ognuno abbia un tetto;

3) Abbattimento sostenuto della povertà;

4) Sanità pubblica e gratuita;

5) Scuola e università pubblica e gratuita

Partiamo da un ragionamento di sistema. E’ necessario premettere che un’economia nazionale immersa in un meccanismo economico globalizzato, essenzialmente di stampo liberista, rischia, durante crisi di sistema come l’ultima, di vedersi proiettata verso una nuova organizzazione sociale e politica, non prevedibile, caratterizzata essenzialmente dal prosciugamento di diritti e di benessere collettivo.

Il primo punto è il diritto al lavoro. E’ senza dubbio prioritario uscire da una logica di mera schiavitù la quale trova ampio spazio nel labirinto variopinto dei contratti di lavoro. L’obiettivo da perseguire e’ il lavoro a tempo indeterminato, sia da un punto di vista economico-programmatico che culturale. Vanno eliminate progressivamente tutte le tendenze ad un impoverimento della qualità della vita e all’aumento dell’insicurezza famigliare e sociale.

Il secondo punto è il diritto alla casa. E’ necessario affrontare il problema casa in modo del tutto rivoluzionario partendo dall’idea che ogni singolo individuo, ogni singola famiglia ha il diritto ad avere un tetto, un riparo, un rifugio, una casa e che essa deve essere fornita in ultima istanza dallo Stato. L’approccio al rispetto di questo diritto ci deve portare tendenzialmente all’azzeramento della percentuale relativa ai senza tetto oggi in Italia.

Per chi ha un reddito, il problema principale è nello squilibrio tra offerta e domanda abitativa. Non c’è, in Italia, una offerta abitativa capace di assorbire una domanda di abitazioni a prezzi moderati. Abbiamo un invenduto rilevante mentre l’emergenza abitativa cresce per i prezzi troppo elevati, per gli effetti che la crisi sta avendo sui redditi e sulla capacità delle famiglie di pagare affitti e mutui bancari, e per l’abbandono da parte dello Stato di una politica di edilizia economica e popolare. Da una stima condotta da Federcasa sembra che le famiglie in attesa di una casa siano circa 583-mila mentre gli alloggi invenduti si aggirino intorno alle 300-mila unità. Certamente lo Stato dovrebbe riprendere una sua centralità propositiva avviando da subito, nel caso questi numeri venissero confermati, la costruzione di abitazioni a prezzi popolari per soddisfare una domanda di circa 280-mila famiglie e, contemporaneamente, avviare politiche di assorbimento dell’invenduto che vadano a soddisfare le esigenze delle famiglie in attesa di una abitazione. Nel suo complesso, lo Stato deve essere garante del benessere dei suoi stessi cittadini e, quindi, avviarsi verso un cambiamento di tipo culturale prima che politico che vede nell’abitazione un diritto.

Il terzo punto è l’abbattimento sostenuto della povertà. Nel 2011 l’Italia si è ritrovata con più di 8 milioni di poveri, i quali rappresentano quasi il 14% dell’intera popolazione e l’11% delle famiglie. Quasi 3 milioni di famiglie, composte da due persone, è al di sotto della soglia di povertà (pari a 1.011,03 euro mensili). Aumenta la povertà di coppie con un figlio, pari al 10,4%; delle famiglie con cinque o più componenti, pari al 28,5%. Le famiglie a rischio povertà sono il 7,6% mentre al Sud la situazione si aggrava visto che una famiglia su quattro è considerata povera. In una situazione simile lo Stato e le istituzioni dovrebbero avere le capacità operative di intervenire celermente con misure atte a calmierare gli effetti nefasti della crisi, soprattutto con l’istituzione di un reddito minimo. E’ vero che tutti i Paesi europei prevedono qualche forma di reddito minimo tranne Italia, Grecia e Bulgaria. Indirizziamo, però, i nostri ragionamenti verso uno dei Paesi più all’avanguardia sul reddito minimo, la Norvegia, la quale offre ai suoi cittadini un reddito di esistenza, senza limiti, che garantisce un importo mensile di circa 500 euro.

Se noi supponessimo, secondo la proposta di ‘Intelligence Precaria’, di erogare 600 euro mensili per garantire a tutti un reddito di base pari a 7.200 euro all’anno, a tutti indipendentemente dall’età e dallo status, la collettività dovrebbe sopportare un costo annuo di quasi 18 miliardi di euro. Ma tenendo conto che, a oggi, si stima che il costo attuale del welfare sia di 15,5 miliardi di euro annui, il costo extra da sopportare si aggirerebbe intorno ai 5 miliardi di euro annui. 5 miliardi, pari al gettito ricavabile da un’ imposta ordinaria, di certo non pesante, sul patrimonio, incluso quello mobiliare, con aliquota progressiva al di sopra di un milione 200 mila euro.

Il quarto punto è il diritto alla salute, pubblica e gratuita. La tutela alla salute come “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività” è sancito dall’Articolo 32 della nostra Costituzione e tale principio deve essere osservato e promosso con l’azione costante delle istituzione affinché rientri l’effettivo e progressivo scollamento, tutt’ora in corso, tra norme scritte e norme applicate. L’Italia dovrebbe iniziare a essere uno Stato moderno ed efficiente soprattutto con la modernità e l’efficienza del suo sistema sanitario e con la funzionalità dei suoi servizi essenziali. Il diritto alla salute è di tutti i cittadini. Oggi, però, testimoniamo uno smarrimento politico sul come rendere questo diritto fondamentale una realtà, viste le sue disfunzioni e i suoi costi. L’egoismo e gli interessi personali, oltre all’inadeguatezza delle strutture, sono cancri del sistema sanitario nazionale. Il pensiero neo-liberista sponsorizza un sostanziale programma di privatizzazione degli enti pubblici, sostenendo che i problemi della sanità italiana si possono risolvere solamente con la privatizzazione di molti settori del servizio sanitario. Questo, però, implicherebbe una sanità in balia delle leggi di mercato andando contro i più deboli e i più poveri.

In Europa, poi, spendiamo molto meno rispetto ad altri paesi. L’Italia, infatti, spende circa 115 miliardi di euro per la sanità, pari al 7,2 per cento del P.I.L. Non vorrei che si usasse la tesi dell’alto costo della spesa sanitaria pubblica per smantellarla e avviare un processo di privatizzazione del tutto a scapito dei più deboli. Il sistema sanitario deve essere pubblico e le risorse vanno ricercate nelle inefficienze del sistema paese. Dal sommerso, all’evasione, dalla corruzione alla concussione. Basti pensare che solo il sommerso vale tra i 529 e i 540 miliardi di euro. Sarebbe auspicabile una radicale riforma del sistema sanitario nazionale, in senso pubblico, responsabile e razionale, e con la fine immediata della lottizzazione delle Unità Sanitarie Locali da parte dei partiti.

Il quinto punto è il diritto allo studio, pubblico e gratuito. Il diritto allo studio è tra i diritti fondamentali che consente l’attuazione di altri diritti della persona. Avere la possibilità dell’istruzione permette alla collettività di essere consapevole nelle scelte da fare, in modo del tutto autonomo. Naturalmente, il diritto allo studio non deve avere vincoli calati dall’alto in quanto non è una merce a pagamento ma un diritto che solo una scuola pubblica efficiente, gratuita ed aperta a tutti, può perseguire. Reputo che ci si debba muovere verso la valorizzazione del pubblico attraverso l’intervento dello Stato. Lo Stato abbia cura del pubblico. I privati, e solo i privati, delle istituzioni private. Naturalmente, la linea di demarcazione tra intervento pubblico e privato deve essere chiara e netta. Solo la scuola pubblica può aprire la nostra società ai cambiamenti, senza recinti identitari separati, nel solco della coesione sociale e verso un approccio multiculturale e multirazziale.

Questi sono i punti fondanti di una società equa e solidale. Socialista.

Firmatari: Manuel Santoro, Sergio Alonzi, Giancarlo Amante, Adriano Antognetti, Felice Carlo Besostri, Nadia Butini, Gianni Carloni, Silvano Chezzi, Daniela Circelli, Mauro Colantoni, Raffaele Coppola, Roberto Culatti, Raffaele Cuorvo, Franco Da Rif, Giuseppe Iacopini, Tonino Lattanzi, Rosalba Leonetti, Stefano Longo, Massimo Lotti, Manfredi Mangano, Lamberto Nanni, Giancarlo Nobile, Folco Noferini, Fernando Pochet, Giacomo Ragone, Ivano Ruggeri, Beppe Sarno, Rainero Schembri, Sergio Spaziani, Aldo Tonini, Fausto Viaggi, Davide Zerillo