giovedì, 14 Novembre, 2019

Libano, futuro incerto dopo Hariri

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Il primo ministro libanese, Saad Hariri, ha rassegnato le sue dimissioni al Capo di Stato Michel Aoun, aprendo ufficialmente una nuova fase, potenzialmente esplosiva, nella rivolta che in Libano va avanti da due settimane. Il primo ministro ha annunciato la fine anticipata del suo mandato, dopo pochi minuti dalla fine degli scontri nel centro di Beirut tra i manifestanti che avevano occupato Piazza dei Martiri, bloccando la principale arteria cittadina (il Ring), ed i residenti locali sostenuti dai due partiti sciiti del Paese, Amal ed Hezbollah. Saad Hariri ha detto: “Per 13 giorni il popolo libanese ha atteso una soluzione politica che arrestasse il deterioramento del clima. In questi giorni, ho provato a trovare un modo per ascoltare la voce del popolo e allo stesso tempo evitare pericoli per la sicurezza e l’economia. Oggi ho raggiunto un punto morto, e credo che a questo punto sia necessario dare una scossa”.

Intanto il ministro degli Esteri francese, Jean Yves Le Drian, ha affermato: “Le dimissioni di Hariri rendono la crisi in Libano molto più grave”.
Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha esortato le forze politiche libanesi a formare urgentemente un nuovo governo. Il capo della diplomazia statunitense, in una nota, ha scritto: “Gli Stati Uniti chiedono ai leader politici libanesi di favorire urgentemente la formazione di un nuovo governo che possa costruire un Libano stabile, prospero e sicuro che risponda alle necessità dei suoi cittadini”.
Anche le Nazioni Unite, attraverso il coordinatore speciale per il Libano, Jan Kubis, hanno auspicato una rapida formazione del nuovo governo, invitando tutte le parti a evitare la violenza.
Finora, il Governo italiano non ha espresso nessuna posizione sulla questione libanese e sul clima incandescente in tutto il Medio Oriente.

Il Libano rischia l’imminente collasso economico, come ha ricordato ieri il governatore della Banca centrale Riad Salameh. Il tasso di cambio ufficiale tra lira libanese e dollaro è schizzato a oltre 1,8 (due settimane fa era a 1,5), le banche sono chiuse dal 18 ottobre, le principali arterie stradali del Paese sono bloccate dai manifestanti o dalle transenne, e il ministro della salute, Jamil Jabak, (eletto con Hezbollah ma esterno al partito) ha dichiarato che in gran parte delle farmacie e degli ambulatori del Paese iniziano a scarseggiare medicinali essenziali e vaccini, proprio a causa della difficoltà a circolare. Jabak ha denunciato anche alcuni attacchi a veicoli che trasportavano medicine, e che il Paese rischia la catastrofe sanitaria.
Fadi Abu Shakra, rappresentante del settore energetico, ha riferito all’emittente Al Jadeed che nel giro di poche ore i distributori rimarranno a corto di benzina. Ora la parola passa al presidente Aoun, il quale ha già fatto sapere di aver accettato le dimissioni, ma di volersi prendere del tempo prima di fare comunicazioni ufficiali (domani o dopodomani, secondo le fonti vicine alla presidenza), che verosimilmente ufficializzeranno lo status di reggente del governo in carica, fino a nuove decisioni. I contestatori scesi in piazza puntano alla formazione di un governo tecnico, elezioni parlamentari anticipate e conseguente elezione di un nuovo presidente. Chiedono con fermezza un rimpasto integrale del governo formatosi due anni fa, al quale per il momento sia il presidente Aoun che i suoi alleati principali di Hezbollah si oppongono, temendo l’instabilità e i tentativi di marginalizzare nel nuovo governo il partito filo iraniano.

Entrambi hanno invitato i manifestanti a nominare una delegazione incaricata di negoziare questo possibile rimpasto, ma i manifestanti hanno espresso la volontà di non nominare alcun leader per preservare l’orizzontalità della protesta, oltre ad invocare le dimissioni del ministro degli Esteri, Gebran Bassil, genero di Aoun e leader del partito da lui fondato, la Corrente patriottica libera (principale partito cristiano maronita).
Il quotidiano francofono ‘L’Orient Le Jour’ ora paventa tre possibili scenari: Aoun incaricherà nuovamente Hariri di formare un governo di tecnici ed esperti non affiliati ai partiti tradizionali, segnalando in questo modo che sia Aoun che Nasrallah assecondano la protesta e le sue istanze principali; un secondo scenario potrebbe implicare un resa dei conti frontale con l’insurrezione popolare, con la nomina quindi di una personalità sunnita alleata di Aoun e Hezbollah, che sarebbe responsabile della formazione di un nuovo governo e probabilmente reprimerebbe le proteste. Infine, la terza opzione è quella della permanenza del governo in carica con funzioni di reggenza, per occuparsi degli affari correnti.
Tutto ciò senza considerare sufficientemente gli oppositori e l’evoluzione della protesta in piazza.

Con i fatti del Libano si rischia di aggravare la catastrofe umanitaria già esistente del Medio Oriente.
Di fatto, gli sciiti filo iraniani, in diversi luoghi, dal Libano all’Iraq, sono attaccati nelle loro posizioni di potere. Inoltre, gli spazi lasciati liberi dal ritiro delle truppe Usa, vengono occupate dall’esercito Russo. A tutto questo si aggiungono le tensioni sempre più crescenti dei rapporti della Turchia con gli Stati Uniti. L’Unione Europea e l’intera umanità dovrebbero preoccuparsi di consequenziali sviluppi imprevedibili.

Salvatore Rondello

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