martedì, 25 Febbraio, 2020

Leggi elettorali: Europa, Italia e la credibilità della democrazia

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Si è votato in Spagna. Prestissimo e presto lo si farà in Gran Bretagna e Stati Uniti. Tra i tanti commenti, ne aggiungo uno che riguarda i possibili insegnamenti per l’Italia.
Il mito del maggioritario anglosassone. Per decenni, lo si è portato ad esempio, sino a che il referendum Segni del 1993, in suo nome, ha stabilito la fine della prima Repubblica. Tuttavia dire che oggi il mito si è incrinato è dir poco. A Londra come a Washington, cresce l’esasperazione contro un sistema che è ormai accusato addirittura di minare la credibilità della democrazia. Da tempo, in Gran Bretagna, si vince con percentuali di gran lunga inferiori al 50 per cento. Se adesso vincesse un Primo Ministro divisivo e furiosamente contestato da tutti gli avversari, come Johnson, avremmo probabilmente un capo del governo odiato dalla stragrande maggioranza degli elettori. Negli Stati Uniti, Trump ha trionfato esattamente con 2.865.075 voti (il 2,1 per cento) meno della Clinton. Il paradosso si potrebbe ripetere. Con conseguenze mondiali, perché la democrazia americana, da quasi un secolo, conta non solo per gli Stati Uniti, ma dappertutto: conta in pratica e anche come punto di riferimento ideale.

Il sistema demenziale per cui il vincitore in un singolo Stato fa valere zero i voti dell’altro candidato ha trasformato gli americani in cittadini di serie A e B. Soprattutto di serie B. Perché la campagna presidenziale neppure più si fa in California, nel Massachusetts o nel New Jersey, dove vincerà di sicuro il democratico; in Texas, in Alabama o in Dakota, dove vincerà il repubblicano. La partita si gioca come una lotteria, su poche migliaia di voti nei cinque o sei Stati su cinquanta rimasti incerti: dalla Pennsylvania all’Ohio, dal Michigan alla Florida. Gli elettori di New York, Los Angeles o Houston (tra l’altro le città più avanzate del mondo) non contano più niente. Colpevole dei paradossi è il nostro mito di un tempo: il maggioritario. Che quindi i politici italiani farebbero bene a riproporre dopo averci pensato due volte.

Le democrazie non cambiano le regole del gioco. Perché mai, dunque, a Londra e a Washington non si decide un nuovo sistema elettorale? Perché si tollerano le conseguenze più irragionevoli del sistema vigente? Anche perché il sistema c’è da sempre. Ci si è abituati come al vento o alla pioggia. Ci si consola pensando che alla fine si è sempre progredito lo stesso. Cambiare le regole è un passo non solo difficile, ma che si presterebbe a liti da guerra civile, con l’accusa a chi le cambia di voler truccare la partita a proprio vantaggio. Come mai il presidente degli Stati Uniti viene proclamato dopo 78 giorni dalla sua elezione? Neppure più ci si pone la domanda: perché un tempo i “grandi elettori” (e i parlamentari neo eletti) più lontani, come quelli della California, dovevano arrivare a Washington a cavallo. Qui sta il punto. Nessuna importante democrazia ha mai cambiato le regole elettorali se non per effetto di un cambiamento di regime o di una rivoluzione. Nelle democrazie che erano tali nel secondo dopo guerra, nessun cittadino ricorda di aver mai votato con regole diverse dalle attuali. E in Italia? Abbiamo avuto tre diverse leggi elettorali negli ultimi 27 anni (più l’Italicum risultato incostituzionale): tutte terminanti rigorosamente per “ellum”, forse a sottolinearne involontariamente il ridicolo. Siamo un caso unico e le conseguenze sulla credibilità della democrazia risultano evidenti. Chiunque può pensare che la maggioranza di turno voglia capovolgere le regole mentre la partita è in corso, per vincere con l’imbroglio. Facendo il proprio porco (anzi, il proprio porcellum) comodo.

La moda dei referendum. Sino a ieri, sembrava inattaccabile. Ma quello più importante, sulla Brexit, ha insegnato qualcosa. Un demagogo (come Farage) ha aizzato e cavalcato lo scontento popolare. Sbagliando sciaguratamente i suoi conti, un Primo Ministro troppo furbo (come Camerum) ha pensato di accettare e usare il referendum per motivi di potere personale (come Renzi). Ma le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Gli elettori possono, con un sì o con un no tagliato con l’accetta, decidere soluzioni semplici per problemi complessi. Ma poi qualcuno (il Parlamento e il governo) deve trasformare queste decisioni in fatti concreti. E se non ci riesce? Se la missione risulta impossibile? Londra sta esattamente in questa situazione. Il referendum ha provocato il collasso delle istituzioni ponendole in un vicolo cieco da cui nessuno sa come uscire. Anche qui, prima di appassionarci ancora alla moda referendaria, in Italia dovremmo pensarci due volte.

Il rapporto tra elettori ed eletti. Il sistema anglosassone con i collegi maggioritari è contestato. Ma almeno i parlamentari inglesi e americani sono stati votati come persone fisiche e sono conosciuti dai loro elettori. Qualcuno ha vinto o perso per le sue qualità (o difetti) e per la sua particolare inclinazione politica. Può darsi che per questo conservi una certa autonomia e dignità nella sua azione parlamentare. Lo stesso si può dire per i sistemi dove i parlamentari vengono scelti con un voto di preferenza. O, come in Germania, con una dura e trasparente selezione interna di partito. Anche su questo punto, l’Italia è un caso quasi unico al mondo.
Da decenni, i parlamentari vengono non eletti ma “nominati” dai capi partito. E spesso sono sconosciuti. Il Parlamento è composto da “signori nessuno”: anche da qui nasce la sua perdita di ruolo.

Le coalizioni di unità nazionale non sono un “inciucio”. In Spagna si sono tenute quattro elezioni in quattro anni. Ma dopo ciascun voto, per quattro volte, i partiti non si sono rassegnati ad allearsi disinvoltamente con tutto e il contrario di tutto (come è accaduto in Italia dopo un solo voto che sembrava mettere in pericolo la governabilità). Il partito socialista spagnolo (PSOE) ha l’orgoglio (come in tutta Europa) di chiamarsi tale (a differenza del PD) ed è da tempo di gran lunga il primo. E’ membro del Partito Socialista Europeo, ma (a differenza del PD) anche dell’Internazionale Socialista, che gli serve tra l’altro per tenere fruttuose relazioni con i partiti fratelli dei Paesi in via di sviluppo. Per questo Sanchez ha parlato come un leader riconosciuto soprattutto ai compagni latino americani, lo scorso gennaio, al Consiglio dell’Internazionale svoltosi a Santo Domingo.

Il PSOE ha deciso di fare un governo con Podemos, che assomiglia vagamente a M5S per la sua campagna antisistema. Ma che si dichiara di sinistra (a differenza dei Grillini) e sarà il possibile junior partner (non senior), perché pesa in Parlamento non il doppio del PSOE (come Di Maio rispetto a Zingaretti) ma poco più di un quarto. Se l’accordo PSOE-Podemos dovesse fallire, si tenterà la strada di un governo di unità nazionale con i Popolari. Assomiglierebbe a un accordo tra PD e Forza Italia, perché i Popolari spagnoli, come Forza Italia, sono membri del Partito Popolare Europeo, insieme alla Merkel. La coalizione avrebbe una larga maggioranza e sarebbe gradita a tutto l’establishment spagnolo (non demonizzata come è stata in Italia una possibile alleanza PD-Berlusconi quando quest’ultimo aveva ancora i voti). La logica politica, in Spagna e in Europa, vale ancora. Nel Parlamento europeo (e nell’Italia della prima Repubblica), la maggioranza è stata sempre tra socialisti e popolari: può esserlo pertanto in qualunque Parlamento nazionale. Anche perché socialisti e popolari sono vicini storicamente e concretamente, stanno i primi a sinistra guardando verso il centro e i secondi al centro guardando verso sinistra. Curiosamente, la demonizzazione prima ricordata della alleanza tra PD e Forza Italia è stata seguita dalla passiva accettazione delle più innaturali tra le alleanze: prima quella tra l’estremismo indefinito di M5S e l’estremismo di destra leghista; poi quella tra l’aggressività antisistema dei Grillini e il più “sistemico” tra i partiti italiani, ovvero il PD.

Caduti i miti, ritorna il proporzionale? Come prima osservato, la seconda Repubblica è nata nel 1993 con il mito del maggioritario, che ha dato nel mondo i risultati appena visti. Dopo quasi un trentennio, ci ritroviamo più poveri, più rissosi e con una democrazia più malata. Sino al 1993, valeva il principio “una testa un voto”. Si è deciso di cambiarlo sostenendo che solo così si sarebbero finalmente ottenute la stabilità e la governabilità non assicurate dal proporzionale. Dove siano finiti questi due valori, è sotto gli occhi di tutti. Forse, dopo tante infatuazioni, imbrogli e pasticci, sarebbe saggio ritornare al proporzionale. Anche perché è l’unico sistema difficilmente contestabile sul piano dei principi: ciascuno prende i voti che ha. Ed è l’unico sistema adatto a situazioni di conflittualità esasperata. Le teste-dicevano i nostri vecchi padri della Repubblica- “o si contano o si rompono”.

Ugo Intini

Pubblicato sui Il dubbio

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