venerdì, 21 Febbraio, 2020

Lettera aperta di fine estate
ai socialisti

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Parlerò sottovoce di politica, dopo aver passato giorni nei comuni colpiti dal terremoto. E lo dico fin d’ora: siamo un partito piccolo ma abbiamo a cuore la dignità delle persone. Da sempre. I fondi che raccoglieremo durante la Festa dell’Avanti li devolveremo alle popolazioni ferite dal sisma.

In estate, è risaputo, il dibattito politico anziché placarsi si aggroviglia. In agosto si è acceso sui limiti della ripresa economica ma sono stati referendum e legge elettorale a tenere banco. Con due costanti e una novità: il groviglio inestricabile in cui sono precipitati PD e centrodestra; l’aumento dei consensi alla modifica dell’Italicum. Facciamo il punto.
La linea di confine è stata tracciata sul referendum costituzionale. Ma, non ho dubbi, saranno le misure economiche e la legge di stabilità a segnare la vera frontiera. Per questo motivo, sia in una nota inviata al Presidente del Consiglio che in incontri avuti con il sottosegretario Nannicini abbiamo ribadito tre punti. Li ricordo.
1. Un PIANO CASA da 75000 alloggi di edilizia residenziale pubblica per far fronte alla pressione abitativa dovuta a lunghe liste di attesa e all’impoverimento della nostra classe media.
2. Un INVESTIMENTO STRAORDINARIO PER STUDENTI MERITEVOLI E IN CONDIZIONE DI BISOGNO. Gli iscritti universitari, soprattutto nel Mezzogiorno, sono caduti in modo preoccupante, spesso per la fragilità economica delle famiglie da cui provengono. O mettiamo un freno a questa pena o rischiamo di perdere talento e creatività. L’Italia non può permetterselo.
3. AUMENTO DELLE PENSIONI PIÙ BASSE (fino a 1000 Euro) da finanziare intanto con un maggior prelievo fiscale sul gioco d’azzardo (vale 100 miliardi!). Sul punto non c’è pieno accordo. Alcuni membri del governo ritengono il tema ‘pensioni’ secondario. Il PSI ritiene che non sia affatto marginale. Una ragione in più per difenderlo.
Naturalmente le nostre priorità non escludono il resto, né il lavoro in corso per ridurre la pressione fiscale e tantomeno le politiche per incentivare occupazione.
Una buona ed equa legge di stabilità vale più di ogni referendum.

A proposito di referendum. Conosco cosa pensa una parte di noi. C’è chi dissente nel merito e c’è chi non ama Renzi e vorrebbe utilizzare il referendum per fini politici, in nulla differente dai massimi esponenti del fronte del NO. Bisogna sapere che le proposte avanzate nel decennio precedente da D’Alema, Berlusconi, Fini e Bossi non escludevano affatto il superamento del bicameralismo paritario e, quanto ai poteri da conferire al premier, erano di manica ben più larga. Rileggersi gli atti della Commissione Bossi, della Bicamerale e della riforma del centrodestra del 2005. E non mi soffermo sulle nostre idee al centro della Conferenza di Rimini, nel 1982. Sono troppo note per essere ricordate.
Il partito ha fissato nel Congresso di Salerno la sua posizione: votiamo SI anche se alcuni punti li avremmo scritti in modo diverso ma superamento del bicameralismo paritario, revisione dei rapporti tra Stato e Regioni, referendum propositivo e limitazione alla decretazione d’urgenza appaiono convincenti; naturalmente non mettiamo alla berlina chi non la pensa come noi.
Non c’è dubbio alcuno che il risultato referendario abbia conseguenze politiche. Ha sbagliato chi ne ha fatto una sorta di giudizio divino, sbaglia chi ne sottovaluta l’esito. Gli effetti? Almeno due. Probabile crisi governativa con un bel punto interrogativo per il dopo. Non lo auguro a nessuno salvo che si tifi per Grillo. Auguri. Infine, se vince il NO temo che il processo di revisione istituzionale subisca un deciso stop. Chi potrebbe avventurarsi, dopo i fallimenti negli anni passati, su questa strada? E con quale maggioranza se chi sostiene il NO è unito solo nella negazione ma ha idee profondamente diverse sul futuro della Carta? Dico senza fraintendimenti come la penso: abbiamo una buona costituzione quanto a valori e principi ispiratori della nostra comunità ma nella complessità della globalizzazione si sta con istituzioni più snelle, più stabili, più efficaci, con un CSM non partiticizzato, con città metropolitane autorevoli, con un numero minore di enti che insistono sul territorio. È questa la ragione più convincente per rilanciare il tema dell’ASSEMBLEA COSTITUENTE, l’atto con cui deve iniziare la prossima legislatura per portare a compimento il percorso delle riforme. Se Parisi convincerà il suo partito e i suoi alleati, ai voti socialisti si sommerà un bel pacchetto di mischia.

Per parlare concretamente di modifica alla legge elettorale dovremo aspettare le decisioni della Corte, il 4 ottobre. Da gennaio giace un disegno di legge socialista perché sia la coalizione vincente a godere del premio di maggioranza. L’abbiamo scritto da soli. Le voci a sostegno erano innumerevoli ma nessuno ha firmato la modifica.
Vedo una ragione sopra le altre per superare l’Italicum, la stessa detta dal presidente Napolitano. L’Italicum nacque nella considerazione, sbagliata, che il Paese stesse avviandosi su un cammino bipolare. Ma il sistema si è rivelato stabilmente organizzato su tre poli. Il rischio, allora: al ballottaggio non solo può andare una forza politica rappresentativa di un quarto degli elettori ma quella forza può anche fare cappotto. Avremmo la stabilità ma butteremmo a mare la rappresentanza dei cittadini. Un pessimo affare cui da un anno, proprio dal palco della Festa Avanti 2015, cerchiamo di porre rimedio. Facemmo un errore a votarla? Presentammo alcuni emendamenti, in parte accettati (parità di genere, innalzamento della soglia per godere del premio di maggioranza) in parte respinti, esprimemmo il nostro si in quanto maggioranza dopo aver lottato per cambiarne alcune parti. Oggi stiamo girando l’Italia per convincere gli italiani della bontà della nostra posizione. Ci aiuta la storia. Infatti, sono almeno tre i casi di leggi elettorali pensate dalla maggioranza per vincere e rivelatesi del tutto inattendibili: la Legge Acerbo (1923) sostenuta dalla maggioranza liberale e goduta solo dai fascisti; il Mattarellum (1993/94) promosso da Martinazzoli e Segni e goduto da Berlusconi; la riforma Calderoli (2005) che consentì a Prodi il ritorno a Palazzo Chigi l’anno dopo.

La ripresa autunnale dovrà vederci alla testa di due campagne.
Questa Europa non entusiasma nessuno. È arida. Germanocentrica. Consuma i suoi lavori attorno al criterio dell’unanimità. Ma soprattutto, ed è questo il nodo, si avvale di trattati obsoleti che andrebbero profondamente rivisti. Dai primissimi anni ’90 è passato un secolo. La sfida immediata sono gli Eurobond e un Ministro del Tesoro dell’Unione. E naturalmente un radicale cambiamento del Trattato di Dublino. Le migrazioni non cesseranno e lo stato di salute di troppi paesi nordafricani richiederà tempo per consentire alla cooperazione internazionale interventi decisivi a trattenere nelle loro terre i migranti. Coltivare la nostra identità, figlia di libertà e uguaglianza, non piegarsi a un buonismo peloso che spesso rinnega i nostri valori, consentire ai profughi la conoscenza della nostra lingua e della nostra cultura, inserirli anche grazie a lavori socialmente utili a vantaggio della comunità che li ospita, chiudere le porte ai clandestini sono i cardini della nostra politica.

Ma da soli non incidiamo abbastanza. Riprendo un tema caro al congresso: a sinistra c’è posto. Non nella sinistra radicale, spazzata via dal voto grillino. C’è spazio nella formazione di una “sinistra umanitaria” che coniughi etica della responsabilità, valorizzazione dei diritti civili di terza generazione e fondazione di un welfare più equo. La sinistra dei doveri e dei diritti, insomma. Mazziniana e turatiana.
Siamo al lavoro per questo obiettivo: con il coinvolgimento di nuove forze nella vita del partito, con i comitati referendari per il SI aperti a radicali e liberaldemocratici, con la formazione di un pacchetto di mischia più forte al Senato, con la preparazione di una ‘Rimini 2’ che, a 35 anni di distanza dalla prima, coinvolga la cultura e la politica riformista sotto lo stesso tetto.
La Festa Nazionale dell’Avanti ( Roma 15/17 settembre ) sarà l’occasione per mettere a fuoco il disegno. Che va allargato agli apolidi – penso a sindaci di città importanti, a liste civiche democratiche, agli ‘arancioni’ – e alle associazioni. Non sarà camminata di palagio ma è un cammino che vale la pena intraprendere soprattutto ora che l’utopia socialdemocratica è ovunque in crisi.
Un tempo era la destra il nemico, oggi lo sono ancor più i tanti populismi che si affacciano a sinistra.
Un tempo tutto era definito con precisione: stato nazionale, abbondanza di risorse pubbliche, certezza di un lavoro fino alla pensione, stato sociale. Il mercato globale ha spazzato ogni certezza, come nel passaggio ottocentesco alla fase industriale saltarono consuetudini e sistemi secolari.
L’agenda è cambiata con il cambiamento profondo delle società: lavoro flessibile, autostrade della conoscenza (Amazon, eBay…), mercatizzazione economica, migrazioni di massa, addirittura nuovi linguaggi.
Ai socialisti europei non si richiede solo adattabilità riformista ma una sorta di ritorno alle origini. Dalla parte di chi ha di meno.

Riccardo Nencini

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