martedì, 29 Settembre, 2020

Le stragi di Ustica e di Bologna si popolano di missili, bombe e guerre aeree solo di fronte ai risarcimenti (legittimamente) richiesti?

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Tenacia aggressiva e tono sentenzioso caratterizzano quasi sempre dichiarazioni e prese di posizione dei dirigenti (ormai a vita) delle associazioni dei parenti delle vittime delle stragi di Ustica e della stazione centrale di Bologna.

Rappresentano quel che nel linguaggio sociologico si chiamano pression groups.

I due presidenti -vita natural durante, pare di capire-. organizzano e mobilitano le consistenti quote dei cittadini che hanno a cuore la ricerca della verità sulle stragi di Ustica e di Bologna dell’estate 1980.

Entrambi hanno varcato, e in un caso ci si sono stabilmente insediati, la soglia del parlamento occupando gli scranni della sinistra. Passo dopo passo hanno indotto enti locali (come il Comune e la Provincia di Bologna, e la Regione Emilia Romagna), come anche le banche, a stanziare fondi per attività, manifestazioni, eventi in qualche modo connessi con i delitti prima ricordati.

I delitti di cui sono stati epicentro Ustica e Bologna sono avvenuti nel tratto di mare tra Ponza e Ustica e nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna.

La data è l’estate del 1980. La distanza dell’uno rispetto all’altro eccidio è stata di qualche mese.

Raramente, anzi mai, si ricorda un altro aspetto: cioè che l’abbattimento del DC-9 dell’Itavia e la devastazione della stazione di Bologna facevano seguito ad una vicenda di carattere internazionale alla quale si continua a riservare scarsa o nulla (da parte di Bonfietti e Bolognesi) importanza. Si tratta della delicata missione affidata dalla Nato al governo italiano: cioè di porre fine al lungo protettorato politico, economico e militare esercitato dalla Libia sull’isola di Malta.

Il Col. M. Gheddafi ne aveva fatto l’avamposto strategico per la diffusione in Occidente dell’islamismo conquerant.

Il compito assegnato dal premier Francesco Cossiga al sottosegretario agli esteri Giuseppe Zamberletti fu di spogliare Malta dell’inquietante supremazia araba facendola rientrare compiutamente nell’area delle zone di influenza dell’Occidente.

Le reazioni di Beirut furono pesantemente minacciose. Al punto tale di materializzare una rivalsa nella forma di una vendetta a carico dell’Italia.

I modi e le strade per realizzarle erano già iscritti nel ruolo che da lungo tempo Gheddafi giocava, cioè nel fiume inarrestabile di finanziamenti erogati al terrorismo palestinese (e in particolare del FPPLP di G.Habash), al venezuelano Carlos (la primula rossa di quest’opera di delegittimazione, intimidazione e punizione), ai servizi segreti dell’Unione sovietica e dei paesi del Patto di Varsavia.

A poche settimane, anzi giorni, dall’estromissione di Gheddafi dal teatro di Malta, una serie di bombe mettono fine all’esistenza terrena di 81 (tra occupanti ed equipaggio) dell’aeromobile Dc-9 dell’Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo. E’ l’inizio della campagna di rivalsa e di punizione avviata dal leader libico?

Un mese dopo, il 2 agosto, con l’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna il FPPLP esegue una minaccia di cui aveva ripetutamente preavvertito il governo italiano: la condanna -da parte del Tribunale di Chieti- ad una manciata di anni di reclusione di un esponente dell’apparato para-militare in Italia del FPPL, Abu Saleh Anzeh.

Studiava e viveva a Bologna. Era legato all’estrema sinistra dell’Olp, nella persona di George Habash. Era in contatto con Carlos e con un funzionario del Sismi a Beirut (vicinissimo ad Aldo Moro), il Col. Stefano Giovannone.

Abu Saleh Anzeh, insieme ai suoi compagni ed alleati dell’Autonomia di Roma (a cominciare dal leader Daniele Pifano), il 7 novembre 1979 era stato trovato in possesso, di due missili terra-aria Strela di fabbricazione sovietica. Scaricati a Ortona (in provincia di Chieti) da una nave che batteva bandiera libanese, erano diretti verso Roma, con destinazione finale ai reparti palestinesi impegnati militarmente in Medio Oriente contro Israele.

In maniera quasi ossessiva il FPPLP informa il nostro governo (e lo stesso capo dello Stato Francesco Cossiga) che se il suo uomo, di stanza a Bologna, non fosse stato liberato (scontava una pena 7 anni nel carcere di Trani), il rapporto di collaborazione e di scambio (il cosiddetto lodo Moro) stabilito col nostro governo sarebbe stato reciso.

I magistrati e lo stesso Cossiga non si arrendono, e a questo ricatto dell’Olp e del FPPLP decidono di non non cedere.

La risposta dei palestinesi è fermissima. Attraverso il Col. Giovannone avvertono i nostri servizi che avrebbero dato seguito ad una rappresaglia. Non più nei confronti della nostra ambasciata a Beirut, ma, avendo le mani libere, sull’intero territorio nazionale. Li informano anche che per compiere questa azione delittuosa hanno scelto come esecutore un vecchio collaboratore, il venezuelano Carlos, il quale non nega che un suo uomo si sia trovato il 2 agosto alla stazione di Bologna, anche se ripete la solita tiritera che a organizzare l’ecatombe degli innocenti in partenza per le vacanze siano stati la Cia e il Mossad.

La trama di quanto ho qui sintetizzato non si basa su deduzioni e orditi ideologici. Mi riferisco a quelli che di volta in volta Bolognesi e Bonfietti, insieme ai magistrati e ai media compiacenti (L’Espresso, la Repubblica ecc.), sono costretti a rappattumare per tenere in piedi la pista della criminalità neofascista (i Nar) e della massoneria piduista.

Ogni passo, ogni filo della pista palestinese è rigorosamente documentato, indicando date, personaggi, carte d’archivio, scambi epistolari. Ridicolizzarla è ovviamente possibile. Soprattutto se invece che nell’aula di un tribunale ci si trova a fare il bellimbusto in un bar della suburra bolognese.

Tanto meno è ammissibile che la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati (che aveva oppurtamente invitato a non fare strame delle opinioni diverse da quella della pista P2-Nar) venga trattata come una scolaretta scanzonata.

Quando l’autore di romanzetti gialli sulla strage del 2 agosto ha incrociato sulla propria strada le analisi storiograficamente più elevate del presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi, sen. Giovanni Pellegrino, è scattata una reazione da classico dispotismo vetero-comunista.

Il pression group di Bolognesi chiese, infatti, la rimozione di Pellegrino dal prestigioso incarico ricoperto. Un vero e proprio conflitto di lesa maestà nell’interpretazione della storia del terrorismo in Italia (con un surplus di insolenza ) è esploso tra compagni dello stesso partito.

Non si contano le male parole nei confronti di chi darà lo stesso giudizio del sen. Pellegrino, come il capo della Procura di Bologna Dott. Giuseppe Amato. Di irritazione e di scherno è il commento all’invito al rispetto delle opinioni(e delle piste diverse dalla propria, che la Casellati ha sentito il dovere, responsabilmente, di pronunciare. Come poteva fare diversamente dal momento che l’associazione Verità su Ustica creata da Giuliana Cavazza (parente di una vittima di Ustica), non è stata invitata all’incontro col presidente Mattarella?

Nella vicenda di Ustica, fin quando la causa è stata di impianto penale (per alto tradimento a carico di quattro esponenti dei vertici militari,ma con finale assoluzione), tutto è andato liscio.

I tre pubblici ministeri di primo grado, Giovanni Salvi (oggi procuratore generale in Cassazione), Vincenzo Roselli e Settembrino Nebbioso,

hanno raccolto una mole sterminata di perizie, anche internazionali.

Nella requisitoria presentata a Rosario Priore hanno sostenuto in maniera netta che ”l’ipotesi che il Dc9 sia stato colpito da missili è priva di supporto probatorio per ciò che concerne gli elementi desumibili dal l’esame del relitto». E che “l’esplosione all’interno dell’aereo in zona non determinabile di un ordigno …è la causa della perdita del Dc9 per la quale sonostati individuati i maggiori elementi di riscontro. Certamente, invece, non vi sono prove dell’impatto di un missile o di una testata”.

Questa tesi è stata contraddetta dal giudice Rosario Priore (nominato dal premier Giuliano Amato in sostituzione di Vittorio Bucarelli).

La giustizia penale ha, però, respinto la sua ipotesi di una battaglia aerea e del missile. Infatti nel 2007, cioè 13 anni fa, i comandanti delle forze aeronautiche sono stati assolti dall’accusa di alto tradimento. Ne sono risultate confermate, quindi, le conclusioni cui il 15 dicembre 2005 era giunta la Corte d’assise d’appello di Roma: «Nessun velivolo ha attraversato la rotta dell’aereo Itavia, non essendo stata rilevata traccia di essi dai radar militari e civili, le cui registrazioni sono state riportate su nastri da tutti i tecnici unanimemente ritenuti perfettamente integri». La sentenza prosegue con estrema chiarezza: «A ciò vanno aggiunti i vari accertamenti da cui risulta che tutti gli aerei militari italiani erano a terra, che i missili di dotazione italiana erano tutti nei loro depositi, che gli aerei militari alleati non si trovano nella zona del disastro, e che nell’ora e nel luogo del disastro non vi erano velivoli di alcun genere».

Lo stesso giudice Rosario Priore, che aveva preso in attenta considerazione l’esplosione di una bomba, o il lancio di un missile, e la collisione o conflitto tra aerei, è stato costretto a confessare di non disporre delle prove per potere emettere una sentenza.

Un elemento è, però, indiscutibile, certo: la ricostruzione di uno spazio, nei cieli del Mediterraneo in grande turbolenza, con l’entrata in scena di portaerei, postazioni di radar e di missili ecc., sia della Nato sia della Libia, ha avuto luogo quando la causa nei tribunali è stata attivata sul piano civile.

L’identificazione delle responsabilità (fino ad oggi negata dalle diverse corti giudiziarie pro nunciatesi) dei comandanti della nostra aeronautica ha, infatti, avuto come posta in gioco la condanna a esborsi assai significativi.

Anche nella vicenda della strage del 2 agosto 1980 la ricerca della verità è strettamente connessa all’interesse (legittimo anche in questo caso) di porre a carico degli ideatori ed esecutori di questo atto criminale un cospicuo fondo spese a ristoro delle vite stroncate.

Proprio perchè le cose stanno in questi termini, sarebbe un atto elementare di moralità, di civiltà giuridica (ma anche solo civile) farla finita una volta per sempre con i sarcasmi (di rango dozzinale peraltro) e le ridicolizzazioni delle ipotesi alternative emerse nel corso delle indagini giudiziarie.

E’ il caso, per esempio, della cosiddetta pista arabo-palestinese. Alla ripulsa, anzi alla furibonda opposizione, dei difensori legali dei parenti delle vittime non è estranea la circostanza che il libico Gheddafi, il palestinese Habash, il venezuelano Carlos, ecc. perchè sono morti o sono non facilmente perseguibili, non siano soggetti, una volta condannati, ad assolvere ai loro doveri sul piano civile?

Per chi ha interesse alla verità della giustizia e’ un gravissimo errore che non si siano indagate le minacce contro l’Italia profferite ripetutamente da Gheddafi e da Habash

I dirigenti del Sismi hanno documentato al giudice di Venezia dott. Mastelloni la decisione del FPPLP di assegnare a Carlos il compito di punire l’Italia per la mancata liberazione del loro agente Abu Saleh Anzeh.

Delle ragioni per cui un’organizzazione come la P2 e il terrorismo neofascista avrebbe ideato e portato a compimento, con un atto di guerra vero e proprio, un attacco contro i cittadini inermi ed innocenti presenti il 2 agosto presso la stazione di Bologna, le inchieste giudiziarie hanno fornito pochi elementi probatori.

Tutto si basa sull’ennesima riedizione, dopo oltre 70 anni, della volontà di riscossa e di vendetta di una forza sconfitta come la destra eversiva neo-fascista, cioè su disegni fantasiosi e costruzioni di rango meramente ideologico.

Senza contare che i nuovi apporti arrecati dalla Procura generale di Bologna complicano, ma ben poco aggiungono ai passatempi sulla cospirazione contro il sistema delle repubblica antifascista da decenni sbandierati dal presidente dell’associazione 2 Agosto.

Il team criminale (Gelli, Ortolani, Tedeschi, D’Amato) è costituito da protagonisti tutti morti e sepolti. Non esiste nessuna prova che i finanziamenti predisposti per i mazzieri neo-fascisti (Fioravanti e Mambro) siano stati a loro realmente erogati. A meno di non considerare prove la solita (e furbesca) trovata, cioè la consegna a mano di oltre un milione di Euro.

Il che, però, non spiega per quale ragione, disponendo di tanto denaro, Fioravanti e la Mambro abbiano svaligiato un banca e un’armeria per rifornirsi.

Rispetto all’interesse di Gheddafi e dei palestinesi del FPPLP di ricattare e punire il governo italiano per avere estromesso Gheddafi da Malta e condannato Abu Sakeh Anzeh, la pista fondata sugli stragisti “neri” si palesa debole, vulnerabile, cioè di dubbia consistenza anche negli indizi.

Intende soddisfare solo una vecchia abitudine (storiograficamente ormai acquisita): la criminalizzazione come fascista di ogni forza o movimento formatasi alla destra della Dc.

L’obiettivo è sempre stato quello di poter opporre a questo presunto pericolo per la repubblica democratica l’ampio fronte di una grande coalizione antifascista. Di essa, come è avvenuto nel 1943-1947, avrebbero potuto fare parte anche i comunisti.

La loro linea di condotta è stata, dunque, di poter essere associati in qualche modo al governo grazie a questi sotterfugi e all’enfatizzazione dei pericoli che avrebbe corso la democrazia repubblicana. In altri termini, da Togliatti a Berlinguer (e non solo) si è voluto rimediare alla costante, imperturbabile volontà degli elettori che dopo il 25 aprile 1945 non hanno inteso lasciarsi governare da una maggioranza dominata dal Pci.

Una domanda deve, però, essere formulata. Davvero la Procura generale della Repubblica di Bologna, proprio nel momento in cui i comunisti sono spariti, intende prestarsi a questo effetto politico sostitutivo di rimetterli in gioco inventando un pericolo di deriva fascista di cui, come molte volte in passato, non esistono prove degne di questo nome?

 

Salvatore Sechi

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