giovedì, 9 Luglio, 2020

Libano, crescono disperazione e proteste

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Migliaia di persone sono scese in strada nelle città di tutto il Libano in mezzo a crescenti proteste mentre il paese sta affrontando il crollo della sua valuta.
La rabbia è cresciuta quando la sterlina libanese è arrivata ai suoi minimi storici, avendo perso il 70% del proprio valore da ottobre quando sono iniziate le proteste.
Il governo, per frenare la rivolta, ha annunciato una serie di misure per cercare di stabilizzare il valore della valuta.
Le proteste si sono interrotte a causa del coronavirus, ma recentemente sono riprese.
Il deprezzamento della sterlina libanese ha fatto precipitare il paese nella peggiore crisi economica degli ultimi decenni.

Paradossalmente molti cittadini libanesi che facevano affidamento sui risparmi in valuta straniera sono caduti in povertà a causa dei controlli sui capitali, poiché le banche limitano i prelievi in dollari. Chi dunque aveva un tesoretto in valuta estera non può disporne neppure per acquistare beni necessari in caso di emergenza.
Il presidente Michel Aoun ha dichiarato che la Banca Centrale inizierà a iniettare più dollari USA nel mercato nel tentativo di frenare la caduta libera della sterlina.
E’ stato convocato un Consiglio dei ministri straordinario dedicato al crollo della divisa nazionale. La riunione fa seguito alle manifestazioni della notte in cui si è denunciato il temporeggiare del governo e la sua incapacità di fronte alla crisi economico-finanziaria.
Il deprezzamento della sterlina libanese, di conseguenza, ha provocato un aumento sconsiderato dell’inflazione negli ultimi mesi, a cui va aggiunta la chiusura di attività e l’ondata di licenziamenti per contrastare l’epidemia del Covid-19.
Dunque, le difficoltà economiche sono alla base delle manifestazioni scoppiate nel Paese già lo scorso ottobre, manifestazioni che prendono di mira la classe politica che, come denunciano i manifestanti, propone gli stessi nomi da anni ed è accusata di incompetenza e corruzione.

Giovedì sera, alla notizia del tracollo della moneta libanese, i manifestanti sono scesi in piazza in diverse città del Paese, tra le altre anche a Beirut. Hanno chiesto le dimissioni del governatore della Banca centrale, Riad Salamé, e denunciato il premier Hassan Diab, che ha preso il posto di Saad Hariri, costretto alle dimissioni.
Anche venerdì mattina, i manifestanti hanno bloccato alcune autostrade. Intanto, le autorità del Paese hanno avviato negoziati con il Fmi per ottenere un aiuto finanziario necessario ad un rilancio economico.
Si tratta della crisi economica più grave del Paese dalla guerra civile del 1975-1990.
La disoccupazione si è attestata oltre il 35% e oltre il 45% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.
Da quando il Libano ha imposto le misure di confinamento anti Covid 19, a metà marzo, la prima protesta è iniziata a Beirut: migliaia di persone si sono riuniti in piazza dei Martiri. Dal corteo è partito il lancio di sassi contro la polizia anti sommossa, che ha risposto con i gas lacrimogeni. Sono rimaste ferite 48 persone, 11 delle quali sono state portate in ospedale, mentre le altre sono state curate sul posto, secondo le dichiarazioni della Croce Rossa libanese.
Lo scontro si è acceso soprattutto tra alcuni manifestanti e i sostenitori di Hezbollah, ma da altre voci in seno alla protesta è arrivata la richiesta di convocazione di elezioni anticipate e di misure immediate per fronteggiare la crisi economica.
L’attuale governo del Libano ha prestato giuramento alla fine di gennaio, dopo che le tensioni sociali erano sfociate nel rovesciamento dell’esecutivo di Saad Hariri alla fine di ottobre.
Il nuovo primo ministro, Hassan Diab, ha promesso di affrontare la peggiore congiuntura economica del Libano.

I manifestanti in piazza gridavano: “Abbiamo bisogno di nuove elezioni. Abbiamo bisogno di una magistratura indipendente, che non sia manipolata dai partiti politici”. Alcuni hanno anche chiesto il disarmo di Hezbollah, l’unico partito del Paese che ha conservato le armi dopo la fine della guerra civile nel 1990.
Sul terreno della protesta si vedevano volantini con la scritta “Make it happen 1559 – 1701”: sono i numeri delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, approvate nel 2004 e nel 2006, che chiedevano a tutte le milizie libanesi di consegnare le armi, Hezbollah compresi.
Alcuni testimoni presenti alla protesta hanno segnalato: “I manifestanti in Libano bruciano una foto di Hassan Nasrallah mentre centinaia di persone hanno protestato per le strade sabato, a causa del crollo dell’economia”. Hassan Nasrallah è il leader del partito sciita Hezbollah.

David Ruggini, capo della Ong ‘Un Ponte Per (UPP)’, ha commentato: “Alla luce della situazione attuale del Libano, la crisi economica che farà seguito a questa pandemia potrebbe essere peggiore del virus stesso”.
In un report Ruggini fa una disamina della situazione libanese: “Tra crisi economica, pandemia, proteste, bancarotta. Dall’inizio di ottobre il Libano è attraversato da un movimento di protesta antigovernativo che chiede la destituzione dell’establishment politico accusato di corruzione e clientelismo, la formazione di un governo tecnico che possa attuare riforme significative per lo Stato e gestire la crisi economica che lo attanaglia. In coincidenza con l’inizio del Ramadan, a maggio, le proteste sono state rilanciate soprattutto a causa dell’aggravarsi di questa crisi, che il Paese sta affrontando insieme al tentativo di contenere la pandemia da Covid-19. Il Libano è un Paese che importa la quasi totalità del suo fabbisogno energetico e alimentare, pagando tutte le importazioni in dollari, oramai difficili da reperire sul mercato bancario per mancanza di liquidità. Anche il tasso di cambio della moneta locale rispetto al dollaro, nei negozi di cambi autorizzati, ha iniziato a fluttuare diventando con il passare delle settimane estremamente volatile provocando una caduta del potere di acquisto della popolazione: i prezzi dei prodotti sono aumentati tra il 30% e il 55%, e fonti statali confermano che quasi il 45% della popolazione locale è attualmente al di sotto della soglia di povertà. Una percentuale che non tiene in considerazione né la comunità palestinese rifugiata, né quella siriana e più in generale migrante, perché loro, al limite della soglia di povertà e della sopravvivenza, in un limbo sospeso tra razzismo e discriminazione, ci vivono quotidianamente. Crisi economica o meno. Il nuovo governo ha presentato e approvato un piano di riforma economica annunciando inoltre l’intenzione di presentare formalmente richiesta di aiuto al Fondo monetario internazionale (Fmi) già annunciato nelle scorse settimane da molteplici forze politiche. Il Fmi ha confermato il suo interesse per la riforma economica del governo dichiarandosi disponibile a staccare un assegno da diversi miliardi di dollari. Iniettare denaro contante nelle vene del sistema bancario e finanziario nazionale ormai allo stremo, dopo l’abbandono dei vari alleati regionali, sembra l’unica soluzione percorribile. Al prezzo di profonde riforme. Per un Paese che il 9 marzo scorso ha dichiarato il default, con un sistema economico ultra-liberista basato sulla finanza piuttosto che sulla produzione, sarà difficilissimo alleviare le difficoltà a cui andrà incontro la popolazione. In questa situazione è scontato affermare che le prospettive future non sono rosee al momento. Sarà come sempre la popolazione a pagare la crisi. Una popolazione che, però, ha sempre dimostrato grande forza e capacità di resistenza di fronte alle difficoltà”.

Il Libano è un altro esempio di fallimento delle politiche economiche ultra-liberiste. Dovrebbe essere ormai chiaro che il socialismo liberale potrebbe essere la salvezza dell’umanità.

Salvatore Rondello

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