martedì, 19 Novembre, 2019

L’Europa dopo tre decenni dalla caduta del Comunismo

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Era la sera del 9 novembre 1989 quando cadde il Muro che divideva la città di Berlino in due parti, quella ad est sotto influenza sovietica e quella libera dell’ovest, ponendo così le basi per la caduta del sistema comunista. Ancora oggi dopo tre decenni dalla caduta del Comunismo, le popolazioni dell’ex blocco sovietico sono rammaricate e insoddisfatte per la loro situazione sociale ed economica al pari delle popolazioni occidentali, accendendo ancora di più la disputa sul futuro dei partiti, sulla crisi della democrazia e delle ideologie politiche in generale. Una parte cospicua dei cittadini dell’Europa Centrale e orientale riconosce l’UE ma ritiene che Bruxelles sia distante dai cittadini europei, esprimendo serie preoccupazioni su problemi i come la disuguaglianza e la rappresentanza sociale e, in chiave nostalgica, sul funzionamento dei sistemi politici dei propri paesi.
Il passaggio ad una democrazia multipartitica e ad un’economia di mercato, a seguito della caduta del Comunismo, si è rivelato per alcuni cittadini europei un fattore positivo e favorevole, per altri, in particolare bulgari e ucraini, un fattore meno evidente e concreto. I diversi livelli di entusiasmo, possono certamente riferirsi alla percezione del progresso civile e sociale avvenuto nel corso di questo trentennio.

Oggi, nel periodo post-comunista, dando uno sguardo all’Europa, emerge che la maggior parte dei cittadini della Polonia, della Lituania e della Repubblica Ceca afferma che la propria situazione economica è migliore rispetto a quella passata, ovvero, a quella risalente al periodo Comunista; in altri paesi invece come la Russia, l’Ucraina e la Bulgaria più della metà dei cittadini afferma che la situazione nel proprio paese è peggiorata. In particolare, si avverte una crisi dei valori non solo sociali ed etici ma soprattutto liberali e democratici, unitamente ad un processo di trasformazione delle forme della politica che portano ad una concreta sfiducia nei partiti e ad una crisi del ruolo di centralità acquisito nel secolo scorso. Crisi dei valori che si esprime anche in ambito sociale e umano su aspetti importantissimi per una società civile, quali quelli relativi al tenore di vita, all’istruzione, all’ordine
pubblico, all’assistenza sanitaria e soprattutto alla famiglia.
Dalle divergenti opinioni sui progressi compiuti dai propri paesi, nasce l’esigenza di chiedersi cosa ci si dovrà aspettare dal futuro e come si potrà strutturare il conflitto politico, salvaguardando le democrazie. In tali interrogativi emergono posizioni pessimistiche sul funzionamento del sistema politico e su specifiche questioni come il lavoro e la disuguaglianza.

Vi è però un dato sicuro di ampio consenso e cioè che sono state le élite rispetto ai ceti medi le uniche classi ad averci guadagnato dai cambiamenti degli ultimi trent’anni.
In Europa gli approcci e i diversi comportamenti su alcuni argomenti riflettono chiaramente la
differenza tra est ed ovest. E’ il caso di alcune questioni sociali come il ruolo delle donne e
l’omosessualità. Gli europei occidentali esprimono atteggiamenti molto più progressivi. Ad esempio in Spagna l’89% dei cittadini afferma che l’omosessualità dovrebbe essere accettata dalla società, cosi come in Svezia il 94% della popolazione, in Francia l’86% e in Germania l’86%. In Italia solo il 75% della popolazione concorda con i cugini occidentali. Mentre per i paesi dell’Europa orientale le percentuali sono molto più basse Ungheria il 49%, Bulgaria 32%, Ucraina 14%, Lituania 28% e Russia 14%.
Divergenze emergono anche sul futuro economico dei propri paesi. In generale i paesi dell’ex blocco sovietico (in particolare gli ucraini, i polacchi e i lituani) pensano positivamente con riferimento alle future generazioni. Essi sono dell’idea che i loro bambini, nel prossimo futuro, vivranno meglio qualitativamente e, finanziariamente, saranno più benestanti dei loro genitori. Meno ottimisti sulle prospettive economiche per le prossime generazioni sono i greci con il 26%, gli spagnoli con il 25%, gli italiani con il 23%, gli inglesi con il 22% e francesi con il 16%. Nel contesto economico, significativa è la divisione tra i paesi del nord Europa più soddisfatti e ottimisti e quelli del sud Europa più infelici e pessimisti. Quest’ultimi ritengono che il sud non abbia ancora recuperato la crisi economica di un decennio fa. Russia ed Ucraina sono meno inclini a favorire i passaggi alla democrazia e al capitalismo e sono meno soddisfatti della qualità della propria vita.

In generale, i cittadini degli Stati membri dell’EU sostengono il progetto europeo, ritenendolo valido, e ritengono altresì che l’inclusione transnazionale abbia avuto effetti positivi e favorevoli all’economia del proprio paese, anche se lamentano l’assenza di un supporto universale alle Istituzioni. Nel quadro politico, i partiti o comunque i gruppi politici vengono imputati della crisi della rappresentanza politica perché colpevoli di dividere il popolo, di non perseguire gli interessi di quest’ultimi, di non avere la questione morale al primo punto di una agenda programmatica, di curare interessi parziali e soprattutto di non investire più nella formazione di una cultura politica. Infatti, uno dei principali fattori che incidono nell’insoddisfazione del funzionamento della democrazia è la frustrazione verso la classe politica, spesso vista distante e slegata dai reali problemi del cittadino.
In particolare, i populisti di destra sono più diffidenti nei confronti dell’UE e delle minoranze, perché ritengono che l’integrazione economica europea si stata negativa per i loro paesi.

Nel quadro europeo è sempre più comune, infatti, il pensiero che i rappresentanti eletti non si interessino dei problemi sociali, che non rispondano più ai principi di identificazione e di
appartenenza a certe ideologie, prospettiva questa molto condivisa dalla popolazione russa, ucraina e addirittura da quella americana oltre oceano. Di fatto si evidenzia come progressivamente le rappresentanze politiche si siano allontanate dalla società per avvicinarsi alle istituzioni ed allo Stato, assumendo la forma di oligarchie autoreferenziali e perdendo quella funzione principale che le vedeva come depositarie della fiducia popolare.
Molti cittadini europei tendono a descrivere l’istituzione europea come inefficiente, invadente e non calibrata con le esigenze dello stato sociale. Molti europei infatti sostengono e supportano i valori democratici ma sono scettici su come la democrazia viene esercitata ed opera.

Lo scetticismo è altresì presente per la consapevolezza che dal punto di vista sociologico i partiti non svolgono più una funzione identificante in grado di definire e strutturare le democrazie, di solidificare i legami di solidarietà sociale, di integrare le masse sociali.
Ancora, le maggioranze considerano il sistema giudiziario come equo e liberale e concordano
sull’importanza dell’uguaglianza di genere ma sono meno entusiasti sul sostegno alla libertà religiosa e sull’opportunità di consentire ai gruppi della società civile di operare liberamente.
In genere gli europei occidentali sono più inclini alle istituzioni e ai diritti democratici rispetto a quelli dell’Europa centrale e orientale, infatti la democrazia rappresentativa è ampiamente condivisa dagli occidentali mentre in molte nazioni dell’est Europa la popolazione è aperta anche a forme di governo non democratiche.

Questa dicotomia rappresenta lo scenario odierno dell’Europa contemporanea, caratterizzata dal fenomeno politico del populismo, capace di influenzare profondamente la competizione elettorale, la comunicazione politica ed il funzionamento concreto dei regimi politici. Un fenomeno di cruciale importanza che evoca la visione manichea della realtà politica e sociale caratterizzata dalla contrapposizione tra il popolo e l’élites ed il tentativo di quest’ultime di svuotare il principio della sovranità popolare. I populisti non appoggiano le istituzioni liberal-rappresentative, rifiutano i partiti politici tradizionali e condannano non solo la classe politica nazionale ma spesso le élites sovrannazionali con l’UE.
Esemplificativa è la panoramica che mostra come alcune popolazioni europee vedono l’attuale stato democratico nel loro paese, caratterizzato dal mutamento delle basi sociali della democrazia connesse con le trasformazioni economiche delle società post-industriali e con il trasformismo della cultura e dei valori. Si tratta di processo di delegittimazione delle appartenenze collettive fondate sulla socializzazione ed alla personalizzazione della politica e della leadership che polarizzano la fiducia verso nuove figure imprenditoriali della politica.
In Svezia, Olanda, Polonia e Germania il 65% o più sono soddisfatti del modo in cui funziona la democrazia, mentre in Grecia, Bulgaria, Regno Unito, Italia e Spagna due terzi o più sono
insoddisfatti.

Come detto il senso di frustrazione per la classe politica e le istituzioni è rappresentato dalle scarse valutazioni che la popolazione europea nutre per i partiti politici. Infatti, in questi ultimi anni si é assistito all’ascesa dei partiti politici populisti e sovranisti, nonché di movimenti che hanno messo in dubbio nell’intera Europa il valore dell’integrazione europea, fino ad arrivare al Regno Unito che è sul punto di lasciare l’UE. La frammentazione sociale, le nuove sfide della globalizzazione, i percorsi individuali di formazione dell’identità politica, inficiano in particolar modo i referenti sociali aprendo la porta a nuovi processi di polarizzazione. Di fatto, il rischio è quello di votare ad un futuro ove non sarà possibile identificarsi con un progetto sociale e dove sarà legittimato la diseguale distribuzione
dei poteri.
Statisticamente i Paesi più propensi e vicini alle istituzioni europee sono la Polonia, la Lituania, nazioni che hanno aderito allo spirito europeo nel 2004, nonché la Bulgaria che ha aderito nel 2007. Dal punto di vista economico, i cittadini europei risultano in genere abbastanza incerti sugli effetti positivi che l’adesione all’UE ha provocato sull’economia del proprio paese, alcuni ritengono che l’integrazione economica abbia rafforzato il loro paese in altri lo scetticismo permane. In Francia, Grecia, Bulgaria e Italia gli effetti positivi dell’integrazione sono spesso condivisi e le preoccupazioni economiche sono leggermente diminuite. Infatti la soddisfazione della vita è aumentata in modo significativo negli ultimi tre decenni, fattore questo molto sentito dai cittadini delle ex nazioni sovietiche che hanno vissuto a pieno la transizione verso la democrazia ed il capitalismo.
I miglioramenti tuttavia non si fermano all’ex blocco orientale, anche nazioni come la Spagna e la Francia dichiarano di aver affrontato e sperimentato sfide economiche con cui si sono misurati nel corso del tempo, riuscendo successivamente a migliorare e progredire lo stile di vita.

L’UE di fatto rappresenta per alcuni un’unica e storica opportunità di integrazione, dove è possibile garantire ed estendere stabilità e prosperità. E’ opinione comune che il sistema europeo ha permesso in alcuni casi di diffondere maggiore sicurezza in tutto il continente, creando un mercato interno ove i cittadini posso circolare liberamente, accelerando lo sviluppo economico ed attivando nuove politiche di protezione dell’ambiente, lotta al crimine e all’immigrazione clandestina. Meno ottimismo lo si intravede sul futuro del lavoro e sulla necessità di ridurre le disuguaglianze economiche.

Sebbene gli europei tendono a riconoscere una certa priorità nel desiderare la parità di genere, risulta che in molti paesi le donne continuano ancora a lottare per avere gli stessi diritti degli uomini. Infatti in alcuni stati come la Slovacchia, l’Italia, la Bulgaria, la Lituania, Russia e Ungheria gli approcci ai ruoli di generi ed al matrimonio sono cambiati, nel senso di favorire una famiglia in cui marito e moglie lavorano per sostenere la famiglia. Per quanto riguarda la parità di genere, è quanto meno opportuno rappresentare alcune discrasie sulle pari condizioni di lavoro e l’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata presenti in alcune realtà europee che, a dispetto del principio delle pari opportunità, sostengono la supremazia del lavoro maschile, riconoscendo più diritto al lavoro agli uomini rispetto alle donne.

Si tratta vero di una minoranza che esprime tale opinione laddove i tassi di occupazione sono
veramente bassi. Ad esempio in Slovacchia la maggioranza della popolazione pensa che l’uomo dovrebbe avere un trattamento preferenziale nel caso di precarietà lavorativa, nel senso che dovrebbero avere, rispetto alla donna, più diritto al lavoro nelle fasi di difficoltà e criticità economica; idea condivisa da 4 persone su dieci sia in Italia, che Polonia che in Ucraina, Russia e Grecia. Tuttavia, la lotta per i diritti delle donne e la loro tutela sono ancora necessarie. Anche se le donne in Europa dovrebbero godere di uguaglianza, emancipazione e sicurezza, per troppe donne questi diritti non sono ancora una realtà. Le statistiche mostrano che le donne sono sottorappresentate nelle posizioni decisionali in ambito politico e nel mondo imprenditoriale e guadagnano ancora in media il 16 % in meno rispetto agli uomini in tutta l’UE. La violenza e le molestie di genere rimangono diffuse. Si discosta da questo trend la Svezia, che risulta il paese più egualitario nell’ambito dell’UE ove solo il 7% della popolazione concorda su questa forma seppur velata di discriminazione.

E’ chiaro che questa situazione è maggiormente sentita in quei paesi dove il reddito pro-capite è inferiore alla media nazionale. In Italia per esempio il 48% degli italiani con reddito inferiore alla media sono concordi sul suddetto trattamento preferenziale. L’obiettivo dell’UE è di consentire alle donne di ottenere le stesse opportunità degli uomini anche nel senso di raggiungere un migliore equilibrio tra il lavoro e gli altri ambiti della propria vita. E’ chiaro che in questo contesto gioca un ruolo chiave anche il grado di istruzione, infatti le differenze più evidenti sulle tematiche educative si riscontrano proprio in quelle realtà regionali dove il livello di istruzione è basso.

Per finire, diamo uno sguardo alla panoramica politica dei Paesi dell’UE. Sono pochi in Europa che esprimono opinioni positive sui partiti politici. Il dato significativo che emerge, lo ricordiamo, riguarda senza dubbio le recensioni positive nei confronti dei partiti populisti, indipendentemente dal fatto che questi facciano parte o meno della compagine governativa.
All’interno dei singoli paesi le diversità di opinioni sull’UE hanno come discriminante i fattori
ideologici e quelli demografici, nella considerazione che a fianco ai processi sociali anche le forme della politica e delle istituzioni si modificano in maniera progressiva.

I sentimenti anti-sistema che alimentano i recenti movimenti populisti in Europa, soprattutto quella occidentale, possono essere individuati a sinistra, al centro e a destra dello spettro ideologico. Coloro che hanno idee populiste sono preoccupati dell’economia e dell’impatto del fenomeno emigrazione sulla società, evidenziando una certa insoddisfazione nelle istituzioni. E’ chiaro che la popolazione tende a preferire i partiti che riflettono il proprio orientamento ideologico. Di fatto le differenze ideologiche assumo maggiore rilevanza nel momento in cui i cittadini osservano il ruolo del proprio Governo nell’economia, nel riconoscere e promuovere l’equità sociale e i diritti democratici, nell’esame dell’impatto dell’immigrazione sulla società.

Questo è il contesto dove si assiste ad un decadimento della qualità della democrazia e al tentativo di opporsi all’establishment basato sulla protesta e sul sovranismo di destra.
Nell’ambito delle ideologie politiche i cittadini con idee populiste condividono un profondo
malessere nei confronti dell’istituzioni, inclusi i parlamentari nazionali, i media e le banche. Tuttavia, sebbene i populisti sostengono di più i partiti populisti rispetto alle principali correnti politiche, essi non hanno ancora abbandonato i partiti tradizionali.
Dunque i giovani e coloro che hanno un orientamento politico di sinistra si mostrano più positivi e più inclini alle istituzioni europee, a differenza di coloro che sono sostenitori dei partirti populisti di destra. In una prospettiva più ampia è possibile evidenziare che i giudizi sul modo in cui la UE sta gestendo i problemi sociali ed economici fino ad arrivare a quello dei rifugiati sono poco entusiastici.

Tuttavia la valutazione cambia considerevolmente da paese a paese, ove una buona parte degli europei non nascondono di vedere alcuni aspetti positivi nel sistema europeo in termini di prosperità, di promozione della pace come nel caso di Svezia, Germania e Polonia, dei valori democratici come nel caso della Francia e della Germania.
Le eccezioni riguardano Italia e Grecia, due paesi che hanno sofferto durante la crisi del debito europeo. Nel contempo, una parte della popolazione europea ritiene che l’UE sia inefficiente ed invadente dal punto di vista delle violazioni della sovranità. E’ chiaro pertanto che, per ottimizzare vantaggi e benefici dell’adesione all’UE, stanti le difficoltà di integrazione culturale e socioeconomica, devono essere rispettate le condizioni per un efficace supporto ed allargamento del progetto europeo. I diritti umani, la democrazia e il principio dello stato di diritto sono quindi valori fondamentali dell’Unione europea.
Infatti le asimmetrie e gli squilibri, così come l’instabilità finanziaria possono arrecare notevoli
problemi e perciò meritano un’adeguata attenzione. L’UE trae la propria legittimità dai valori democratici che essa promuove e dagli obiettivi che persegue. La necessità di una semplificazione amministrativa è accompagnata da una maggior trasparenza burocratica ed efficienza della istituzioni nei confronti del cittadino. La difficoltà di gestione dei fenomeni socio-politici, ha messo in luce una crisi dei partiti tradizionali e del primato della politica nel panorama pubblico. Ciò è riscontrabile nel diverso ruolo assunto oggi dalla democrazia, intesa come mera procedura che disciplina l’antagonismo politico e il funzionamento delle istituzioni, perdendo di fatto il significato di progetto politico e di organizzazione dei poteri
popolari, in un contesto ove le stesse ideologie non sono più viste come fattori di identificazione di una comunità di persone.

Il populismo appare come un’entità oscura che per sopravvivere ha bisogno che le crisi sociali siano o diventino strutturali in un panorama politico e ideologico caratterizzato da profonda instabilità e debolezza della politica ove i partiti politici non esercitano più un ruolo determinante nella vita politica e sociale del paese. La democrazia e i partiti sono realtà dinamiche in continua evoluzione, la cui funzione rimane quella di calarsi nei nuovi scenari sociali e culturali, nazionali e sovranazionali, colmando quel vuoto in cui prospera il germe della post-democrazia populista.

Non appare risolutivo porre i riflettori sui modelli di partito ormai consegnati alla storia, ma è
necessario acquisire quella consapevolezza che senza partiti politici la qualità della democrazia
subisce un’involuzione verso regimi politici in cui ad una iper-politicizzazione del popolo si affianca
una de-politicizzazione della democrazia.

Lidia Catena

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