venerdì, 6 Dicembre, 2019

Le radici castriste della crisi venezuelana

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La crisi venezuelana è un postumo della Guerra Fredda; non casualmente vi si trovano coinvolte (sia pure per ragioni diverse da quelle del passato) le superpotenze protagoniste dello scontro ideologico-politico della seconda metà del secolo scorso. Gli effetti della crisi attuale, che investe l’intera America centro-meridionale, al pari di quelli della crisi dei missili di Cuba del 1962, si riverberano sul resto del mondo, con la possibilità, nel caso che il Venezuela diventi teatro di una guerra civile, che essi possano aggravarsi ulteriormente.

La crisi ha il suo protagonista indiscusso in Hugo Rafael Chávez Frias, ex Presidente della Repubblica venezuelana che, divenuto membro della casta militare con la nomina a colonnello nel 1991, è stato protagonista l’anno seguente di un colpo di Stato condotto dalle forze militari, per rovesciare il legittimo Presidente Carlos Andrés Pérez. Il golpe è fallito e Chávez, dopo un breve periodo trascorso in carcere, ha riconquistato la libertà nel 1994, grazie a un amnistia, continuando a conservare lo status di membro della casta militare.

La carriera politica di Chávez è iniziata nel periodi carcerario ed è proseguita sino alle elezioni presidenziali del 1998; nel 1999, egli è diventato Presidente del Venezuela e a questa carica è stato ripetutamente rieletto nel 2000, 2006 e 2012, sposando l’ideologia socialista e bolivarista durante i quasi 14 anni di governo, escluso il brevissimo periodo della sua deposizione temporanea, nel 2002, per un altro fallito colpo di Stato.

Dal giugno 2011 fino alla morte, Chávez ha sofferto gli effetti di un cancro che lo ha costretto a sottoporsi a numerosi interventi chirurgici in Venezuela ed a Cuba; la malattia non gli ha impedito, però, di continuare a svolgere i suoi impegni politici, sino alla morte avvenuta nel 2013.

Subito dopo essersi insediato come Presidente della Repubblica Venezuelana, nel 1999, Chávez ha promosso la realizzazione del suo programma di governo, indicendo (al fine di aumentare i poteri del presidente) un referendum popolare per riformare la costituzione vigente. Approvata la nuova costituzione, tutte le cariche pubbliche elettive (inclusa quella di Chávez) hanno dovuto sottoporsi a un nuovo voto. Nel 2000, il Presidente in carica è stato riconfermato a larga maggioranza (con il 59,5% dei voti) e a capo del nuovo Parlamento (rinominato “Assemblea Nazionale”) ha dato il via a quella che lo stesso Chávez ha chiamato “Rivoluzione Bolívariana Pacifica”, ovvero all’attuazione delle nuova costituzione.

Sul piano interno, Chávez ha attuato una politica economica d’ispirazione socialista, col preciso scopo di contribuire a migliorare le condizioni di vita dei ceti più poveri della popolazione; gli esiti di questa politica economica non hanno però riscosso un consenso unanime. Secondo gli oppositori, la politica economica di Chávez è stata caratterizzata da un alto livello della spesa pubblica che, date le propensioni populiste del suo ideatore, ha compromesso la stabilità economica e politica del Paese; inoltre, sempre secondo gli oppositori, la politica monetaria, essendo stata di tipo espansivo, ha causato un’iperinflazione, tenuta sotto controllo attraverso un innaturale blocco dei prezzi, al costo di una diffusa carenza di beni di prima necessità. Nonostante le consistenti disponibilità derivanti dallo sfruttamento delle risorse energetiche, il Venezuela, con l’eccessivo blocco dei prezzi, la pratica delle costanti sovvenzioni al consumo e la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, ha scoraggiato gli investimenti esteri e compromesso l’aumento dell’offerta interna.

Al contrario, secondo i sostenitori di Chávez, i motivi della crisi economica, sociale e politica interna sono stati originati dal basso prezzo del petrolio (conseguente alla crisi economica internazionale) che ha creato una forte riduzione della liquidità con cui il Venezuela era solito provvedere mediante le importazioni ai deficit alimentari ed a quelli di altri generi di prima necessità. La situazione interna, tuttavia, a parere dei sostenitori di Chávez, non sarebbe mai stata critica, perché gli effetti dell’inflazione, sebbene risultasse la più alta registrata in tutta l’America Latina, sono stati contrastatati attraverso l’erogazione di sussidi al consumo. Tutto ciò, tra l’altro, sarebbe valso ad evitare che la Grande Recessione del 2007/2008 colpisse il presunto migliorato livello del benessere della popolazione venezuelana.

A parte gli esiti non univocamente condivisi della politica economica interna, secondo molti analisti internazionali, è stata la politica estera a rappresentare il vero “tallone d’Achille” dell’azione politica complessiva di Chávez. Si è trattato di un’azione che può essere capita se si tiene conto di ciò che è accaduto nel Centro-Sud dell’America Latina nel periodo della Guerra Fredda. A quell’epoca, la strategia della principale antagonista degli Stati Unito d’America, l’ex URSS, consisteva nel promuovere “la costituzione di blocchi di attori di taglia minore”, allo scopo di attrezzarli e motivarli contro lo strapotere degli USA in tutta l’America centro-meridionale.

Questa strategia comportava l’individuazione di un “leader carismatico” all’interno dei vari “blocchi” di Stati; Fidel Castro è stato quello prescelto per creare una sorta di “fronte comunista latino-americano”, da contrapporre allo strapotere degli USA. Il progetto è stato abbandonato nel 1962, a seguito dello scoppio della crisi dei missili di Cuba. Come afferma Carlos Julio Peñaloza Zambiano (già generale dell’esercito venezuelano a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso) in “Ascesa e caduta dello pseudoimpero venecubano” (“Limes”, n. 3/2019), Castro però non si è dato per vinto, cercando di guidare la politica estera del Venezuela, per costituire un’area a influenza castrista, avvalendosi a tal fine di Chávez in quanto fornitore delle risorse finanziarie necessarie, provenienti dallo sfruttamento delle risorse petrolifere venezuelane.

Non potendo più contare sugli aiuti sovietici (dopo il crollo dell’URSS), Castro ha orientato la propria attenzione esclusivamente sul Venezuela, “infiltrando” i propri uomini nelle forze armate del Paese caraibico; inoltre, sempre a parere di Peñaloza Zambiano, Castro, persa la solidarietà dei Paesi del socialismo reale, è stato costretto ad abbandonare la sua arma tradizionale, il “golpismo”, per potersi meglio accreditare presso il Forum di S. Paolo (una Conferenza dei partiti politici di sinistra dell’America Latina e dei Caraibi, fondata dal Partito dei Lavoratori del Brasile), previa “forzata” conversione di Chávez, al “cosiddetto socialismo del XXI secolo”, un’ideologia d’ispirazione marxista, affermatasi in Venezuela sul finire degli anni Novanta, per iniziativa del “Movimento Quinta Repubblica”; sorto per l’iniziativa prevalente dei membri della casta militare fedele alla politica di Chávez, questo “Movimento”, facendo leva su alcuni elementi fondamentali (quali, il riferimento al mitico patriota e rivoluzionario venezuelano Simon Bolivar e all’impegno di introdurre nel Paese una nuova costituzione e un nuovo ordinamento giuridico) ha ottenuto che, dopo un referendum popolare, nascesse la Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Castro, continuando ad avvalersi delle disponibilità finanziarie della nuova Repubblica, ha cercato di accreditare il proprio progetto egemonico sull’intera America Latina, finanziando la campagna elettorale di Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile e adoperandosi per creare “l’Alianza Bolivariana para América Latina y el Caribe” (ALBA), un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i Paesi dell’America Latina e i Paesi caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba, in alternativa all’”Area di Libero Commercio delle Americhe” (ALCA), voluta dagli Stati Uniti. Inoltre, al fine di aumentare il margine di controllo su Chavez, Castro si è avvalso dei “servigi” di Nicolás Maduro (addestrato a L’Avana per un decennio), affiancato nel corso degli anni Novanta al Presidente in carica, al quale è subentrato, dopo la sua morte nel 2013, nel ruolo di Presidente della Repubblica Bolivariana

La presidenza di Maduro ha coinciso con un ulteriore deterioramento di tutti i parametri macroeconomici; negli ultimi anni, infatti, per effetto di diversi fattori (quali la diffusa corruzione, la politica economica espansiva del governo e la diminuzione del prezzo del petrolio), lo status economico del Venezuela è notevolmente peggiorato, con un aumento dell’inflazione, della povertà e della penuria di generi alimentari e di largo consumo. A causa della conseguente diminuzione della qualità della vita, nel 2014 sono incominciate le proteste di piazza sfociate progressivamente in vere e proprie sommosse quotidiane. Inoltre, Maduro non ha esitato a reprimere con metodi violenti l’opposizione democratica, con l’impiego del sistema carcerario per ridurre al silenzio i dissidenti.

A seguito della elezioni presidenziali del 2018, fortemente contestate e considerate irregolari dagli oppositori interni e da diversi Stati esteri, sono state dichiarate illegittime dall’Assemblea Nazionale, controllata dall’opposizione, ma di fatto esautorata; il 23 gennaio del 2019 Juan Guaidó, dopo aver dichiarato illegittimo anche il mandato di Maduro, si è autoproclamato Presidente della Repubblica Bolivariana.

Guaidó è stato riconosciuto come Presidente ad interim dagli Stati Uniti e dai governi di Francia, Regno Unito, Canada, Brasile, Colombia, Paraguay, Argentina, Perù, Ecuador, Cile, Guatemala e Costa Rica; al contrario, Russia, Cina, Messico, Cuba, Bolivia, Uruguay, Turchia, Nicaragua ed El Salvador, hanno continuato a riconoscere Maduro come Presidente legittimo. Tra questi ultimi Paesi, però, il Messico e l’l’Uruguay (cui si è associata anche la Santa Sede) hanno accettato la permanenza al potere di Maduro, subordinandola però all’avvio di un processo di mediazione tra i due presidenti, che dovrebbe concludersi con nuove votazioni, da svolgersi nel rispetto delle regole democratiche. Di fronte all’iniziativa del Messico e dell’Uruguay, Maduro si è dichiarato pronto a dialogare con le opposizioni, aprendo il Paese alla possibilità di nuove elezioni parlamentari anticipate, ma Guaidó, sorretto dalle forze di opposizione, ha rifiutato ogni tentativo di mediazione, rendendo sempre più probabile lo scoppio di una guerra civile.

La posizione di Guaidò è però resa debole dalle divisioni interne alle forze di opposizione: una parte di queste mira a rimuovere Maduro, per essere certa che un eventuale governo di transizione possa convocare libere elezioni; un’altra parte mira ad evitare il coinvolgimento dei militari nella rimozione di Maduro; un’altra parte, infine, sebbene minoritaria, vorrebbe che la rimozione avvenisse mediante un aiuto militare esterno. La maggioranza dell’opposizione teme tuttavia che, nell’ipotetica guerra civile, le forze maduriane possano ricevere aiuti da Cuba, ma anche da Russia e Cina, per via dei loro consistenti crediti vantati nei confronti del Venezuela.

Russia e Cina, però, secondo l’economista Pedro Rosas (“Chi sta con chi in Venezuela”, in “Limes”, n. 3/2019), esprimono una debolezza, piuttosto che un punto di una probabile forza per Maduro; ciò perché, la cura dei loro interessi potrebbe indurre la Russia e la Cina a valutare che la loro migliore opzione potrebbe essere quella di “abbandonare” Maduro al suo destino. Questa soluzione, sempre secondo Rosas, potrebbe essere condivisa anche dalle forze fedeli a Maduro; non casualmente, esponenti di queste forze stanno chiedendo all’Unione Europea di propiziare una soluzione negoziata della crisi, che permetterebbe ai “chavisti” “di sopravvivere politicamente e alle forze armate di evitare una guerra fratricida”.

Quale che sia il risultato della crisi venezuelana, non si può non concordare con quanto afferma Nicolò Locatelli in “Sull’Amarica latina ha ragione Kissinger” (”Limes”, n. 3/2019), secondo il quale il “lento e traumatico declino della rivoluzione bolivariana in Venezuela chiude simbolicamente un ventennio caratterizzato dalla cosiddetta svolta a sinistra dell’America Latina in “salsa cubana”; per quanto sia stata un’epoca piena di aspettative positive per molti popoli latino-americani, il piano egemonico perseguito da Chávez in combutta con Castro è fallito nel modo più rovinoso, confermando, secondo Locatelli, la tesi di Henry Kissinger, secondo il quale i Paesi latino-americani negli ultimi decenni non sono mai stati protagonisti positivi della loro storia.

A causa della loro incapacità di risolvere i problemi endemici, quali in particolare la corruzione, il militarismo e l’avvio di un processo autonomo di crescita e sviluppo, i Paesi dell’America centro-meridionale, secondo l’ex Segretario di Stato degli USA, dopo decenni di instabilità e di “caudillismo”, stanno assistendo al “ritorno al potere di governi conservatori”; in tal modo, l’intera America Latina, dopo il disordine economico e l’instabilità politica patiti per tanti anni a causa delle mire egemoniche castriste, sta tornando ad allinearsi prona alla superpotenza del Nord, senza un eccessivo impegno da parte di questa, “almeno sino al riconoscimento di Juan Guaidò come Presidente ad interim del Venezuela”.

Gianfranco Sabattini

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