mercoledì, 13 Novembre, 2019

Le strane convergenze

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Napolitano-Legge elettorale

L’Italia è davvero diventato il Paese del bipolarismo. A contendersi la scena politica ci sono infatti solo due partiti, netti, trasversali alla composizione politica del Parlamento: quello delle elezioni e quello della “tenuta” di governo. Se qualcuno avesse mai avuto dubbi, un intervento ad “Agorà” di Rai3 di Simona Vicari, sottosegretario al ministero dello Sviluppo, ha sciolto le incertezze: «C’è un patto tra Grillo, quella parte del Pdl chiamata falchi e Renzi per andare a votare a marzo». Una vera e propria “convergenza parallela” direbbe qualcuno. «Il patto c’è», continua Vicari che argomenta sottolineando che i tre «si parlano tra loro, solo che non fanno bene i conti: non considerano che Napolitano si dimetterà e non scioglierà le Camere. Io l’ho sentito, me ne hanno parlato, lo racconteranno loro se vorranno».

Una notizia che si somma ad un’indiscrezione apparsa sul Corriere a firma di Francesco Verderami che parla di pranzo a casa Berlusconi in cui Il Cav, rivolgendosi ai commensali, avrebbe parlato della sua «pazza idea di aprire un rapporto con i Cinque Stelle, rivelando l’apertura di un canale di collegamento con Grillo dopo un colloquio con il professor Paolo Becchi». Secondo Verderami, ci sarebbe stato un colloquio telefonico tra Becchi e Berlusconi, mai smentito dallo stesso Becchi, nel quale sarebbe emerso proprio uno studio del professore che metterebbe in evidenza come « l’80% del programma di Grillo coincide» con quello del Cavaliere.

Se questa è l’alleanza, allora il primo nemico ha solo un nome: Giorgio Napolitano. Visti gli sviluppi delle ultime ore sembra proprio che, organizzata o casuale che sia, la “strana alleanza” stia mettendo in piedi una vera e propria strategia

E se da un lato la convergenza Grillo-Berlusconi è molto chiara, visto che entrambi mirano a svuotare le istituzioni, (uno sappiamo con quale programma, l’altro no), quella di Renzi va letta nell’ottica opportunistica di sfruttare l’empasse per portare a termine il blitz: prendere partito e governo e realizzare così il suo piano ”Italia che ho in mente”.

Il sindaco fiorentino aveva infatti deciso di silurare la trattativa in corso al Senato, condotta da Angela Finocchiaro per il Pd, che puntava a raggiungere un punto comune sulla legge elettorale. Renzi interviene, parlando con il tono del segretario, dicendo che proprio non ci sta ad un sistema elettorale che non sia esplicitamente finalizzato al mantenimento del sistema bipolare.

A questo punto Napolitano, preoccupato degli ennesimi rallentamenti provocati, guarda caso, dai paladini della “riforma subito”, decide di avviare le consultazioni: convoca i capigruppo della maggioranza di governo (Pd, Pdl, Sc) al Quirinale per capire lo stato dell’opera sulla riforma del Porcellum.

Una mossa che, naturalmente, non piace ai grillini che, prima gridano allo scandalo e poi, dopo l’invito di Napolitano, declinano e minacciano addirittura l’impeachment nei confronti del Presidente. Ma, che non piace nemmeno all’opposizione. “No grazie” all’invito del Capo dello Stato anche da parte della Lega, mentre Sel, che pure si oppone alla “bozza”, accetta l’invito al Colle.

Intemperanze a parte, nonostante la volontà di Napolitano di arrivare in tempi brevi ad una modifica della legge prima dell’intervento della Consulta, l’accordo sembra ancora in alto mare: rispetto al primo schema di riforma in commissione al Senato, Pd e Pdl sono arenati su posizioni, in merito ai nodi del doppio turno e delle preferenze, che appaiono inconciliabili.
Modifiche della legge elettorale e riforme istituzionali sono materia di dibattito ormai da almeno tre decenni da quando il leader socialista Bettino Craxi lanciò l’idea della “Grande riforma”. In questi giorni se ne è discusso in più sedi, ultima la Lega delle autonomie, come ricorda il testo presentato dal senatore Giovanni Crema, ma il nodo centrale resta naturalmente quello della legge elettorale.

«Io sono profondamente convinto che sia necessario cambiare il Porcellum. È giusto tornare a dare la possibilità ai cittadini elettori di scegliere i propri parlamentari ristabilendo così un rapporto con i territori», dice Lello Di Gioia, parlamentare socialista. «Sono altresì convinto che vi sia la necessità di aumentare la soglia di sbarramento per il raggiungimento del premio di maggioranza che deve diventare premio maggioranza nazionale e non più regionale», continua l’esponente del Psi che identifica proprio nell’assegnazione regionale del premio la causa che «ha determinato l’ingovernabilità di un ramo del parlamento». Inoltre, commentando le opzioni in circolazione in queste ore, di Gioia sottolinea come l’innalzamento al «40% della soglia per raggiungere il premio e il ripristino delle preferenze attraverso la modifica di alcune parti del Porcellum rappresentano solo una soluzione tampone rispetto alla necessità di formulare una legge elettorale che permetta di costruire delle coalizioni vere nell’ambito di un sistema bipolare in grado di esprimere maggioranze chiare».

E, in merito alle lotte tra partito “delle elezioni” e filo governativi? «Nel PdL c’è ovviamente una guerra per la leadership ed è chiaro l’ipotesi di elezioni anticipate potrebbe fare in modo che i berlusconiani mantengano la leadership» dice Di Gioia pur sottolineando che, comunque, si riproporrebbe la necessità delle larghe intese. «In casa Pd l’ipotesi che Renzi voglia a tutti i costi elezioni anticipate è verosimile, ma sarebbe un errore per lui stesso. Altro non rappresenterebbe se non la riproposizione del giochetto che nel 2008 fece Veltroni, e che ha pagato caro». Inoltre, conclude il parlamentare socialista, «Renzi non considera che se ci fosse una crisi di governo, quindi elezioni anticipate, peserebbe molto l’immagine che Letta ha assunto nel Paese, molto più forte di quella del sindaco di Firenze». Insomma, Renzi crede oggi di concorrere solo contro … Renzi, mentre potrebbe trovarsi di fronte un antagonista di ben altra statura politica.

Roberto Capocelli

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