sabato, 5 Dicembre, 2020

L’EUROPA NON DECIDE

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Senza grandi sorprese e senza decisioni (non sono previste neanche conclusioni scritte) la discussione in videoconferenza che i capi di Stato e di governo dei Ventisette hanno fatto stamattina, con inizio alle 10, sul pacchetto da 1.850 miliardi di euro che combina il Piano di rilancio post Covid-19, ‘Next Generation EU’ da 750 miliardi di euro, ed il nuovo Quadro di finanziario pluriennale (Qfp), ovvero il bilancio comunitario 2021-2027, da 1.100 miliardi.
E’ stata un’altra tappa, nel cammino verso un difficile accordo all’unanimità, possibilmente entro luglio, ma è una tappa importante. Per la prima volta, da quando la Commissione ha presentato il suo pacchetto, il 27 maggio, i leader dell’Ue avranno una discussione collettiva, uno scambio politico, in cui ognuno di loro potrà presentare le posizioni del proprio paese, con le richieste, le critiche o il sostegno al ‘Recovery Plan’.

Il negoziato vero partirà dalla settimana prossima, quando verosimilmente il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, tenendo conto della discussione della videoconferenza di oggi, presenterà un pacchetto di proposte e degli orientamenti riguardo al processo da seguire ed alla tempistica. In particolare alla data del vertice Ue di luglio, che si svolgerà questa volta con la presenza fisica dei leader. L’esperienza ha mostrato che è molto più difficile arrivare a un compromesso, ottenere l’impegno politico dei capi di Stato e di governo, senza una trattativa faccia a faccia. Ed è anche possibile che ci sia bisogno non di uno, ma di due vertici a luglio con Angela Merkel alla guida del Consiglio europeo.
Di certo c’è una volontà generale di arrivare all’accordo prima dell’estate, non solo per i tempi strettissimi necessari perché il Piano di rilancio sia efficace, ma anche per evitare di complicare ulteriormente le cose a settembre, quando ci sarà un’altra questione prioritaria da risolvere di fronte a una scadenza vicinissima: il negoziato, ancora in alto mare, sulle relazioni future fra l’Ue e il Regno Unito dopo la Brexit, che andrebbe risolto entro novembre.
Molto importante, alla videoconferenza dei leader, è stato l’intervento con il quale la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha spiegato la logica soggiacente al pacchetto: l’analisi dei bisogni economici, del ‘gap’ di investimenti, dei danni che la pandemia e il lockdown hanno provocato alle diverse economie degli Stati membri; danni che vanno riparati in fretta, nell’interesse di tutti, per evitare che portino a una frammentazione del mercato unico.
In questa logica, l’obiettivo principale del Piano di rilancio, sostenendo i paesi più colpiti, è quello di preservare il mercato unico di cui profittano tutti gli Stati membri, visto l’alto grado di integrazione fra le diverse economie nazionali, sembrerebbe accettata ormai anche dai quattro paesi cosiddetti ‘frugali’ (Svezia, Danimarca, Austria e soprattutto Olanda), come dicono essi stessi nella lettera che i loro leader hanno scritto l’altro giorno al ‘Financial Times’. Questo sarebbe un grande passo avanti verso un possibile compromesso. Da Bruxelles qualcuno ha sostenuto recentemente: “Non si tratta di vedere chi dà e chi prende, ma di avere una logica comune, con investimenti in comune per rafforzare la nostra economia comune”.
Un altro dato acquisito, che rende più facile la ricerca del compromesso, è che, dopo la Germania, ormai anche l’Olanda, il paese rigorista più irriducibile, ha visto una evoluzione delle dottrine economiche dominanti, per cui è chiaro ormai a tutti che non si devono ripetere gli errori fatti durante la scorsa crisi finanziaria, poi diventata crisi dell’Eurozona a partire dal 2010, con le politiche di austerità, che dovevano ridurre e invece hanno aumentato le divergenze fra gli Stati membri e lo stesso debito pubblico dei paesi a cui sono state imposte.
Oltre a questi due elementi di contesto favorevoli, ci sono alcuni punti del pacchetto rilancio/bilancio su cui, secondo quanto ha confermato Michel nella sua lettera d’invito ai capi di Stato e di governo, sta già emergendo un consenso. Innanzitutto sul fatto che l’Ue ha bisogno di una risposta eccezionale a questa crisi senza precedenti, commisurata all’entità della sfida. Poi sulla cosiddetta ‘architettura’ del Piano, cioè sul fatto che la risposta dovrà essere finanziata mediante prestiti della Commissione sui mercati finanziari, e che, per consentire ciò, si dovrà aumentare il massimale delle risorse proprie, ovvero il tetto degli impegni di spesa nel Qfp 2021-2027.
Il terzo punto di consenso riguarda il riconoscimento che gli sforzi dovranno essere rivolti ai settori e alle aree geografiche più colpite in Europa; il quarto è l’approccio combinato bilancio-Piano di rilancio, con il prossimo Qfp che dovrebbe essere adeguato al dimensionamento della crisi; infine, il quinto terreno di intesa è l’accettazione del principio per cui il pacchetto complessivo non dovrebbe solo affrontare la crisi immediata, ma rappresenta anche una opportunità di trasformare e riformare le nostre economie e aiutarle a prepararsi per il futuro con la transizione verde e digitale.
Gli elementi su cui ci sono ancora divergenze, o che richiedono ulteriori chiarimenti, sono invece: 1) l’ammontare dei finanziamenti e la durata dei vari elementi del Piano di rilancio; 2) la chiave di ripartizione dei fondi e in che misura debbano essere divisi fra prestiti e sovvenzioni; 3) le questioni relative alla ‘condizionalità’, ovvero le condizioni che gli Stati membri dovranno rispettare per poter usare i finanziamenti, e la ‘governance’, cioè la gestione e approvazione dei piani di spesa che i paesi beneficiari presenteranno alla Commissione; 4) le dimensioni e il contenuto del Qfp e dei relativi finanziamenti, comprese le due questioni importantissime delle nuove ‘risorse proprie’ e dei ‘rebate’.
Le nuove risorse proprie, che saranno proposte più tardi dalla Commissione, sono imposizioni comunitarie con gettito diretto nelle casse Ue, come la tassa sulla plastica monouso, i diritti sulle quote di CO2 nella ‘borsa delle emissioni’ Ets, i dazi relativi alla futura ‘carbon tax’ alle frontiere, una eventuale ‘tassa digitale’ e una altrettanto eventuale imposizione minima delle multinazionali. Se verranno introdotte nei prossimi anni, queste nuove risorse permetteranno poi di ripagare il debito da 500 miliardi di euro emesso dalla Commissione per finanziare le sovvenzioni del Fondo di rilancio (‘Recovery and Resilience Facility), senza dover aumentare le attuali contribuzioni nazionali al bilancio comunitario, proporzionali al Pil pro capite.
I ‘rebate’ sono gli sconti compensativi sulle contribuzioni nazionali al bilancio che sono stati concessi in passato, prima al Regno Unito negli anni ’80, e più tardi a diversi ‘contributori netti’, in pratica i paesi ‘frugali’ più la Germania. La permanenza, almeno per i prossimi sette anni, di questi ‘rebate’ residui, che logicamente non dovrebbero essere mantenuti dopo la Brexit, potrebbe rappresentare una concessione importante proprio per i paesi ‘frugali’, più riluttanti ad accettare il pacchetto della Commissione, che vorrebbero fosse composto solo di prestiti agevolati, e non di sovvenzioni.
I ‘Frugal Four’, inoltre, in questo caso insieme ad altri paesi (come Belgio e Irlanda), criticano la distribuzione dei fondi Ue del Piano di rilancio, che privilegia in particolare Italia, Spagna e Grecia, perché fra i parametri presi in considerazione c’è l’alto tasso di disoccupazione negli ultimi cinque anni, considerato come un fattore di debolezza strutturale e di bassa resilienza che potrebbe impedire una rapida ripresa dopo la crisi del Covid-19. Gli olandesi, in particolare, considerano che questo contraddice la logica del ‘Recovery Plan’, che secondo loro dovrebbe riparare solo i danni provocati dalla pandemia e non i problemi strutturali preesistenti.
La videoconferenza è iniziata con il tradizionale intervento del presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, che ha portato le posizioni già note dell’Assemblea, in cui una forte maggioranza (505 dei 705 membri) un mese fa si era espressa con una risoluzione a favore di un piano molto ambizioso, da 2.000 miliardi di euro. Ieri, con una lettera ai capi di Stato e di governo, i presidenti dei cinque gruppi ‘europeisti’ (PPe, S&D, Renew, Verdi e Gue) hanno sostenuto il Piano della Commissione, esprimendo la loro opposizione a ‘qualunque riduzione’ dei fondi previsti, ed il loro forte appoggio alla soluzione delle nuove risorse proprie per pagare il rimborso del debito da 500 miliardi che la Commissione emetterà sui mercati per finanziare la ‘Recovery and Resilience Facility’. Il denaro, affermano i presidenti dei cinque gruppi politici, deve essere trovato ‘nelle tasche dei colossi della tecnologia (‘big tech’ ), dei grandi inquinatori, e degli evasori fiscali’.
Dopo Sassoli e von der Leyen, ha parlato anche la presidente della Bce Christine Lagarde.
Tra gli argomenti discussi anche la situazione dei negoziati sulla Brexit, i risultati della presidenza semestrale di turno croata del Consiglio Ue, e il consueto rapporto franco-tedesco sull’attuazione degli accordi di Minsk per il cessate il fuoco nelle regioni secessioniste appoggiate dalla Russia in Ucraina, che è alla base del rinnovo delle sanzioni economiche Ue contro Mosca.
Il primo ministro del Lussemburgo, Xavier Bettel, intervistato da France24, ha affermato: “Tutti i Paesi europei devono essere pronti a fare uno sforzo di solidarietà per aiutare chi è stato duramente colpito dalla crisi provocata dalla pandemia di Covid-19, ma quelli che chiedono solidarietà devono anche essere pronti al fatto che ci siano delle regole sul funzionamento di questa solidarietà e anche dei controlli. Questa sarà la formula magica che dovremo elaborare, alla fine”.
Giuseppe Conte ha difeso il piano presentato dalla Commissione a fine maggio, ribadendo la posizione dell’Italia: “La proposta della Commissione per il piano di ripresa dell’economia europea colpita dalla crisi del coronavirus è equa e ben bilanciata. Sarebbe un grave errore scendere al disotto delle risorse finanziarie già indicate. La combinazione tra prestiti e sussidi è ben costruita e ci aiuterà a realizzare investimenti e riforme in modo da rafforzare la convergenza e la resilienza dell’intera Unione”.
Il premier ha aggiunto: “E’ necessario stringere i tempi dell’intesa e un accordo a 27 entro luglio. Dobbiamo mantenere distinti i criteri di allocazione del Quadro Finanziario Pluriennale e quelli del Next Generation EU e, in ogni caso, considerare queste due proposte come componenti un unico pacchetto indivisibile. Questo consentirà all’Italia di avere un atteggiamento più flessibile su alcuni aspetti del QFP, ad esempio quelli che appaiono più anacronistici (come i ‘rebates’).
Il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, spera in un avvicinamento delle posizioni al vertice dei capi di Stato e di governo della Ue sul Recovery Plan, ma ha insistito sul fatto che gli aiuti, soprattutto se a fondo perduto, debbano essere condizionati e soggetti a controllo. Gli aiuti devono essere limitati nel tempo per evitare qualsiasi tipo di mutualizzazione, ha ribadito Kurz, che preferisce i prestiti ai sussidi non rimborsabili e, nel caso di finanziamenti a fondo perduto, ha detto che devono essere soggetti a controllo esterno e condizionato.
Sorprendentemente, l’olandese Mark Rutte ha aperto all’Italia ed elogiato i piani di riforme di cui sta discutendo il governo. Nella riunione con gli altri leader sul Recovery Fund, Rutte avrebbe spiegato di guardare con favore allo spirito che sta ispirando il governo Conte sulle riforme, in particolare gli investimenti e le misure per aumentare produttività e crescita.
Nel suo intervento, Christine Lagarde ha chiesto ai 27 di accelerare sull’approvazione del pacchetto e fa capire che un fallimento nei negoziati porterebbe a una reazione negativa dei mercati. La presidente della Bce ha detto: “L’azione decisa ed efficace che c’è stata finora da parte dei governi nazionali e degli attori europei ha portato i suoi frutti, aprendo la strada a un rimbalzo dell’economia verso la fine dell’anno. Questo ha contribuito a guadagnare tempo, con riflessi sul sentimento dei mercati. Ma un fallimento nel produrre risultati potrebbe portare a un cambiamento di questo sentimento. La Banca centrale europea, inoltre, si aspetta una contrazione del 13% nel secondo trimestre dell’anno e una caduta del Pil del 8,7% nel corso del 2020”. Secondo la presidente della Bce, il tasso di disoccupazione potrebbe salire fino al 10% e colpire particolarmente i giovani europei.
Il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, sulla videoconferenza ha dichiarato: “Una tappa intermedia per avvicinare un po’ le posizioni e per capire le differenze tra i capi di Stato e di governo”.
E’ vero che sono a disposizione strumenti di emergenza, che sono prestiti, per arrivare a fine anno (il piano della Bei e le linee di credito del Mes, mentre il piano Sure dovrebbe essere operativo da settembre), ma di fronte ad una crisi che, se le cose andranno bene, comporterà una recessione nel 2020 di oltre otto punti percentuali, doppiando quella del 2009, tutti sono consapevoli che non si può tardare troppo. C’è in gioco la credibilità dell’Ue.
Sembra che oggi qualche passo avanti sia stato fatto per trovare un accordo condiviso da tutti. Ma restano da fare ancora i passi più importanti sulla struttura dell’Unione, quelli che servono per una maggiore integrazione tra i vari Stati, tenendo ben presente l’obiettivo finale di un solo Stato federato o confederato. Insomma, bisogna riprendere al più presto il discorso sulla Carta Costituzionale dell’Europa Unita.

Salvatore Rondello

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