mercoledì, 23 Ottobre, 2019

Libia alla deriva. Colpito ospedale, Haftar rivendica

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Le forze fedeli al generale Khalifa Haftar hanno rivendicato l’attacco aereo contro un ospedale da campo a Sud di Tripoli, sotto il controllo del Governo di unità nazionale (GNA). Nell’attacco sono rimasti uccisi cinque medici e altri otto sono stati feriti. Il portavoce del generale Haftar, Ahmad al Mesmari, nella tarda serata di ieri, ha detto: “Sabato abbiamo condotto un raid aereo contro un ospedale da campo a Sud di Tripoli, usato come copertura dai terroristi per evitare di essere presi di mira”.
Su medici e soccorritori uccisi, Mesmari, parlando sul canale Libia al-Hadath, ha aggiunto: “Non si tratta di dottori ma di studenti della scuola di medicina. Alcuni sono stati incarcerati negli anni ’90 per terrorismo, altri appartengono al movimento dei Fratelli Musulmani”.
Invece, già sabato sera, un portavoce del ministero della Sanità del Governo di unità nazionale (GNA) sostenuto dall’Onu aveva annunciato la morte di cinque medici in un attacco aereo contro un ospedale da campo nella zona di Airport Road. Da parte sua, la Missione delle Nazioni Unite di sostegno alla Libia ha condannato il raid, affermando che “dall’inizio del conflitto sono stati registrati 37 attacchi a personale e strutture sanitarie, con un bilancio di 11 morti, 33 feriti e oltre 19 ambulanze colpite direttamente o indirettamente”.

L’inviato speciale dell’Onu per la Libia, Ghassan Salamé, ha ammonito sulle “conseguenze di un’escalation dei combattimenti” a Tripoli e “di un aumento dell’ingerenza straniera” nel Paese, durante il suo incontro di ieri con il generale Khalifa Haftar, impegnato da aprile in un’offensiva militare per conquistare la capitale libica.

Secondo quanto ha riferito oggi la missione Onu in Libia (Unsmil), Salamè ha incontrato ieri Haftar nel suo quartier generale a Rajma, nei pressi di Bengasi, con cui ha discusso “degli ultimi sviluppi in Libia e della modalità per rilanciare pace e dialogo”.
Il giorno prima, Salamé aveva incontrato a Tunisi il premier del governo di accordo nazionale di Tripoli, Fayez Serraj, a margine del funerale del presidente tunisino Essebsi, con cui ha discusso “le modalità per mettere fine all’escalation militare e rilanciare il processo politico”. Durante l’incontro con Sarraj, l’inviato ha ribadito “la necessità di rispettare il diritto umanitario internazionale”.
Ma oltre alle condanne verbali, finora, nessuna altra azione concreta è stata presa dall’Onu per fermare il generale Haftar.

Gli uomini al servizio del generale Haftar hanno lanciato un’offensiva il 4 aprile scorso per impadronirsi della capitale Tripoli, quartier generale del governo di Fayez al Sarraj. Oltre ai combattimenti a terra, entrambe le parti effettuano raid aerei giornalieri, facendo spesso ricorso a droni. Secondo una recente valutazione dell’Organizzazione mondiale della sanità, i combattimenti alla periferia della capitale hanno causato 1.093 morti e 5.752 feriti e oltre 100.000 sfollati.

L’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Buccino Grimaldi, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha detto: “La possibilità di un accordo per la soluzione della crisi in Libia è ancora lontana perché il generale Khalifa Haftar valuta tuttora di poter vincere con le armi. La strada resta in salita per la Libia. La guerra continua e anche il recente colloquio a Bengasi tra il maresciallo Khalifa Haftar e l’inviato dell’Onu Ghassan Salamé, lascia poche prospettive di accordo per il momento con il campo di Fayez Sarraj a Tripoli”.
L’ambasciatore Buccino ha aggiunto: “Noi comunque insistiamo per favorire la pacificazione del Paese con la convinzione che la via della forza non possa che causare danni gravissimi a tutti”.
Secondo l’ambasciatore italiano: “In questo momento in Libia si sta attraversando una fase delicatissima. Il nostro ruolo è centrale. Siamo l’unica ambasciata occidentale aperta nel Paese, rappresentiamo un messaggio di stabilità per tutti, mentre la guerra sul campo è in una situazione di stallo. Quando Haftar ha lanciato l’offensiva militare, è sembrato potesse vincere velocemente. Però poi il caleidoscopio di forze tra Tripoli, Misurata, Zintan eccetera ha sospeso le rivalità interne per coalizzarsi in un fronte comune. E oggi l’acuirsi dei combattimenti non cambia lo stallo sul terreno che esclude una soluzione militare della crisi a meno di stravolgimenti indicibili”.

L’ambasciatore Buccini nota anche: “Piuttosto se prima il dialogo era bilaterale, ormai ogni soluzione politica deve essere multilaterale. Al momento stiamo lavorando per una de-escalation bellica in occasione delle feste musulmane dei prossimi giorni”.
E sulle parole di Sarraj, che ha parlato di oltre 800.000 partenze verso l’Italia nel caso in cui il fronte di Tripoli dovesse crollare, Buccino ha commentato: “Ho i miei dubbi. Al tempo di Gheddafi questo Paese dava lavoro a oltre due milioni di stranieri. Ne arrivano molti meno dall’Africa. Oggi si stimano 650.000 stranieri in Libia. Le agenzie Onu ci ricordano che siamo scesi da 181.000 migranti verso l’Europa nei primi 7 mesi del 2016 a 4.629 nello stesso periodo del 2019. Non credo che quelli oggi in Libia possano partire in massa. Non ci sarebbero neppure gli scafisti a garantire le barche”.
Per fortuna, al momento, l’attività dell’Eni non risente delle violenze in corso a Tripoli, dopo l’offensiva militare lanciata dal generale Khalifa Haftar sulla città, e l’azienda italiana mantiene il suo ruolo di leadership fra le società straniere impegnate nel Paese.
L’ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Buccino Grimaldi, in merito ha detto: “L’Eni continua a controllare oltre il 45 per cento della produzione di gas e petrolio. Resta la compagnia straniera di gran lunga più importante. L’Eni, ha stretto accordi con la Bp britannica. La Total francese è attorno al 5 per cento. Nessuna delle forze in campo ha mai attaccato le infrastrutture Eni. Le considerano un patrimonio nazionale, anche perché metà del gas Eni è destinato ai libici”.

Intanto, però, la Farnesina scoraggia la presenza di lavoratori italiani in Libia. L’ambasciatore Buccino ammette: “Mancano le condizioni di sicurezza. Inoltre chiediamo ai libici di risolvere il contenzioso dei debiti non pagati alle nostre aziende, anche quelli maturati prima del 2011”. In merito, l’ambasciatore ha ricordato: “Iveco e Leonardo Finmeccanica sono tra i più forti creditori. Nel marzo 2014 il governo Zeidan accettò di liquidare 234 milioni di euro. Ma poi scoppiò la guerra. E oggi il consorzio Aeneas è in difficoltà coi lavori all’aeroporto internazionale di Tripoli investito dai combattimenti, si tratta di un contratto da 79 milioni di euro. La Socei lavora all’ospedale universitario, la Piacentini è impegnata al porto di Zuara e la Enav sta rinnovando la torre di controllo all’aeroporto di Mitiga”.

Intanto l’azione militare del generale Haftar continua e non sappiamo fino a quando potrà resistere il Governo di Unità Nazionale di Fayez al-Sarraj. Di certo, la situazione di stallo in una Libia destabilizzata non fa piacere sotto ogni aspetto: quello umanitario in primo luogo. Ma non secondari sono anche gli interessi commerciali ed economici dell’Italia in Libia.

Salvatore Rondello

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