martedì, 27 Ottobre, 2020

Le ragazze in minigonna: la scuola non è fatta di soli banchi

0

La vicenda della protesta delle minigonne al liceo Socrate di Roma si chiude, forse, come uno spiacevole equivoco. “La confusione degli ultimi giorni, causata da un rientro particolarmente faticoso per tutte le componenti, ha fatto sì che la comunicazione fra la docente e le studentesse sia stata poco chiara al punto da far sentire le ragazze giudicate per il proprio abbigliamento (…), da qui è nato il fraintendimento” dice una nota diffusa da studenti e studentesse dell’istituto della Garbatella e “la questione è stata risolta con la professoressa e con la dirigenza, perché la comunità scolastica tutta condivide una serie di valori fondamentali e fra questi c’è proprio l’anti sessismo”.

“Non è colpa nostra se gli cade l’occhio! #stopallaviolenzadigenere” avevano scritto a stampatello su un cartello le ragazze che si erano presentate a scuola in minigonna per protestare contro le parole adoperate dalla vicepreside nel suggerire ad alcune di loro un abbigliamento più ampio di una gonna corta, più comodo e più consono all’assenza di banchi nelle aule. Dove “gli” sta per i professori, che si sarebbero trovati a fare lezione di fronte a quei corpi poco coperti.

“Ti si vede la fregna” mi disse una mattina un signore, sporgendosi dal finestrino della macchina, al semaforo, a Porta Pia. Ero in motorino, pantaloni corti larghi, andavo a scuola. Avevo 14 anni. Rimasi di stucco. Non tanto per il fatto che, ferma sul Ciao, una gamba a terra e l’altra no, mi si potessero vedere le mutande o l’inguine. Non avevo di queste pudicizie. Ma per la violenza e il disprezzo con cui mi arrivarono quelle parole. Non era un semplice avvertimento, una cortesia come quando capita di dire gentilmente a qualcuno che ha dimenticato di chiudersi i pantaloni. Era un commento voyeuristico, quasi urlato, carico di volgarità. Al signore era “caduto l’occhio”. Correva l’anno 1981. Il ricordo è tornato fulmineo.
Nulla a che vedere con quanto accaduto al Socrate, o quasi. È doveroso chiedersi, infatti, che cosa sia cambiato da allora, se davvero qualcosa è cambiato. La vicenda chiama tutti a una profonda riflessione: sulla violenza di genere, come sottolineano consapevolmente le ragazze con l’hashtag della loro protesta, e sulla scuola, come recita (bene) la nota riparatrice.

“La scuola – prosegue il testo – deve essere una forza motrice nello scardinare la cultura maschilista e sessista, profondamente radicata nel nostro paese, che rende troppo sesso le donne oggetti e colpevoli. La scuola deve essere il primo presidio culturale e sociale contro le violenze e le discriminazioni di genere. E parliamo di scuola perché è proprio nelle aule che si formano i cittadini e le cittadine del domani ed è proprio dalle aule che bisogna cominciare a creare una nuova consapevolezza. Cara ministra Azzolina, invece di fare accertamenti sulla professoressa, perché non viene a farli nella nostra scuola? Si accorgerà che non abbiamo banchi per studiare”.

Non è nostra intenzione strumentalizzare la vicenda, né stigmatizzare la professoressa. Ma schierarci sì. Dalla parte di chi dà alle parole tutto il loro peso. Di chi a scuola deve sentirsi protetto e non abusato, nemmeno da uno sguardo. Di queste ragazze, che hanno avuto il coraggio di essere scomode e di dire la loro, e che dobbiamo solo ringraziare. Le strade e i semafori non sono mai stati luoghi protetti; dovrebbero esserlo la casa e la scuola. Ma la casa lo è poco: un rapporto della Polizia di Stato del 2019 riporta che nell’82% dei casi chi fa violenza su una donna ha le chiavi di casa e parla di 88 donne vittime di atti di violenza al giorno. Ci resta, allora, la scuola. Che ha davvero molto lavoro da fare per insegnare la parità di genere e il rispetto dell’altro. Secondo l’Istat (2019) persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita: la percentuale di chi pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire è del 23,9% e il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole.
Le ragazze in minigonna ce lo hanno opportunamente ricordato: la scuola non è fatta di soli banchi, è innanzitutto presidio di civiltà e libertà, tra le sue mura non può esserci spazio per l’ambiguità sul corpo delle donne. Non possiamo permetterci fraintendimenti. Né, dopo tanti tagli all’Istruzione, un ulteriore stallo degli investimenti.

 

Alice Scialoja

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply