lunedì, 28 Settembre, 2020

L’Europa non piace
ma uscirne costa troppo

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Unione Europea-ItaliaMolti Paesi europei spesso si chiedono se per loro è conveniente continuare a rimanere nell’Unione Europea; è una domanda che le società civili dei Paesi che fanno parte dell’area comunitaria si pongono soprattutto in questo periodo di crisi generalizzata. L’interrogativo se lo pone anche la Gran Bretagna, per quanto sinora sia sempre rimasta nel dubbio se aderire totalmente al progetto europeo o se non sia il caso di uscirne definitivamente; com’è noto il Regno Unito è un dei Paesi che al momento della sua adesione all’UE ha negoziato alcune “opt-out”, cioè alcune opzioni a restare fuori dalla legislazione o dai trattati dell’Unione in determinati campi, come ad esempio quello monetario.

Allo stato attuale, anche la Gran Bretagna trova conveniente restare in Europa; ad affermarlo è uno studio del “think-tank” euroscettico londinese Open Europe, vicino al mondo imprenditoriale. Si tratta di una controtendenza che ha sorpreso quanti, come Cameron, si erano dimostrati ostili ad ogni progresso sulla via di un maggiore impegno britannico nei confronti dell’Europa unita. Il primo ministro inglese, infatti, stretto tra i gruppi più euroscettici dei Tories e le esternazioni del mondo imprenditoriale, non potendosi permettere di perdere consensi in vista delle elezioni del 2015, è stato costretto ad affermare che esistono ora possibilità di cambiamenti nei rapporti della Gran Bretagna con Bruxelles, che potranno risultare positivi per tutti.

Lo studio di Open Europe è valso a mettere in crisi i diversi modelli alternativi dei rapporti con l’UE, dei quali si è discorso nel dibattito che sinora si è svolto; è stato bocciato il “modello norvegese”, da molti invocato come la “best solution” per la Gran Bretagna; ma sono stati giudicati poco convenienti anche altri modelli, in particolare quello secondo il quale la Gran Bretagna dovrebbe rinegoziare l’accordo di accesso al mercato unico con l’UE.

Restare in Europa!, semplicemente perché conviene: è questa la “parola d’ordine” del mondo dell’impresa del Regno Unito, in quanto uscire ora dal mercato unico europeo assesterebbe un duro colpo all’economia del Paese e chiedere oggi una rinegoziazione dei rapporti con Bruxelles potrebbe metterebbe a rischio l’appartenenza della Gran Bretagna all’UE. Gli imprenditori temono, anche, oltre ad una perdita nel settore del commercio con gli altri 26 Paesi dell’UE, il trasferimento sul continente delle imprese straniere operanti sul suolo britannico, a causa dei rapporti commerciali stretti negli anni da Bruxelles con soggetti terzi, come gli Stati Uniti. Si presume che soltanto le perdite fiscali di questo possibile spostamento costerebbero a Londra circa 30,6 miliardi di euro.

Anche Tony Blair è del parere, espresso di recente in una “lezione” alla Chatham House di Londra, che la Gran Bretagna non debba uscire dall’UE; il suo discorso è fondato su considerazioni che non sempre risultano convincenti. Se la Gran Bretagna si avviasse verso l’uscita dall’Europa, sostiene Blair, si troverebbe davanti al pericolo reale di dover subire effetti economicamente dannosi per i propri interessi a lungo termine. Per spigare il perché del pericolo, Blair si chiede quale sia la logica che sta dietro al progetto dell’Europa unita; tale logica, affermato l’ex Primo ministro laburista, è oggi più forte di quanto non fosse quando il progetto ha preso il via: allora la forza della logica stava nella ricerca della pace; oggi sta invece nella ricerca del potere. Allora, riguardava un continente devastato dalla guerra, in cui “la Germania era stata l’aggressore e la Gran Bretagna la vincitrice. Oggi si tratta di un mondo in cui la geopolitica globale sta attraversando il cambiamento più grande degli ultimi secoli. Il potere si sta spostando da Ovest verso Est”. Stando così le cose, la ragione per difendere l’Unione Europea oggi è, per Blair, la stessa che vale per tutti i Paesi europei, Gran Bretagna inclusa. Nel mondo attuale “per usare il potere” a proprio vantaggio “è necessario il peso dell’Unione”; L’Europa unita offre a tutti il vantaggio di un peso collettivo che da soli i singoli Paesi membri non avrebbero. Questo è il motivo per cui la Gran Bretagna deve “restare in Europa”. L’idealismo dei Padri fondatori “piace abbastanza” a Blair; esso però non è sufficiente a giustificare la convenienza a restare in Europa (Blair non specifica come); in sua vece occorre una “brutale realpolitik” che consentirebbe alla Gran Bretagna di perseguire i propri interessi nazionali in tutta sicurezza, possibile solo con l’aiuto dell’Unione Europea.

E’questo un discorso che ci si può attendere di sentir fare da un socialista riformista, come Blair ha sempre dichiarato di essere? La sua giustificazione del perché la Gran Bretagna deve continuare a fare parte dell’UE è impossibile confrontarlo con quella di altri socialisti riformisti, come ad esempio, tanto per fare nomi al di sopra di ogni sospetto, Helmut Schmidt, Gerhard Schröder o Martin Schultz. Il discorso di Tony Blair sa di “muffa stantia”, in quanto è fuori dalla storia; egli pensa che le relazioni tra i popoli possano essere governate non da “scelte di civiltà”, ovvero da scelte accettate e condivise da tutti per realizzare più certe condizioni di pace e di stabilità, ma da scelte fondate sul vecchio strumento di potere espresso dall’“equilibrio di potenza”, possibilmente reso asimmetrico per meglio dominare la scena mondiale. Sembra quasi impossibile pensare che Blair non si sia ancora accorto che l’euroscetticismo di gran parte dei Paesi europei continentali (diverso da quello non disinteressato della “perfida Albione”) è imputabile proprio alla loro percezione che uno o alcuni dei Paesi europei occupino una posizione egemone, i cui effetti contraddicono l’idealismo di chi, tanti anni addietro, ha progettato di creare l’unità politica dell’Europa per sottrarla ai pericoli di altre guerre devastanti, causate dagli egoismi nazionali e dal prevalere di rapporti di potere di alcuni Paesi a danno di altri.

Gianfranco Sabattini

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