sabato, 7 Dicembre, 2019

L’eredità del ’68 e le conseguenze sul mondo del lavoro e la società civile

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Oggi, cinquant’anni dopo lo scoppio della contestazione protrattasi per un lungo periodo a cavallo degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso (passato alla storia con la breve e sintetica espressione “Il ‘’68’”), è importante riflettere sulle cause che l’hanno provocata, per verificare, fuori dalle facili interpretazioni ideologiche, se le trasformazioni sociali allora propugnate hanno avuto una qualche influenza su quanto è accaduto nei decenni successivi, sino ai nostri giorni.

Per molti, gli anni tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta hanno infatti rappresentato una stagione di “ricerca” e di “conquista” di nuove e migliori (a volte improbabili) condizioni di studio, di lavoro e di vita; l’entusiasmo col quale quella stagione è stata vissuta dai suoi “protagonisti” è efficacemente espresso dallo slogan “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile!“, rappresentato e urlato, rispettivamente, sui muri di ogni luogo e durante le manifestazioni di massa che si svolgevano in tutte le città dei Paesi che hanno vissuto l’esperienza del “68”.

Oggi, cinquant’anni dopo lo scoppio della contestazione – che si è posta al centro di un lungo periodo, tenendo insieme gli anni Sessanta e Settanta – è importante fare memoria, comprendere cosa è rimasto di quel periodo cruciale della storia italiana del dopoguerra. Alcune interpretazioni hanno colto nel “’68” la lotta per il miglioramento delle condizioni della forza lavoro e per i diritti civili, la liberazione sessuale e il superamento dell’esperienza tragica vissuta dall’Italia della violenza e del terrorismo. Per altre, il “’68” è stato la rivolta di una generazione che rifiutare il mondo che aveva ereditato, ritenendolo non più rispondente alla realtà. Per altre interpretazioni, infine, le lotte degli anni Sessanta-Settanta erano indirizzate, non tanto alla conquista immediata di questo o di quel particolare diritto, quanto a quella di un nuovo tipo di società.

Secondo quest’ultima interpretazione, va adeguatamente considerata l’aspirazione, da parte dei gruppi sociali che esprimevano la contestazione, a conseguire un più alto livello di partecipazione ai processi decisionali politici; aspirazione, questa, perseguita in presenza di una sostanziale diversità, rispetto al passato, dei presupposti della contestazione, non più legata ai alle prevalenti giustificazioni ideologiche e alle rigide contrapposizioni interpretative dei motivi di insoddisfazione sociale. Quella del “’68” sarebbe stata, insomma, una opposizione radicale a ogni forma di subordinazione funzionale alla logica di un ordinato sviluppo della società e che all’uomo impediva di essere il vero ed effettivo protagonista della propria crescita ed arbitro autonomo dello sviluppo della comunità di cui faceva parte. Se questa interpretazione degli eventi del “’68” fosse quella più condivisa, occorre allora ricordare che i risultati conseguiti con la contestazione sono stati diametralmente opposti a quelli attesi.

Del ricordo dei fatti svoltisi in un periodo oramai lontano non è rimasto quasi più nulla; a richiamarlo alla memoria delle generazioni presenti provvede un piccolo libro che, andando controcorrente, intende rimarcare come, in quel periodo, i protagonisti non siano stati solo i lavoratori delle fabbriche (la “classe operaia”), ma anche gli studenti e, a modo loro, pure gli organismi della rappresentanza, quali in particolare sindacati e partiti.
Il libro, dal titolo “Autunno caldo. Cinquant’anni dopo”, con un Preambolo di Ada Becchi, raccoglie scritti diversi: due sono rievocazioni storiche (il primo firmato dalla stessa Becchi ed il secondo da Andrea Sangiovanni), mentre l’ultimo è una Postfazione di Marco Bentivogli (segretario generale della Federazione italiana metalmeccanici della CISL ed autore del recente “Contrordine compagni. Manuale di resistenza alla tecnofobia per la riscossa del lavoro e dell’Italia”). Nella sua Postfazione, Bentivogli spiega – in linea con quanto egli sostiene nel suo “Manuale di resistenza” – come “l’eredità dell’autunno caldo potrebbe contribuire a mettere in grado un sindacato consapevole di guidare i lavoratori in iniziative capaci di favorire l’avanzamento tecnologico delle nostre strutture produttive, e quindi l’avvio di un nuovo ciclo di sviluppo del Paese”.

Becchi, nel Preambolo, dopo aver sottolineato che, mentre la partecipazione degli studenti alla contestazione del “’68” si è esaurita (salvo riproporsi per alcuni mesi nel 1977) in un tempo relativamente breve, quella dei lavoratori è stata invece una “presa di coscienza progressiva delle proprie condizioni e dei propri diritti”, le cui spinte nei riguardi dei sindacati e dei partiti non sono apparse “come il punto di avvio per l’edificazione di una società più coesa, più omogenea, più aperta”. La reazione dei sindacati e dei partiti, infatti, è stata tendenzialmente orientata a “lasciar passare la ‘nottata’”, con la conseguenza che i governi che si sono succeduti alla guida del Paese durante lo svolgersi della contestazione sono stati propensi a concedere “assai più di quanto si sarebbe potuto e dovuto non agli ‘insorti’, ma al maggior numero possibile di soggetti”; un processo, quest’ultimo dal quale ha avuto inizio, non per colpa della contestazione operaia, la lenta e continua crisi dello Stato sociale, realizzato dopo la fine del secondo conflitto mondiale, i cui effetti sul piano della riorganizzazione del sistema produttivo e della società si manifesteranno in tutta loro estensione solo sul finire del secolo.

La Becchi, inoltre, dopo aver ricordato nel suo saggio introduttivo (“C’era una volta l’autunno caldo”) che la locuzione “autunno caldo” deriva dal fatto specifico che la contestazione prendeva realmente il via dalle eccezionali capacità di lotta delle quali davano prova i lavoratori in occasione del rinnovo, nel 1969, del contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici, illustra brevemente i motivi dell’insolita combattività dei lavoratori. Il processo di industrializzazione che, parallelamente a quello della ricostruzione post-bellica, aveva interessato dalla fine degli anni Quaranta alcune parti del Paese, aveva causato (come poi sarà mostrato da Paolo Sylos Labini nel suo “Saggio sulle classi sociali”) “cospicue modificazioni” della composizione di classe della struttura sociale; tali modificazioni avevano determinato un aumento del peso relativo della classe operaia, in particolare di quello della sua componente occupata nei comparti industriali.

La forza della contestazione – ricorda Becchi – non originava solo dall’incremento numerico dei lavoratori del settore industriale, ma anche dal fatto che l’aumentata forza operaia era da connettersi alla concomitanza con altri due fenomeni: il progredire della tecnologia, con l’introduzione di nuove forme di meccanizzazione e di automazione, e la fortissima concentrazione territoriale dell’insediamento industriale, che “rendeva necessario ricorrere a forza lavoro proveniente da regioni, anche molto lontane, e portatrice di culture molto diverse da quelle in cui si erano formati gli operai tradizionali”. Poiché agli operai immigrati dalle regioni meridionali non erano state riservate particolari politiche di integrazione sociale nelle regioni di destinazione, è accaduto che la crescente insoddisfazione esistenziale di questa componente della forza lavoro industriale abbia contribuito non poco ad aumentare la combattività dell’intera classe operaia in quella particolare fase della storia italiana, in cui le aspettative generate dal miracolo economico stavano subendo improvvise battute di arresto.

Se l’aumentata combattività, manifestatasi soprattutto a partire dall’autunno caldo del 1969, ha consentito alla classe operaia di modificare a proprio vantaggio la distribuzione del prodotto sociale, verso la metà degli anni Settanta, sotto la pressione di diversi fattori, lo spazio per un’ulteriore redistribuzione del reddito attraverso la contestazione si è ridotto; due fenomeni maturati nel corso di quegli anni, però, ricorda Becchi, sono rimasti più a lungo presenti: da un lato, l’azione dei gruppi estremisti che propugnavano il ricorso alla lotta armata in luogo delle forme democratiche e pacifiche di protesta; dall’altro lato, l’impossibilità di tornare, soprattutto in alcuni luoghi di lavoro, a una “situazione di normalità”, tale da assicurare la governabilità e la continuità dei processi produttivi.

Da quest’ultimo punto di vista, l’esempio paradigmatico è offerto dalla Fiat di Mirafiori, dove il ritorno alla normalità era ostacolato dall’iniziativa di alcuni gruppi di lavoratori che il sindacato non è stato in grado di portare sotto il suo controllo; una situazione, questa, il cui prolungarsi ha spinto il l’impresa automobilistica a rinvenire la “via di uscita” dal disordine aziendale nell’aumento dell’automazione, più che nell’inaugurazione di un processo di costruzione di un nuovo e più aperto sistema di relazioni industriali. Il caso Fiat-Mirafiori legittima l’ipotesi che l’ingovernabilità dei processi produttivi, e più in generale della vita interna delle fabbriche, fosse da ricondursi al fenomeno del terrorismo praticato da gruppi minoritari, che spesso hanno utilizzato la protesta operaia per giustificare la loro azione illegale.

I pochi casi in cui la relazione tra terrorismo e ingovernabilità dei processi produttivi è stata accertata e documentata non autorizza, però, afferma Becchi, “a definire anni di piombo” quelli che sono seguiti al 1968; questi in realtà sono stati gli anni nel corso dei quali è stato possibile realizzare un tangibile miglioramento della partecipazione della forza lavoro alla distribuzione del prodotto sociale; si è trattato però di un risultato reso fragile dal fatto che gli organismi della rappresentanza (sindacati e partiti) non hanno saputo istituzionalizzarlo, se non attraverso iniziative che sono valse a far gravare sulla spesa pubblica la sua incerta conservazione.
Ma ancora più difficile del ritorno alla normalità nella conduzione dei processi produttivi è stata l’istituzionalizzazione delle conquiste che la combattività operaia aveva consentito si realizzassero sul piano della protezione sociale e dei diritti individuali. Anche su questo fronte, il mondo politico si è limitato ad assecondare le crescenti richieste che la protesta del mondo del lavoro concorreva a diffondere nel più ampio contesto della società civile; ancora una volta, la risposta è stata una crescente dilatazione della spesa pubblica e un aumento incontrollabile del debito pubblico, senza tuttavia inaugurare una politica economica finalizzata a migliorare la produttività del sistema produttivo con cui finanziare il maggiore impegno sul fronte della spesa governativa.

Il crescente aumento della spesa pubblica corrente e del debito pubblico consolidato fornisce, secondo Andrea Sangiovanni (autore dell’articolo “Gli operai hanno dato una dimostrazione: quel che resta dell’autunno caldo”) l’immagine di una “politica distratta”, la cui assenza si era già delineata durante lo svolgersi della contestazione dell’autunno caldo e che continuerà a delinearsi anche nei decenni successivi. L’assenza attiva della politica avrà l’effetto di indurre l’organizzazione capitalistica della produzione a sottrarsi, come sottolinea Sangiovanni, ad ogni forma di controllo sociale attraverso, ad esempio, l’introduzione nella fabbrica di processi di automazione e il ricorso alla frammentazione dei processi produttivi e alla loro delocalizzazione in siti diversi da quelli nei quali erano sorti e si erano progressivamente affermati; un altro effetto sarà quello di perpetuare l’incapacità di capire le trasformazioni del mondo del lavoro e della società civile da parte dei sindacati e dei partiti.
La conseguenza di tutto ciò è stata l’impossibilità del Paese, non solo di cogliere l’occasione della contestazione dell’autunno caldo per realizzare la modernizzazione delle modalità di gestione del sistema produttivo e della società civile, ma anche di affrontare le implicazioni della dinamica economica e sociale attivata dalla contestazione; al contrario, si è favorito l’affermarsi di una struttura socio-economica del Paese egemonizzata dall’ideologia neoliberista, che è valsa a trasformare lavoratori e cittadini da soggetti sociali autonomi e creativi in strumenti funzionali ad una crescita continua della produzione fine a se stessa, trasformando così il “’68” in “un semplice episodio storico circoscritto e concluso, promessa non realizzata di un diverso modello di sviluppo” della società italiana.
E’ quest’ultimo il motivo che priva di basi solide la proposta di Bentivogli, secondo il quale la promozione del riscatto del lavoro e della crescita economica finalizzata a soddisfare gli stati di bisogno della società civile può oggi essere possibile, sconfiggendo la “tecnofobia” e ripensando a un nuovo ruolo del sindacato. A tal fine – egli afferma – “occorre avere una visione del futuro e capire quello che serve immediatamente”, studiando le nuove tecnologie e i nuovi sistemi di organizzazione del lavoro.

In realtà, ciò che serve oggi, per il riscatto del mondo del lavoro e la modernizzazione della società civile, doveva essere “capito” ieri, con un’attività riformatrice della struttura complessiva della società italiana, che non avrebbe dovuto implicare il ricorso alla dilatazione della spesa pubblica per tacitare la protesta. Pensare di fare tutto ciò immediatamente oggi rende ardua, per quanto necessaria, considerate le condizioni in cui versa il Paese, la realizzabilità in tempi brevi della proposta di Bentivogli.

Gianfranco Sabattini

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