domenica, 7 Giugno, 2020

L’Europa che verrà (se verrà…)

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Facciamo due conti. L’Europa non ha saputo darsi una strategia comune a fronte dell’infezione del coronavirus. Sono emerse pericolose cecità unite a un ritrovato e maldestro spirito nazionalista. Si é guardato all’esplosione dell’infezione in Italia con un certo distacco, se non con indifferenza. Passi per il Regno unito che si sente orgoglioso del suo autoisolamento e che ha consentito fino a pochi giorni orsono partite di Coppa in stadi stracolmi, per poi accorgersi del suo diretto coinvolgimento e lanciare la folle strategia di Johnson sulla immunità di gregge. Ma che dire della Francia e delle recenti accuse dell’ex ministro della sanità, l’ematologa Buzyn, che aveva avvertito già l’11 gennaio il presidente Macron dell’arrivo di uno tsunami. Che senso ha sospendere il secondo turno delle elezioni municipali dopo aver svolto il primo proprio due giorni fa? Anche Germania e Spagna, le due nazioni più colpite dopo l’Italia, si sono mosse con molti ritardi senza chiudere per tempo le scuole, sospendere gli eventi sportivi, tutte le manifestazioni con pubblico, chiudere i cinema e i teatri. Ma perché questo colpevole ritardo, frutto di una sottovalutazione e di una grave negligenza, visto che l’Italia era da settimane in una situazione critica? Personalmente penso che la causa di tutto sia proprio da individuare in una mancanza di visione europea dei problemi, nell’ambito di una globalizzazione che non può essere solo economica. Un virus che si diffondeva in Cina quarant’anni fa, col comunismo di Mao e della sua famiglia al potere, coi suoi solidi e invalicabili confini, non faceva paura all’Europa e all’Occidente. Nasceva, si diffondeva e moriva lì. Oggi il mondo é unito. Globale, non sono solo nei mercati, ma anche nel comportamento delle persone che si trasferiscono continuamente per motivi di lavoro, con rapporti sempre più stretti tra le produzioni e le commercializzazioni dei prodotti. Era evidente che quello che si era verificato in Cina sarebbe arrivato anche in Europa, così come era altrettanto evidente che quel che si stava verificando in Italia avrebbe coinvolto l’Europa tutta. Solo gli stolti e i superficiali potevano prevedere l’opposto. Perfino il capo della più grande potenza mondiale, Trump, ha negato fino a un paio di giorni fa la virulenza della malattia per poi accorgersene e tentare di porvi rimedio. Che questo dipenda dal basso livello qualitativo della classi dirigenti é verosimile. Un leader che sostiene una cosa al lunedì e un’altra il giorno dopo tale non é. Un leader deve avere la capacità di prevedere e anche di prevenire. Anche l’Italia ha tentennato, poi ha agito, sulla spinta dei governatori del Nord, i territori più colpiti. Credo che in generale ancora le classi dirigenti non siano consapevoli della globalizzazione anche delle malattie e che quelle europee ancora non siano ben consce del filo che unisce tutti i territori del vecchio continente. Per questo, anche in questo caso, é mancata una strategia comune. La Bce con la Lagarde cincinschia, mentre servirebbe non diminuire, ma raddoppiare o triplicare il Qe draghiano, la Van der Leyen, mette a disposizione per tutta l’Europa una cifra di 25 miliardi che è pari a quella che la sola Italia ha stanziato per sé. Schengen é ormai superata e ogni paese chiude le sue frontiere mentre tutti i vincoli del 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil vengono sfondati dai singoli paesi e con essi quello stupido patto di solidarietà che equiparava spese correnti e investimenti. Dunque? Adesso cosa resta dell’Europa? Diciamo più precisamente che cosa resta di un’Europa monetaria che abbiamo voluto costruire ponendole alla sua base i vincoli, l’abbattimento delle frontiere per le persone e le merci, il rigore richiesto, una moneta unica? Salterà tutto col virus, che finirà per infettare il fragile meccanismo costruito? E’ questo che si augurano i sovranisti, i migliori alleati del virus, come la Meloni che sogna un’Italia barricata in casa a produrre e a consumare solo i suoi prodotti, dimenticando che se ogni paese europeo facesse altrettanto a rimetterci sarebbe proprio l’Italia. Oppure il dopo virus sarà l’occasione per disegnare un’altra Europa dopo il sostanziale fallimento di quella precedente. Un’Europa col pensiero alle sue origini, quella vagheggiata da Rossi, Colorni e Spinelli, l’Europa dei popoli, anzi del popolo europeo, gli stati uniti d’Europa, un’Europa nazione federale con un governo e ministri almeno nei settori chiave, come Interni, Esteri, Economia, Sanità. So bene che di questo si discute da troppo tempo. Ma il dopo virus non sarà una stagione come le altre. Sarà una sorta di dopoguerra, dove, oltre alla contabilità dei caduti, si dovrà ripartire costruendo il futuro per chi al virus ha saputo resistere. Sapendo che tutto sarà diverso da com’era prima.

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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

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