domenica, 23 Febbraio, 2020

L’elefante di Milanovic e l’inverno dell’Occidente

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“L’inverno dello scontento”, di cui ho scritto il mese scorso su queste colonne, non riguarda soltanto l’Italia ma tutto l’Occidente. Da noi è più rigido, perché l’economia va molto peggio, perché le diseguaglianze si sono aggravate più che altrove e perché siamo sempre stati l’anello debole tra le democrazie. Ma l’inverno si avverte dappertutto, dovunque alimenta il voto di protesta, la destra e l’antipolitica.
Le cause sono comuni (e anche le conseguenze). Cominciamo dalle prime. I nostri nonni e bisnonni, anche quelli nelle condizioni più modeste, si consideravano (ed erano) economicamente e culturalmente superiori al resto del mondo. Di gran lunga. Alla fine dell’Ottocento, la ricchezza prodotta da Francia, Germania e Gran Bretagna (da sole) rappresentava il 35 per cento di quella mondiale, non poco più del 10 come oggi (e con un trend in continuo calo). Eravamo il centro del mondo: all’inizio del Novecento, l’Europa aveva un quarto della popolazione mondiale (non si avviava come oggi a pesare meno del 5 per cento). Ospitava tutti gli avvenimenti scientifici e culturali di rilievo. I nostri nonni e bisnonni erano giovani, proiettati verso il futuro e anche verso gli altri continenti. Un surplus di popolazione si muoveva infatti in direzione opposta all’attuale: gli inglesi in Asia, Africa e Medioriente; i francesi in Nord Africa e Indocina; gli italiani in Etiopia e Libia, dove negli anni ’30 eravamo oltre il 13 per cento e quindi un terzo più numerosi di quanto oggi gli stranieri siano in Italia. Gli immigrati eravamo noi, ma come dominatori sul piano economico, militare e culturale.

Gli occidentali in generale (e gli europei in particolare) hanno perso status e anche reddito. Non in senso assoluto (a parte purtroppo l’Italia). Ma in senso relativo: sono sempre più o meno allo stesso livello, mentre nel resto del mondo è esploso un boom economico. Eravamo ad altezze apparentemente irraggiungibili, mentre oggi i cinesi, gli indiani (anche alcune repubbliche ex sovietiche) si avvicinano ai nostri livelli. E questo conta moltissimo. Perché l’autostima e la percezione di sé, nella vita degli individui come in quella delle Nazioni, si valuta spesso nel confronto rispetto agli altri. Con le invidie, le superbie, i complessi di inferiorità e superiorità Inevitabilmente connessi.
Ciò che avvertono i comuni cittadini occidentali (magari a volte confusamente) è assolutamente confermato – per una volta – da tutti gli studi scientifici degli economisti. Branko Milanovic ad esempio, un autorevole esponente del Fondo Monetario Internazionale, ha reso famoso un grafico che viene chiamato, per la sua forma, “l’elefante”. Spiega con chiarezza che la globalizzazione ha trasformato in classi medie, togliendole dalla povertà, due miliardi di persone nei Paesi emergenti. E che ciò è avvenuto a scapito delle classi medie nei Paesi occidentali. Per le quali “l’inverno dello scontento” è reso più grigio dall’enorme aumento delle diseguaglianze. L’elefante di Milanovic aggiunge infatti (con la linea del grafico svettante clamorosamente verso l’alto) che l’1 per cento più ricco dei Paesi avanzati ha moltiplicato a dismisura il suo reddito. Le diseguaglianze si sono accresciute soprattutto negli Stati Uniti (probabilmente per la politica iper liberista vincente) e, tra i Paesi europei, in Italia (probabilmente per la “non politica”). Il che spiega molto sulla rabbia dei nostri elettori.

La tecnologia ha cancellato le distanze e la conseguente globalizzazione rende tutto ciò inevitabile. Il problema non è più soltanto la delocalizzazione materiale delle fabbriche, ma quella immateriale. E non soltanto dei servizi a basso livello. Perché l’impiegato della TIM può informarti sulle tariffe in italiano dall’Albania, il call center di Los Angeles può ordinarti in inglese una Margherita telefonando dall’India alla pizzeria a te più vicina. Ma l’ingegnere o il matematico può impostarti il disegno di una macchina oppure il piano di fatturazione, via computer, indifferentemente, da Shanghai e da Mumbai come da Roma.
La sfida è aggiungere a ogni unità di prodotto o servizio occidentale una percentuale di tecnologia, cultura o creatività sempre superiore. Esportare i nostri diritti umani e sindacali nei Paesi che non li hanno, rendendoli quindi meno competitivi, grazie alla perdita graduale del vantaggio costituito per loro dal basso costo della manodopera. Sfida difficile. Difficilissima per Paesi come l’Italia dove l’istruzione peggiora anziché migliorare e dove si tende a importare lo sfruttamento dei lavoratori piuttosto che a esportare i diritti sindacali.
L’inverno dello scontento ha dunque cause simili in tutto l’Occidente. Ma anche conseguenze politiche assolutamente comuni. Esse sono quasi inevitabilmente una spinta indietro, verso il passato ed epoche che non possono più tornare: nazionalismo (o come si dice oggi sovranismo), chiusura sospettosa in se stessi, timore del nuovo e del diverso.

La spinta all’indietro, naturalmente, non è generalizzata. Divide anzi profondamente le società occidentali secondo linee nette, visibili dovunque. Da una parte quanti accettano i tempi nuovi: i giovani, i più istruiti, gli abitanti delle metropoli. Dall’altra quanti vogliono tornare al passato: gli anziani, i meno scolarizzati, gli abitanti delle province. Lo si vede dalle statistiche sul comportamento elettorale: ultime e più clamorose quelle in Gran Bretagna sul voto dei giovani per l’Europa e a sinistra, dei vecchi per la Brexit e per Johnson. Lo si vede soprattutto nella geografia politica: il vento della modernità elegge sindaci democratici “liberal” o socialisti a Los Angeles, New York, Londra, Parigi, Berlino, Praga, Vienna, Varsavia, Budapest e persino Istanbul. Quindi anche in Paesi dove le province portano invece al governo nazionale i conservatori. E non c’è da stupirsi. I giovani e i ceti professionali viaggiano, lavorano in società spesso multinazionali e in metropoli cosmopolite che appaiono, anche nella loro composizione etnica, microcosmi del mondo. Cavalcano la globalizzazione e il vento del 21° secolo. Chi ha lavori a livello più esecutivo soffre la concorrenza sia dell’immigrato che del dipendente di multinazionali In Asia e Africa. L’anziano o il residente in provincia si chiude nel suo passato e nei suoi orizzonti ristretti, avvertendo più i danni che i vantaggi della modernità.

Naturalmente, la risposta non è quella di protestare contro la globalizzazione. Innanzitutto perché questa è assolutamente inevitabile, ma anche per altri due solidissimi motivi. Primo. Detto crudamente, se due miliardi di persone sono uscite dalla povertà, lo scontento di poche centinaia di milioni (i ceti medi di Europa e Stati Uniti) risulta negli equilibri mondiali assolutamente marginale. Secondo. I giovani e i ceti metropolitani moderni dell’Occidente lo intuiscono; lo sanno e lo spiegano gli economisti che (come Milanovic con il suo “elefante”) hanno chiarito la situazione reale: le conseguenze negative della globalizzazione sui ceti medi dell’Occidente non sono affatto inevitabili (già lo si accennava nelle osservazioni precedenti). Possono essere corrette da politiche adeguate. Naturalmente (e qui sta la contraddizione dei sovranisti) si tratta di politiche che nessun singolo Stato nazionale può perseguire da solo. Può farlo soltanto (forse) l’azione congiunta tra un’Europa politicamente unita e gli Stati Uniti.

Ugo Intini
(IlDubbio)

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