martedì, 27 Ottobre, 2020

Lettera a Pinocchio?

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Un uomo del web non può tenere segreta una lettera. Anzi, la missiva diventa strumento di propaganda. Normale. Con chi pensano di avere a che fare Barroso e Katainen? In quale mondo vivono? Nel vecchi volti raggrinziti di Monti e Letta? Signori, siamo in Renzilandia, il regno del virtuale, della grancassa delle promesse e degli annunci. Della politica spettacolo. La lettera della Bce del 2011, che pure ha avuto riflessi politici piuttosto pesanti, era indirizzata a Berlusconi, uno che rispetto a Renzi è un apprendista, un dilettante, perfino riservato. Dunque nessuna sorpresa. Strictly confidential? Ma suvvia, vecchie cariatidi non ancora rottamate, è proprio l’invito a fare l’opposto.

Mancano due miliardi e Renzi li trova in una giornata. Come un prestigiatore li fa uscire dal suo cilindro. Ne mancano quattro? Serviranno due giornate. Pinocchio o Mandrake? Ma che importanza ha? E attenti perché il nostro adesso è lui che minaccia l’Europa. Dirà quanto spende. Perché non lo ha fatto prima? Diciamo la verità, a parte le battute e le ironie che Renzi ispira quando parla da “gradasso”, come lo ha definito Giampaolo Pansa, nel merito il giovin signore fiorentino ha ragione. Tutto in Italia peggiora. Secondo Standard e Poor il nostro debito è schizzato ancora più su negli ultimi tre mesi, passando dal 130,7% al 133,8% sul Pil, mentre la disoccupazione giovanile è ancora ben oltre il 44%. L’Italia chiuderà l’anno ancora in recessione. Possiamo continuare così?

È così difficile capire che il rigore ci affonda e ci affama? Che anzi il rigore ci appesantisce sia il deficit sia il debito, comprimendo lo sviluppo? Dunque fa bene Renzi a battere i pugni sul tavolo. Fa bene a rinviare al mittente la lettera come ha fatto Hollande. Però Hollande ha sforato il tetto del 3% e nel 2015 sarà ancora sopra il 4, perché, ispirandosi alle note teorie keynesiane, vuole spendere per investimenti pubblici in grado di produrre lavoro, occupazione e sviluppo. Renzi punta tutto sulla detassazione, i diciotto miliardi che servono per l’Irap e per le nuove assunzioni, per larga parte finanziate alzando il deficit dal 2,2% al 2,9%. L’operazione è coraggiosa. Ha trovato l’assenso delle imprese. Padoan considera possibili in due anni ottocento mila nuovi occupati.

Ma se il lavoro non c’è basterà la defiscalizzazione? Questo riguarda soprattutto le piccole imprese che stanno chiudendo per la mancanza di lavoro. E’ questo il punto fondamentale. La riserva di fondo. Serviranno i miliardi che Junker mette a disposizione per i singoli paesi? Sono trecento miliardi davvero? Sono pubblici o in larga parte privati? E in base a quali criteri verranno distribuiti? Ce lo spiegheranno anche questo per lettera? O Renzi dirà che in un giorno ne troverà di più? Ecco quello che ci aspettiamo dal nostro governo, un piano industriale e del lavoro, oltre alla giusta detassazione che la legge di stabilità prevede. Sono troppe le aziende che continuano a chiudere, troppe quelle che sono state delocalizzate in atri paesi con gravi ripercussioni sulla nostra manodopera. Su questo, non sull’articolo 18, il sindacato dovrebbe concentrarsi. Domani tra la Leopolda e piazza San Giovanni ho l’impressione che questo tema resterà sfuocato. E s’udrà a destra uno squillo di tromba di vittoria e dall’altra risponderà lo squillo della disfatta.

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