mercoledì, 2 Dicembre, 2020

Legge elettorale, verso accordo con sbarramento

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Sulla nuova legge elettorale sta emergendo un accordo con lo sbarramento al cinque per cento, ma non tutte le forze di maggioranza lo condividono.
Domani verrà presentato un primo progetto della nuova legge elettorale dal presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia. Nel disegno di legge sarebbero eliminati i collegi uninominali, introducendo un sistema proporzionale con soglia di sbarramento nazionale al 5% e un diritto di tribuna. Giuseppe Brescia ha spiegato: “Al termine degli incontri svolti nelle ultime settimane dai gruppi di maggioranza, anche con i gruppi di opposizione, ritengo di essere nelle condizioni, dato il mio ruolo istituzionale, di offrire alla discussione parlamentare una proposta di riforma elettorale che preveda l’eliminazione dei collegi uninominali, un sistema proporzionale con soglia di sbarramento nazionale al 5% e un diritto di tribuna. Il testo sarà depositato domani stesso per renderne possibile l’incardinamento già lunedì prossimo”.
Non ci sarà una legge elettorale sul modello spagnolo. Le perplessità però rimangono e vengono espresse da Leu, contrario alla soglia di sbarramento al 5%. Per le forze più piccole ci sarà però un diritto di tribuna. Questo modello sembra piacere a Pd, M5s, Italia Viva e alle Autonomie. Meno a Leu, appunto, che preferiva un sistema simile a quello spagnolo. Per questo non ci sarà una proposta di legge a firma di tutte le forze di maggioranza. Tuttavia, alcune fonti della maggioranza hanno assicurato: “Non c’è nessuna spaccatura e non è saltato alcun tavolo”.
I capigruppo di maggioranza in commissione Affari costituzionali al Senato, Dario Parrini (Pd), Anna Macina (M5s), Marco Di Maio (Italia Viva), e Gianclaudio Bressa (Autonomie), considerano l’iniziativa annunciata dal presidente Brescia un fatto positivo. La soluzione di agire sulla legge elettorale vigente adottando un sistema proporzionale con soglia di sbarramento nazionale al 5% sarebbe una base su cui avviare il confronto in Parlamento. Secondo il gruppo dei favorevoli si arriverebbe a un consenso ampio su regole di voto utili a ridurre la frammentazione e a favorire la formazione di maggioranze di governo.
Dal Pd il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, ha parlato di un “fatto importante” in merito alla nuova legge elettorale su cui sta lavorando la maggioranza rispettando l’accordo di governo. Italia Viva critica, però, il diritto di tribuna: “Rischia di non essere altro se non un modo di bypassare la stessa soglia del 5% e, dunque, di riportare a una frammentazione del quadro politico”.
Per Leu ha parlato il capogruppo alla Camera, Federico Fornaro, affermando: “Io giudico positivamente l’iniziativa del presidente Brescia. Abbiamo sempre detto che le regole del gioco devono essere condivise e questa proposta istituzionale viene offerta sia alla maggioranza che alle opposizioni. È positivo che si parta da un sistema a base proporzionale. C’è un tema controverso sulla definizione di cosa significhi soglia alta. Noi non abbiamo condiviso sin dall’inizio l’idea del modello tedesco, con una soglia al 5%. È auspicabile che si possa ragionare e trovare un corretto equilibrio tra rappresentanza e funzionalità delle istituzioni democratiche”. Invece, la senatrice di Leu, Loredana De Petris, ha annunciato battaglia sulla soglia del 5%.
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, ha scritto su Twitter: “Raggiunta la quadra sulla legge elettorale. Il punto di partenza è un proporzionale con soglia di sbarramento al 5%. Per questo risultato ringrazio le forze di maggioranza che hanno lavorato al tavolo per la stesura del ddl. Col confronto in Aula supereremo le riserve rimaste”.
Fonti di Articolo Uno hanno così specificato l’atteggiamento rispetto alla proposta che verrà depositata giovedì dal presidente della Commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia: “Non facciamo barricate”.
Una posizione più dialogante rispetto agli ex Sel, attualmente uniti insieme ad Articolo Uno in Leu, e che sarebbe emersa anche nella riunione sulla legge elettorale. A quanto viene riferito, secondo Leu: “E’ un grave errore non aver ricercato con maggiore pazienza l’intesa nella maggioranza, scegliendo invece una forzatura sulla base, evidentemente, dell’accordo tra Zingaretti e Di Maio sulla soglia al 5%. Ma le forzature, in una materia così importante e delicata, non hanno mai portato bene”.
Fonti della Lega hanno detto: “La Lega è per il maggioritario, come in Gran Bretagna: chi vince governa stabilmente, senza giochini di palazzo e ribaltoni. Speriamo che nessuno tolga agli italiani il diritto di votare il referendum su questo”.
Tra i nodi da dirimere in Parlamento c’è soprattutto quello delle preferenze, come esistono nelle elezioni europee. In linea di principio il Pd è favorevole, anche se esiste l’oggettivo problema della possibile infiltrazione della criminalità organizzata, soprattutto nel Mezzogiorno. I 5 Stelle per ora non si sono espressi, sebbene Luigi Di Maio e i suoi fedelissimi probabilmente preferirebbero le liste bloccate, per controllare maggiormente chi andrà alla Camera e al Senato, ed evitare così brutte sorprese a urne chiuse. Preferenze o liste bloccate, comunque, nelle circoscrizioni i candidati, per ogni singolo partito, non saranno più di 6 o 7, massimo 8. La soglia di sbarramento al 5% significherebbe una piccola e implicita correzione maggioritaria nel senso che il calcolo dei seggi non verrà fatto sul 100% ma sulla somma delle forze politiche che hanno superato la soglia di ingresso. Ad esempio un partito che ottiene il 30% dei voti potrebbe avere una rappresentanza parlamentare pari a circa il 32% dei seggi.
C’è poi il diritto di tribuna, che nel dettaglio verrà precisato con il dibattito in Aula ma che in sostanza significa che, le formazioni politiche che non raggiungono il 5% a livello nazionale e che in una o più circoscrizioni riusciranno ad eleggere uno o più rappresentanti, otterranno uno o più seggi a Montecitorio o a Palazzo Madama. Anche in questo caso è possibile fare un esempio per spiegare bene di che cosa si tratta: se il Partito Comunista di Marco Rizzo dovesse fermarsi a livello nazionale al 2%, non avrebbe diritto a parlamentari, ma se in Toscana raggiungesse il 5% e in quella Regione avesse i numeri per eleggere un deputato o un senatore, il seggio gli verrebbe comunque attribuito. Un sistema simile a quello in vigore in Germania, dove i partiti che non superano la soglia nazionale del 5% ma che vincono anche un solo Bezirk (il cosiddetto mandato diretto) hanno comunque quel seggio (o più di uno) nel Bundestag. Il diritto di tribuna non riguarda però le minoranze linguistiche.
In Valle d’Aosta non cambia nulla e la Regione più piccola d’Italia resta un unico collegio uninominale dove di fatto a vincere è sempre l’Union Valdôtaine. In Alto Adige a Palazzo Madama non cambia nulla, anche perché vale l’accordo di Parigi che prevede la garanzie della rappresentanza delle minoranze linguistiche. Alla Camera, sempre per l’Alto Adige, la soglia regionale per accedere in Parlamento viene fissata al 15%. Aspetti tecnici a parte, comunque rilevanti, ci sono poi le conseguenze politiche. Non tutta Libera e Uguali si è schierata contro l’intesa tra M5S, Pd e Italia Viva. Ad esempio chi in LeU proviene dal Pd ha dato un sostanziale via libera, anche perché sulle orme di Laura Boldrini, il ritorno verso il Nazareno è praticamente certo. Ad opporsi sono stati i componenti di LeU che arrivano da Sinistra Italiana come Loredana De Petris, Nicola Fratoianni e Francesco Laforgia.
E’ evidente che per Sinistra-Articolo1-Liberi e Uguali la soglia del 5% è quasi irraggiungibile e quindi non resta che copiare quanto accaduto alle Europee del maggio 2019 e trovare ospitalità nelle liste del Pd. Così come i partiti minori del Centrodestra dovranno confluire in una delle tre maggiori forze politiche. Come potrebbe accadere ai nascenti Popolari di Lorenzo Cesa e Gianfranco Rotondi con Forza Italia e a Cambiamo! di Giovanni Toti con la Lega. Resta il fatto che con il proporzionale vengono meno le coalizioni, ognuno corre per sé e le alleanze si fanno solo dopo il voto in Parlamento. Questo spiegherebbe la crescente tensione tra la Lega e Fratelli d’Italia.
Insomma, un altro pasticcio dove l’azzardo elettorale è presente a scapito delle minoranze che rischiano di non essere rappresentate. La Costituzione della Repubblica italiana, per l’esercizio della democrazia politica, propenderebbe per il proporzionale puro e la libera scelta dei candidati attraverso il voto di preferenza, lasciando agli elettori la possibilità di giudicare liberamente, attraverso il diritto di voto, le qualità politiche dei partiti e dei candidati rispetto all’azione politica svolta.
Inoltre, gli articoli 56 e 57 della Costituzione fissano il numero dei parlamentari per ciascun ramo del Parlamento (315 per il Senato e 630 per la Camera). Ridurne il numero per risparmiare pochi milioni di euro, non significa migliorare il funzionamento del Parlamento. Il problema vero, invece, è quello di migliorare qualitativamente la rappresentanza parlamentare.

Salvatore Rondello

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