martedì, 29 Settembre, 2020

L’homo homuni virus e la sfida (rischiosa) del ritorno a scuola

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Ci sono voluti secoli per addomesticare l’homo homini lupus, ma abbiamo solo pochi mesi per fare altrettanto con l’homo homini virus: cioè con l’uomo che può essere contagiato e contagiare, una categoria che dovremo imparare ad usare, così come continuiamo ad usare quella hobbesiana.
E’ ormai evidente, infatti, che non c’è un’ora zero a partire dalla quale la pandemia sarà finita: ed è comunque probabile che, nel mondo globalizzato in cui (fortunatamente) viviamo, una pandemia tiri l’altra.
Finora si è inevitabilmente proceduto con la repressione: “zone rosse” generalizzate o mirate; chiusura di esercizi commerciali, ristoranti, cinema e teatri; “distanziamento sociale” sui mezzi pubblici; divieto di celebrare cerimonie religiose; ed infine la chiusura delle scuole e delle università.
Ora, altrettanto inevitabilmente, si deve cambiare musica. Si rischia però di farlo nella stessa chiave repressiva con cui si è operato nella prima fase. Le misure sono sempre quelle, ma ridotte in quantità: e vengono sempre imposte dall’alto, piuttosto che responsabilizzando i cittadini e le istituzioni nella loro applicazione.

Perciò è meritevole di nota la provocazione con cui Massimo Galli, primario infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, in vista della riapertura delle scuole ha proposto di utilizzare i soldi destinati ad acquistare i banchi a rotelle per finanziare il ripristino di una figura che a suo tempo è stata preziosa nel presidio della sanità territoriale, come è quella del medico scolastico. Sarebbe fra l’altro un modo per trasformare la riapertura delle scuole da problema per il presente in opportunità per il futuro, se è vero come è vero che la rete delle istituzioni formative, per la sua diffusione, è la più adatta a tutelare e promuovere il bene comune in una società complessa come la nostra.

E’ un cambio di paradigma, come fu la creazione dello Stato di diritto nel processo di addomesticamento dell’homo homini lupus: significa mettere in grado l’homo homini virus di provvedere da sé alla sicurezza della propria convivenza con gli altri ed a partecipare alla ricostruzione di una comunità.
E’ un rischio? Probabilmente sì. Ma è molto più rischioso affidare ad un Dpcm l’individuazione dei limiti della propria cerchia familiare (compresi “gli affini fino al quarto grado”), o delegare a qualche “comitato tecnico-scientifico” la definizione delle esatte misure del “distanziamento sociale” (da bocca a bocca piuttosto che da tavolo a tavolo).
Chiedere di cambiare paradigma è negazionismo? Sicuramente no. Paradossalmente sono più negazionisti quanti pensano che la pandemia si possa chiudere fra due parentesi, e che nel frattempo non resti altro che prorogare lo stato d’emergenza: non ci sarà infatti nessuna “evidenza scientifica” a certificarne la fine, né ci sarà nessun vaccino in grado di garantire immunità perpetua all’homo homini virus.

Del resto neanche l’homo homini lupus è addomesticato per sempre. In ogni momento può riacquistare la propria aggressività ed esercitare violenza sui suoi simili: così come l’homo homini virus potrà essere contagiato o contagiare. Ma per contenere il rischio è meglio un medico di un bidello che misura la distanza fra i banchi.

 

Luigi Covatta

(Il Mattino)

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