sabato, 7 Dicembre, 2019

Leonardo Sciascia, l’illuminista scettico

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Leonardo Sciascia, a 30 anni dalla morte avvenuta il 20 novembre 1989, resta una personalità letteraria di grande impatto. Nessuno ha potuto ignorare la sua opera, venne molto amato ma anche attaccato dai benpensanti dell’ordine costituito. I suoi libri sono custoditi nella memoria della società civile e politica più libera italiana ed europea: a partire da “Il giorno della civetta” che svelò a tutti l’antropologia della mafia.

Era considerato l’ultimo seguace di Voltaire, un libero pensatore, immenso e irregolare. Fu precisamente un letterato cosmopolita, «un indagatore in nome della ragione e della giustizia, un monaco bibliofilo – rammenta lo scrittore Giuseppe Montesano – piegato sui suoi pensieri, ma un monaco dal cui saio spunta una coda di diavolo illuminista». Come spiegare altrimenti quella sua insofferenza verso i «professionisti dell’antimafia», così definiti in un articolo ‘scandaloso’ del 1987 con cui disapprovava chi usava la lotta alla mafia per fare carriera? Sciascia dall’alto della sua opera letteraria aveva l’autorità per dirlo, per svelare anche quegli intrecci: senza assumere tuttavia – a sua volta – pose esibizionistiche da «anticonformista di professione», preferendo lavorare – come segnala Pierluigi Battista – con «pazienza tagliente», sostenuta da un rigoroso lavoro d’analisi. Quei «professionisti dell’antimafia» gli appaiono invece come i moralisti mendaci denunciati dal filosofo pre-volterriano Bernard de Mandeville, che in una favola senza tempo li descrive intenti a cercare l’approvazione delle folle inveendo contro i vizi degli altri, pur coltivando in privato la stessa o peggiore corruttela; o si rivelano come quei personaggi eterni descritti da autori come Molière o Laurence Sterne, pronti a nascondere il proprio interesse sotto «il sottile intonaco della virtù»; oppure come quell’ispettore del racconto di Gogol’, un funzionario assomigliante a qualsiasi di noi che si atteggia a superuomo giustiziere pur essendo un misero peccatore.

Tutti personaggi che si proclamano «intransigenti del bene», come succede talvolta anche a noi di alzare «il nostro dito indice assetato di biasimo» – così plasticamente descritto dal poeta dissidente e premio Nobel, Josif Brodskij – invocando con ripetuto impeto quel motto «onestà, onestà» che si rivela invece manchevole e disonesto. Storie d’altri tempi e del nostro tempo, così suggellate in anticipo e per sempre dal padre del liberalismo John Locke: criteri etici sbandierati con eccessivo favore celano i germi dell’intolleranza.
Eppure dell’intera opera di Sciascia mi resta impresso più di questo indelebile j’accuse ai sepolcri imbiancati, l’ammonimento contro la barbarie che può sempre incombere sull’umanità. La storia dell’avvocato illuminista Di Blasi raccontata da Sciascia ne “Il Consiglio d’Egitto”, svela l’inganno in cui può cadere un mite, fiducioso sostenitore del progresso umano. Finito sotto feroce tortura nella Sicilia di fine ‘700, ridotto ad un albero di sangue, Di Blasi pensava che “anche” i giudici e gli sbirri avevano avuto un’infanzia e che probabilmente ora desideravano una domestica quiete alla quale tornare tra poco dopo il fastidio dell’ufficio che stavano compiendo: il fastidio di torturare un loro simile.

“Questo non deve accadere a un uomo” pensò Di Blasi. Ma certamente riteneva che non sarebbe più accaduto nel mondo illuminato dalla ragione! Quanta disperazione avrebbe accompagnato le sue ultime ore di vita se soltanto avesse avuto il presentimento che – in quell’avvenire che vedeva luminoso – invece moderni despoti, satrapi, caudillos, tagliagole… avrebbero compiuto massacri in lager, gulag, stadi e palestre di tortura, o in altri similari mattatoi, segreti ma anche alla luce del sole; che addirittura uomini pieni di cultura e di musica, lettori accaniti di testi filosofici, sacri e profani, avrebbero distrutto un’infinità di altri esseri umani, con implacabile metodo ma anche con efferata banalità. La vita è tremendamente scettica.

Nicola Zoller

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