martedì, 22 Ottobre, 2019

L’Europa e la guerra

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Agli inizi del secolo, le Torri gemelle. Oggi l’attacco a Charlie Hebdo. La stessa guerra? Certamente sì agli occhi di chi l’aveva promossa: il sunnismo totalitario e stragista. Probabilmente no nell’ottica di chi l’ha subìta e nella qualità delle rispettive risposte.

Gli Stati uniti, e in particolare l’amministrazione Bush, videro subito l’azione di al Qaeda come un attacco specifico nei loro confronti; reagendo di conseguenza. Con successo sul fronte interno; disastrosamente su quello internazionale.

In casa, la partita, tutta giocata sui temi della sicurezza ( e con un prezzo non piccolo in termini di difesa della privacy e dei diritti civili), era per la verità vinta in partenza: perché il “melting pot” americano – già violento di suo – non poteva essere destabilizzato da un episodio, anche clamoroso, di violenza esterna; e soprattutto perché esso combinava un diffuso multiculturalismo con l’adesione generale ai valori fondanti dell’”americanismo”( insieme “way of life” e bandiera a stelle e strisce).

All’esterno, invece (stiamo ragionando a spanne), si è sbagliato proprio tutto. In primo luogo perché si è voluto procedere da soli, sino a rimandare al mittente ogni possibile proposta di alleanza/convergenza; in secondo luogo, perché si è ritenuto di poter vincere guerre, per loro natura asimmetriche, senza alcun progetto politico per il dopo; e,infine, perché si sono colpiti i nemici sbagliati ricorrendo ad alleati ancora più sbagliati.

Così, con azione unilaterale, è stato distrutto il regime iracheno, pessimo, certo, ma altrettanto certamente nemico di al Qaeda; mentre si considerano amici paesi in prima fila nel sostenere, a livello mediorientale e mondiale, il fondamentalismo, anche nelle sue varianti più sanguinarie: leggi Pakistan e, soprattutto, Arabia Saudita.

Ciò ci riconduce direttamente al massacro di Charlie Hebdo; all’interpretazione che ne ha dato l’Europa; e alle risposte, necessariamente diverse, che essa dovrà mettere in campo.

Della questione specifica non è il caso di parlare: perché ha già detto tutto Voltaire (o chi per lui…); “non condivido nulla di quello che dici; ma mi batterò sino in fondo perché tu possa dirlo”. Una proposizione che riassume l’essenza della civiltà occidentale; e non c’è altro da aggiungere.

Ora è proprio a questa civiltà che le Isis di tutto il mondo muovono guerra. Per punirci non solo per quello che facciamo ma per quello che siamo. Ed è una guerra, nella loro ottica, di lunga durata e con ampie risorse per condurla.

I Kouachi e i Coulibaly sono dei delinquenti da quattro soldi: ma hanno a loro disposizione armi, soldi in misura pressoché illimitata e uno stato; per tacere di un bacino di reclutamento limitato in termini relativi ( meno del 5% del miliardo- miliardo e mezzo dei musulmani) ma impressionante in termini assoluti. Tanto più perché questo bacino è alimentato sia da estese reti religiose e associazionistiche promosse dal fondamentalismo saudita; sia, e soprattutto dal fatto che, nel suo insieme, l’Islam- e soprattutto quello che sta alle nostre porte- si è misurato con la democrazia senza avere prima conosciuto la libertà e la tolleranza.

Quello che si vuole – quello che si può raggiungere – è lo scontro di civiltà. Uno stravolgimento ottuso e feroce del multiculturalismo, alimentato da continui conflitti, anche se a bassa intensità, tali sottoporre le nostre società ad una tensione insostenibile. Sino alla paralisi; accompagnata da quella dello stato.

Le èlites europee sono ben coscienti di questo pericolo. E della necessità di contrastarlo. E non solo, come negli Usa, sul piano dell’intelligence e della sicurezza; ma anche, e soprattutto, con una strategia politico-culturale che coinvolga sino in fondo il mondo islamico.

In questo senso, l’immedesimazione con Charlie hebdo e una richiesta di solidarietà, non tanto alla Francia quanto ai principi che rappresenta ( richiesta che, per inciso, ha avuto larga eco nel mondo arabo-islamico sino ad essere recepita da Hamas e da Hezbollah) sono due facce della stessa medaglia.

Il valore di questa solidarietà si misurerà, nel tempo, nelle comunità musulmane europee; ma va verificato subito, sul terreno, nell’area mediorientale.

Qui siamo allo zero carbonella. Vediamo, sui nostri teleschermi, edifici in rovina, combattenti peshmerga, ostaggi in procinto di essere decapitati. Non si vede e non si sa altro perché non c’è altro. Perché la grande coalizione partorita da Washington non esiste.

Perché esista non basta inviare qualche bombardiere in più. Occorre reimpostarla radicalmente: assicurandosi il concorso decisivo del mondo sciita; appoggiando il dialogo interreligioso; interessando ad un progetto politico generale forze esterne, come la Turchia, l’Iran, la Russia; rendendosi conto che la sconfitta definitiva del califfato o sarà opera dei musulmani stessi o non sarà. Tutte cose che, differenza degli americani, l’Europa ( e in particolare, l’Italia) hanno perfettamente capito. Avviare, allora, da subito questi processi è per noi un’esigenza vitale.

Alberto Benzoni 

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