martedì, 23 Aprile, 2019

“Liberi di scegliere”
un cambiamento possibile

0

“Liberi di scegliere”, per la regia di Giacomo Campiotti, è un film ispirato alla storia vera del giudice Roberto Di Bella, presidente del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, che ha emesso un provvedimento di portata storica e rivoluzionaria. Lasciando e lanciando un esempio indelebile. Se il mondo ha bisogno di best practices, eccone senz’altro una. Nel film è interpretato da Alessandro Preziosi (che già ricordiamo nel ruolo recitato per la serie tv del 2017, per la regia di Giulio Manfredonia: “Sotto copertura – La cattura di Zagaria”), ma prende il nome di giudice Marco Lo Bianco. Tuttavia ciò non muta la rilevanza del gesto simbolico attuato dal magistrato; tanto che il film ha ricevuto il sostegno della Calabria Film Commission, di cui il presidente della Regione Oliverio, si è detto “orgoglioso e soddisfatto”. Nel film c’è la convinzione che una sorte atroce tocchi ai figli della ‘ndrangheta, perché “la ‘ndrangheta non si sceglie, si eredita”; e quindi sono destinati a fare la fine di chi li ha preceduti: ovvero o ad essere ammazzati o a finire in carcere. Si proverà, però, a sovvertire tale presupposto, quasi pregiudiziale ed accettato con sudditanza. Ma c’è chi questa rassegnazione passiva proprio non la conosce e sono quelli come il giudice Lo Bianco o come tutti i giovani coetanei di Domenico Tripodi e di sua sorella Teresa; oppure di donne coraggiose come la moglie del boss Tripodi per l’appunto. Ma andiamo a conoscere più da vicino i protagonisti e la trama.

Il film si apre con una scritta, una frase che getta subito la luce dei riflettori sulla gravità della problematica che si andrà ad affrontare: perché spesso tante parole non servono, bastano pochi dati e cifre a rendere chiaro tutto e a far capire quanto sia importante non rimanere indifferenti. Quasi fosse un incipit, si dice: “la ‘ndrangheta è l’unica organizzazione criminale, presente in tutti e cinque i continenti, con un fatturato di circa 53 miliardi l’anno”. Per questo il giudice Lo Bianco si appellerà alla madre (interpretata da Nicole Grimaudo) del giovane 17enne Domenico (di cui veste i panni Carmine Buschini) affinchè lo porti via dalla Calabria “il prima possibile, il più lontano possibile”. Infatti è il 24 dicembre del 2006, quando a San Giovanni (sullo stretto di Messina), la polizia con un’irruzione entra nel rifugio segreto dei Tripodi, dove tutto era pronto per festeggiare il Natale. Il padre riesce a scappare, a fuggire, ma sarà sempre costretto ad essere latitante, il fratello Giovanni invece viene arrestato. Sarà in questa occasione che il giudice parlerà con la madre per cercare di ‘salvare’ Domenico; vedendo la ritrosia della donna, deciderà di procedere chiedendo l’affidamento per il 17enne ai servizi sociali di un’altra regione, la Sicilia, fino al compimento dei 18 anni di età. Così facendo, infatti, non solo fa sì che il ragazzo sia allontanato dalla Calabria e dalla sua famiglia, ma toglie la patria potestà, ovvero la responsabilità genitoriale, tanto al padre boss latitante appunto, quanto alla madre.

Non sarà facile all’inizio, perchè anche Domenico rifiuta tale scelta. Il giudice Lo Bianco insiste che è una misura presa a tutela dell’adolescente, un provvedimento teso a far sentire la presenza della giustizia italiana e dello Stato. Chiare le sue parole: “Noi, lo Stato, ci siamo. Dobbiamo salvarlo, non possiamo restare a guardare anche stavolta”. Già, perché è questo: a volte si arriva troppo tardi, non si fa abbastanza, o non al momento giusto, quando si poteva ancora fare qualcosa e si era ancora in tempo. Perché i figli della ‘ndrangheta sanno che spesso non hanno scelta e che devono crescere in fretta. Un esempio? Basti pensare a questo aneddoto. Che cosa può desiderare come regalo di Natale un bimbo di dieci anni? Forse una macchina giocattolo telecomandata, o la playstation, un abbonamento allo stadio per vedere la propria squadra del cuore giocare? Beh, a Domenico, quella fatidica notte del 24 dicembre 2006, il padre fa maneggiare, quasi a donare, un fucile enorme, tipo un kalashnikov. Per questo ha bisogno d’aiuto e il giudice intende dargli tutto il suo supporto. L’estensione dello stretto di Messina, che separa (o unisce) la Calabria dalla Sicilia, è uguale alla distanza che c’è tra la libertà di Domenico e la sua ‘prigionia’, tra la sua salvezza e la sua condanna.

Il film racconta che cosa significhi essere figlio di un boss della ‘ndrangheta in maniera semplice, ma efficace. L’intensità dell’interpretazione degli attori protagonisti e i paesaggi delle montagne circostanti calabresi fanno il resto. Lacrime non ne mancheranno. Mentre si costruisce il cambiamento, per edificare un futuro diverso e migliore, il senso di disorientamento è forte. Il tormento di giovani, combattuti e frastornati a volte, è sorprendente e colpisce profondamente. Sicuramente la regia di Giacomo Campiotti aiuta a creare questa sensazione di progressione, alternata alla stasi, alla regressione a volte, a un passato che richiama, che ci ritira indietro come una corda a cui siamo legati da un laccio forte e stretto.

Il giudice Lo Bianco, convinto che con la ‘ndrangheta si viva tutti male (donne, giovani e pure i boss), vuole che Domenico sappia che si può vivere in modo migliore. Mettendo in atto quel provvedimento che tanto scalpore farà, così come si era fatto finora per i figli dei tossicodipendenti o per gli orfani. Sarà una sentenza che stravolgerà la vita di tutti. Se tutti hanno paura, quella decisione che ha decretato appare una follia. I giornali titolano: “non esistono deportazioni a fin di bene”; ma lui non sente ragioni: “se questi ragazzi restano in Calabria, le loro famiglie saranno la loro condanna” – dice ad un amico -, che gli risponde: “no, saranno la nostra di condanna ed io non voglio venire al tuo funerale”. Naturalmente il giudice è consapevole del rischio che corre, ma non per questo si tira indietro. È quasi un affetto paterno quello che sente per Domenico e non è disposto a fermarsi, anche quando le sue certezze vacillano. Così come molto titubante è il giovane, assolutamente in totale confusione. “Prima non riuscivo nemmeno a ridere, ora ho solo voglia di piangere; prima mi piacevo, ora non so più chi sono; prima ero forte, ora sono debole e voglio solo andare il più lontano possibile da tutto e tutti”. Il nome del clan, che si porta come un sigillo, un marchio, un’etichetta, un timbro di fabbrica e di famiglia, certo dà sicurezza e forza; ma non per questo significa che arricchisca. Perché, andando nella comunità dei servizi sociali in Sicilia, quello che guadagnerà è forse un bene molto più prezioso: la libertà di scegliere e decidere chi essere e cosa fare. Sarà libero di scegliere e di cambiare anche. Dopo di lui, anche la sorella, la madre e il fratello Giovanni potranno essere liberi di scegliere, la frase che dà il titolo al film, seguendo il suo esempio. Lui, insieme al giudice Lo Bianco, può dare il là a quel cambiamento rivoluzionario che sa di speranza e che è come una dedica finale che conclude e chiude al termine del film: il ricordo di quei 40 minori allontanati in tutto dalle famiglie della ‘ndrangheta dopo il caso di Domenico. Tante altre madri busseranno alla porta di giudici come Lo Bianco, alias Di Bella-. Perché, in fondo, come dice la sorella Teresa a Domenico: io non voglio la vita della mamma e tu non vuoi quella di papà.

La trappola che si nasconde e cela dietro la ‘ndrangheta è nelle parole che il boss Tripodi dice al figlio Domenico. Qui si insedia il confine tra bugia, menzogna, inganno e verità e sincerità, della realtà dei fatti; tra affetto vero e invece un affetto più ‘malato’ e nocivo, più pericoloso perché rischia di compromettere l’esistenza di chi dovrebbe avere delle speranze e invece gli viene annientata ogni prospettiva positiva futura, decidendo per gli altri e della loro vita ed obbligandoli ad accettare cioè che è stato ‘pre-scritto’ e ‘pre-scelto’ (cioè già scritto prima, stabilito a priori e scelto già prima che ci si potesse rendere conto di ciò a cui si andava incontro e opporvisi). Quindi i figli della ‘ndrangheta non sono dei prescelti, nel senso di fortunati, eletti, ma hanno dei futuri prestabiliti. Famiglia, affetto e amore, non significano mai costrizione. Il padre dice a Domenico (proprio quella sera del 24 dicembre): “quante sono le dita di una mano? Cinque. Noi quanti siamo? Cinque. Se chiudi la mano cosa diventa? Un pugno forte e resistente, come noi” se rimaniamo insieme: quello che lui interpreta, spiega, illustra, motiva, come simbolo di unione, però, è anche emblema di violenza, non solo di forza. E, quando si trovava nel rifugio sulle montagne dove era nascosto, guardando il figlio negli occhi afferma: “voi siete il futuro (lui e la sorella); qui sulle montagne c’è il passato, ma io non vi lascio. Veglio su di voi”, quasi come un padre premuroso che si preoccupa per i figli e li segue in ogni loro passo, ma anche un’intimidazione mascherata a non ribellarsi, a non rivoltarsi, a non allontanarsi dal vincolo di sangue con il clan. Ma Domenico butterà via l’orologio che gli aveva regalato il padre, quel tempo passato sotto il suo ‘potere’, quella bussola che lo aveva orientato sino a quel momento, lo aveva guidato, gli aveva detto chi era e quello che doveva essere, come doveva agire, infondendogli quella forza-prepotenza dei dominatori, impedendogli persino di pensare e/o studiare, di costruirsi un futuro diverso. Invece condividerà con gli amici, gli altri ragazzi e compagni della comunità dei servizi sociali in Sicilia, tutte le prelibatezze culinarie che aveva portato con sé. Potremmo dire, parafrasando una canzone di Vasco Rossi, “c’è chi dice no” alla sopraffazione, sì alla libertà; anche di ‘aggiungere un posto a tavola’ (citando il noto musical); anzi. Più di uno. “Fa che siamo in tanti”, verrebbe da dire con le parole della nota canzone di Niccolò Agliardi per la fiction “Braccialetti Rossi”, che ha lanciato proprio Carmine Buschini. Sì, perché Domenico non ha finito, ma ha solo iniziato – da quel momento – ad essere libero e a vivere. E come lui, tutti gli altri quaranta ragazzi salvati dalla ‘ndrangheta, citati nel finale. Ed è esattamente questo, la conclusione non è che un nuovo inizio. “Liberi di scegliere” è una frase che dovremmo sempre ricordarci e ripeterci tutti quanti, ma è soprattutto un film che è una storia di emancipazione e di libertà, di cambiamento e di riscatto, di un futuro nuovo e diverso opposto al passato, di scardinamento di ogni stereotipo. Ed a proposito di stereotipi ne abbiamo colto metaforicamente un altro. Spesso si dice che la malavita organizzata (mafia, camorra, ‘ndrangheta che sia) sono come un cancro della società, un tumore da estirpare. Ebbene, se il cognome del giudice storico reale che ha attuato l’emendamento citato è Di Bella, Roberto, non si può non associarlo (certo in modo anche un po’ azzardato forse) a quello del noto medico che ha dato vita al metodo Di Bella (una terapia alternativa per il trattamento dei tumori); Luigi Di bella appunto, che tante critiche ha accolto, da parte di chi la riteneva inefficace e priva di fondamento scientifico, quasi fosse un placebo; insomma “una follia”, come disse a Lo Bianco il suo amico circa la misura che aveva preso nei confronti di Domenico. Di certo il suo provvedimento non è stato sufficiente ad eliminare il problema, ma ha dato quanto meno speranza.

Il boom di ascolti che ha ricevuto il film non è che una nota positiva; “Liberi di scegliere” ha raccolto 4,1 milioni di telespettatori (con uno share pari al 17,7%), lottandosela bene nel record di ascolti con il nuovo show di Adriano Celentano (dal teatro Camploy di Verona), “Adrian”, su Canale 5, che ne ha avuti quasi 6 milioni (5 milioni 997 mila), con uno share di circa il 21.9%; mentre per il cartoon sul Molleggiato (disegnato da Milo Manara) che ne è seguito i telespettatori sono stati 4 milioni 544 mila per uno share del 19.08%. Altra curiosità, infine: ad interpretare Teresa da piccola nel film è stata una bambina cosentina di 9 anni.

Barbara Conti

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply