martedì, 10 Dicembre, 2019

Le stragi in Italia

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Il presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, Paolo Bolognesi, all’articolo diffuso dall’Avanti! on Line (13 novembre 2019) “Le stragi in Italia e il presunto Manual 30-31B della U.S. Army” mi inviava una mail (26 novembre 2019, alle 10.30), dove si legge, testuale: “[…] è la prima volta che leggo un suo scritto e sono lieto di non aver mai avuto occasione di leggerne in precedenza. Spero inoltre di non leggerne altri in futuro”.

Immagino che in Italia, come in tutte le associazioni in Europa, vi sia un’assemblea di soci e un consiglio direttivo che ha il potere decisionale, quindi che il signor Bolognesi decida di non leggere può essere una scelta personale e ha, allora, poca rilevanza, ma si firma nella veste di presidente dell’Associazione delle vittime della strage del 1980. La “fin de non-recevoir” di inammissibilità di doverosa verifica di un documento (il Field Manual 30-31B) diffuso come fonte di prova di tutte le stragi avvenute in Italia tra il 1969 al 1980 senza esame nel merito – sebbene notoriamente classificato apocrifo negli archivi di mezzo mondo compresi quelli ex sovietici – invita a riflettere sui metodi di ricerca in un Paese che non ha saputo dare un nome ai mandanti delle stragi.

Gli eventi tragici non sono vicende riservate di un’associazione o di un gruppo, concerne tutti i cittadini e, la ricerca della verità è un’istanza etica e gnoseologica, quindi sottoposta al vaglio problematico del confronto, della verifica, del dibattito ed eventualmente della smentita. Un contraddittorio, senza discriminazioni, dovrebbe essere il fine dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage del 1980 di fronte alla barbarie di certi atti criminali, non l’imposizione delle convinzioni dell’ex onorevole Paolo Bolognesi, e autori di vari saggi , tra i quali purtroppo, anche ex magistrati , giornalisti , storici con la persistenza di propositi che datano oramai di quasi mezzo secolo, senza alcuna autocritica, sebbene, gli enormi fondi archivistici, anche della Nato, UEO , organismi internazionali di difesa siano oramai accessibili.

Il signor Bolognesi è curatore di libri i cui contenuti talvolta vengono definiti “ipotesi di lavoro” (V. Roberto Scardova, in “Alto Tradimento. La guerra segreta agli italiani da piazza Fontana alla strage della stazione di Bologna”(2016, editore Castelvecchi, p. 50) , malauguratamente non tolgono forza disinformativa. Sono versioni divulgative di testi fatti pervenire alla Procura di Bologna, di cui non ho potuto ancora prendere visione, ma sarebbe grave nei confronti della giustizia, visto il contesto stragista, se si riscontrasse (ovviamente nel limite di vicende a me note e documentabili) negli scritti depositati il persistere di certi spropositi in sede giudiziaria. Inoltre, dalle poche righe della mail si deduce che Bolognesi , in modo infantile, nega di aver ricevuto in passato miei scritti. Il giovedì sera, 28 luglio 2016, alle ore 21, nel cortile dell’Archiginnasio di Bologna alla presentazione del libro già sopraccitato “Alto Tradimento”, tramite persona a lui perfettamente nota e alla presenza di testimoni, a mano, gli fu consegnato un plico di scritti. Il plico era costituito da una lettera di accompagnamento e dai seguenti tre allegati:

1°Un mio articolo pubblicato in “Nuova storia contemporanea” (n. 6, novembre-dicembre 2014, pp. 135-164) intitolato “Il riarmo sovietico e il CoCom” dove osservavo, tra l’altro, che i magistrati di “Tangentopoli” non avevano neppure sfiorato la questione dei metodi illeciti con i quali note personalità trovarono il modo di far ricadere, sui contribuenti italiani i rischi e le passività, tramite il Partito comunista, del commercio italo-sovietico di armamenti e di sistemi d’arma, riservando, sottobanco e al riparo dal fisco, gli enormi profitti all’oligarchia politico-finanziaria, consociativa e “democratica.

Nell’ambito degli armamenti le commissioni ufficiali erano cospicue, ma quelle sottobanco facevano apparire le note tangenti a uomini politici e partiti come dei “sussidi” a dei “mariuoli”. Invece di istituire una doverosa commissione su “Tangentopoli” si istituì una costosa “Commissione Mitrokhin” che non ha mai approfondito i temi fondamentali dello spionaggio che interessavano la linea X del Kgb, quindi la relativa corruzione. Si preferì dare in pasto ai cittadini “carne di gatto” di scarso valore, così Alexander Sceljepin, colonnello del Kgb ai tempi di Ivan Serov, definiva le informazioni che si dovevano passare ai servizi occidentali. Non per nulla, in un sistema ove la corruzione era diventata arte di Governo, al di là delle singole colpe, furono in pochi a pagare con il metodo dello “sbatti il mostro di turno in prima pagina” che creava l’opportuna nebulosità su certi comportamenti poco ortodossi, che coinvolgevano alti dirigenti del Governo, dei ministeri e importanti industriali. Per straguadagnare, venivano violate le normative e gli accordi in sede di Alleanza atlantica senza alcun rispetto per gli impegni internazionali solennemente assunti dal governo italiano mettendo a rischio la sicurezza del Paese, dei veri tradimenti nei confronti dell’Alleanza e del proprio Paese. In merito, nel passato, vi fu un illustre “suicidato” (1968) l’amico Renzo Rocca, colonnello di Stato maggiore e caposervizio del controspionaggio industriale che per anni gestì lo smantellamento della rete di spionaggio organizzata per conto di Mosca. Oppositore dell’uso politico dei Servizi segreti, calunniato, pagò con la morte, la sua fedeltà all’Alleanza atlantica e la difesa degli interessi e la sicurezza dell’Italia.

2°Una replica (2015) al libro “La borsa di Calvi” (Chiarelettere 2015), autore il dott. Mario Almerighi (che cortesemente mi rispose), concerneva anche le vicende di Licio Gelli. Nel libro curato da Bolognesi “Alto Tradimento” oltre le decine di notizie di discutibile profilo storico-culturale e con evidenti interpretazioni “disinvolte”, nel sottotitolo di copertina si legge: “Per la prima volta i documenti che provano il ruolo della P2 nei finanziamenti della strage di Bologna”. La prova era costituita da un supposto conto Bologna 525779-X.S. (prospetto a p. 16) attribuito a Licio Gelli. Rilevavo che nella sigla le due lettere finali, la linea di separazione prima della lettera e i due punti erano delle anomalie in un conto svizzero. Inoltre la nota riassuntiva di operazioni finanziarie e i nomi erano manoscritti mentre dattiloscritta era la nota Bologna-525779-X.S.
Soprattutto il numero non corrispondeva all’effettivo conto bancario del “Venerabile”, titolare presso l’UBS di Ginevra del conto n° 525779X-1 come si può verificare da sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza del Banco Ambrosiano n. 327/82 del 25.8.1982 del Tribunale di Milano alla p. 49. I magistrati di Milano in sede civile effettuarono un lavoro rigoroso e rilevarono con precisione tutti i passaggi contabili che manifestamente il giornalista Scardova ha verificato superficialmente, poiché ad una contabilità chiara ha colmato i “buchi” con collegamenti fantasiosi. I 15 milioni di dollari che Scardova sostiene, senza alcun riscontro effettivo, di finanziamento degli Usa a Gelli nell’ambito della strage di Bologna dell’agosto 1980, è una somma assurda. Carter, nel 1980 finanziò il movimento dei Contras in Nicaragua contro il regime sandinista con un milione di dollari e Reagan nel 1981, tramite William Casey responsabile della Cia, con 19 milioni di dollari per armi, mantenimento e addestramento ecc. di 15.000-20.000 combattenti.

3°Nel settembre 2017, per via elettronica, inviavo, al responsabile dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage del 1980, signor Bolognesi copia della Relazione “Disinformazione e Stato di diritto” (293 pagine + allegati già fatta pervenire alla Commissione Moro, presieduta dall’on. Giuseppe Fioroni, depositata presso Istoreto a Torino e alla Biblioteca Mitterrand di Parigi-BNF) e che Bolognesi sostiene di non aver ricevuto. Fra le tante questioni : “Golpe”, “Brigate Rosse” ecc.. osservavo che le vicende dei terrorismi e delle stragi, iniziate mezzo secolo fa, che hanno insanguinato l’Italia non hanno purtroppo ancora trovato, nella gran parte dei casi, risposte convincenti e certe. Evidenziavo che è ormai urgente in Italia una ricomposizione sul piano storico e la storia di quella stagione dell’Italia repubblicana è bene sia sottratta da una parte agli interessi politici e partitici immediati (anche se di partiti profondamente mutati, ma come fossilizzati su impostazioni ideologiche novecentesche), dall’altra venga superato quello che alcuni storici definiscono il “paradigma vittimario”, il conflitto tra gruppi, ognuno dei quali rivendica il proprio ruolo “politico” come vittima. È necessario che il lavoro dello storico sia sgombro dalle finalità politiche dell’immediato come deve essere per ogni serio lavoro scientifico che non caratterizza certo – ad esempio – il libro sopraccitato “L’Italia delle stragi” redatto da sette magistrati, con la presentazione del curatore prof. Ventrone convinto sostenitore della tesi “sulla guerra non ortodossa al comunismo” come i tempi di Andreï Zdanov e Mickaïl Suslov e che rispolvera sulla morte di Enrico Mattei, la leggenda, o meglio la telenovela, delle “sette sorelle” .(sic!)

Una lettura obiettiva comporta una riflessione critica sulle Sentenze – sovente in netta contraddizione con i cospicui materiali raccolti dalle Forze dell’Ordine – emesse in base a prove accettate, ammesse, rigettate o ignorate dai giudici. Il potere della discrezionalità di alcuni magistrati ha sconfinato talvolta in un’arbitrarietà di grande rilevanza politica: ancorati al dogma del libero convincimento piegavano i fatti e l’interpretazione dei motivi a tesi condizionate da centri di potere politico o economico, da logge o conventicole che ne compromettevano la terzietà, abbandonando la loro funzione di esaminatori imparziali di prove, alla ricerca di una verità precostituita. L’intrigo politico prevaleva sulle ragioni della giustizia. La giustizia della legalità costruttiva in una democrazia conforma le norme e le sentenze ai principi dello Stato di Diritto, alla ragione e al buon senso, alla razionalità, e quindi alla verità effettuale. Prima di partire per l’esilio Victor Hugo scriveva: “Il diritto e la legge, sono due forze, dal loro accordo nasce l’ordine, dal loro antagonismo nascono le catastrofi… Così, la libertà, è il diritto; la società, è la legge. Due tribune… la prima è necessaria, la seconda è utile. Tra l’una e l’altra c’è fluttuazione della coscienza…” dei magistrati. (Avant l’exil, 1841-1851, “Le Droit et la loi”, giugno 1875).

Le attività delle varie associazioni costituite dai famigliari delle vittime delle diverse stragi, portatrici di una memoria dolorosa che merita ogni rispetto sul piano umano, non possono essere per lo storico altro che fonte da sottoporre a critica, pur nel legittimo desiderio di ricerca della verità, quando è manifestazione di un uso politico. Uso politico che si è, ad esempio, manifestato due anni fa nella proposta del sindaco di Predappio, appartenente al Pd, e subito appoggiata dall’Anpi, di costituire nella cittadina da lui amministrata un museo dedicato al fascismo. I luoghi hanno una loro forza che non può essere ignorata, tanto più quando è mancata, a differenza della Germania dove è avvenuto un processo di riflessione pluridecennale, una presa di coscienza collettiva. In un paese come l’Italia che non ha ancora fatto i conti con quel passato, il paese dove il fascismo è nato, dove dopo più di settanta anni non esiste un museo nazionale della Resistenza e pochi sono quelli a essa dedicati (Resistenza che pure è all’origine della Repubblica) è singolare che si pensi al paese natale di Mussolini, luogo della sua sepoltura meta ogni anno di “pellegrinaggi” di migliaia di neofascisti sulla sua tomba, come sede di un museo nazionale sul fascismo. Eventualmente il luogo naturale per un museo nazionale sul Fascismo è Roma non Predappio. L’Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione, al quale era stato chiesto il coordinamento storico, lo aveva rifiutato in un Comunicato stampa del 16 maggio 2016. Esso era stato però assunto dall’Istituto Parri di Bologna, nato nel settembre 2013 dalla fusione degli istituti della Resistenza provinciale e regionale e del Cedost (Centro di documentazione storico politica sullo stragismo), fondato nel 1996 dall’Associazione dei famigliari delle vittime della strage della stazione di Bologna. Anche se il progetto, pare, non abbia avuto seguito, non è casuale che due temi così lontani abbiano come capofila lo stesso ente, nella stessa regione. Lascia interdetti che dirigenti di un Istituto che porta il nome di Ferruccio Parri, che subì il carcere e gli arresti durante il fascismo, abbia dato il consenso ad un’operazione dove sono presenti ambienti non solo porta bandiera del fascismo, ma vicini a un’ideologia nazista ed estremismi che si amalgamarono, si attivarono e si ampliarono radicalizzandosi dalla fine degli anni Settanta con un crescendo e un’ evoluzione che ha portato al terrorismo attuale in Europa.

Inoltre non ci sono stragi di serie A e di serie B, gli attentati , il terrorismo che in tempo di pace hanno colpito i cittadini sul territorio italiano sono inaccettabili qualsiasi sia l’origine ideologica. Tra le stragi dimenticate ricordiamo le più importati : 1ª strage di Fiumicino: 17 dicembre 1973; 32 morti di cui sei italiani (è il più grave attentato terroristico, per numero di morti, prima della strage di Bologna del 1980. 2ª strage di Fiumicino: 27 dicembre 1985; 13 morti + 3 terroristi. Da ricordare anche l’attentato all’oleodotto di Trieste il 4 agosto 1972, che non causò vittime solo per fortuite circostanze, ma fu oggetto di attenzione da parte dei servizi di sicurezza di tutta Europa. Che le vittime delle due stragi di Fiumicino (e di altri episodi terroristici accaduti in Italia che qui non cito ) siano considerate vittime di serie B è evidente nella pubblicazione patrocinata dalla Presidenza della Repubblica, dal titolo “Per le vittime del terrorismo nell’Italia
repubblicana” (Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, edita nel 2008, consultabile online), in occasione dell’istituzione, il 9 maggio – ricorrenza dell’omicidio di Aldo Moro – del “Giorno della memoria” dedicata alle vittime del terrorismo. Il volume dedica una scheda a ciascuna delle 381 vittime di atti di terrorismo avvenuti in Italia; ma ignora completamente le vittime dei due attentati di Fiumicino.

Dopo la caduta del Muro, è nata, in Francia , in Germania , in Polonia, ecc. una nuova generazione di ricercatori che abbordano la storia senza il peso dell’ideologia della guerra fredda e cercano di comprendere anche i regimi comunisti a partire da una loro logica , con un approccio nuovo alla storia sociale e culturale. Se dopo la prima guerra mondiale il paradigma totalitario ha dominato il campo della ricerca, sia politico che scientifico, con una concentrazione sul fenomeno repressivo, l’interpretazione politica si limitava alla descrizione dell’oppressione con un interpretazione che impediva lo sviluppo autonomo della ricerca. La riflessione attuale è di analizzare i miti della propaganda delle due Egemonie, Urss e Usa, abbandonando il concetto di classe nei suoi vari aspetti per concentrarsi sull’individuo e il suo , volontario o non, asservimento ai regimi, ricostruendo una memoria oggettiva che incoraggi un dialogo internazionale che deve contribuire a costruire un rapporto pacificato di un complesso periodo storico. In tutta Europa la cultura è al centro del dibattito , opere di grande valore informativo e storico vengono redatte da giovani studiosi quindi non si può non vedere con preoccupazione quanto invece oggi in Italia siano in sofferenza patrimoni artistici, archivistici, bibliotecari e quanta difficoltà incontri la ricerca seria e indipendente, mentre vengono diffusi decine e decine di libri sovente di poco valore informativo e culturale, i cui autori insensatamente vengono invitati nelle scuole medie e nei licei. In fondo, nulla è cambiato da quando durante il ventennio fascista vi erano gli scrittori , i poeti , gli storici di regime, oggi ci sono i clans, vere e proprie corporazioni, gruppi di pressione. “Un certo ‘carattere’ nazionale pare ereditario; lo ‘spirito’ permane e si tramanda”, osservava Pasolini. Se è legittimo, auspicabile, e anche doveroso come atto civico, che le risorse di privati intervengano nella conservazione e valorizzazione del bene comune, quel bene culturale che è tutelato dall’articolo 9 della Carta costituzionale, l’intreccio perverso tra finanza, politica e fondazioni bancarie hanno determinato e imposto una politica culturale che privilegia l’“evento”, la spettacolarizzazione, l’uso improprio del bene pubblico, il “presentismo” già analizzato dallo storico francese François Hartog (V. Régimes d’historicité. Présentisme et expériences du temps, Seuil 2003; trad. it.: Regimi di storicità. Presentismo e esperienze del tempo, Sellerio 2007) e interessi che vanno a braccetto, quando non si fondano, su fatti corruttivi e di clientelismo. Quale sarà il lascito alle nuove generazioni?

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