giovedì, 4 Marzo, 2021
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Libia, ancora passi indietro per l’Italia

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Sono passati più di cinque mesi dall’accordo tra il Capo del Governo libico riconosciuto Serray e il Presidente della Camera di Tobruk Saleh che ha sancito, con il beneplacito di Turchia e Russia e la mediazione americana, il cessate il fuoco e l’auspicabile fine della guerra civile ma, a parte la sospensione dei combattimenti salvo sporadiche scaramucce, nulla è stato fatto di quello che l’accordo prevedeva. Sono invece cambiati gli interlocutori. Sul fronte della Tripolitania, al posto di Serray, che aveva dichiarato di volersi dimettere lo scorso ottobre ma che è ancora al suo posto si delineano le figure di Fathi Bashagha, Ministro dell’Interno prima sospeso e poi reintegrato che controllava una parte del Gna, l’esercito di Tripoli, e di Ahmed Maitig, Vicepresidente dell’Esecutivo e, in attesa delle dimissioni di Serraj, punto di riferimento per la relazioni internazionali.
Sul fronte opposto pare offuscata la posizione di Saleh, mentre è rientrato completamente in gioco il generale Haftar, troppo presto dato per ridimensionato. A ciò ha contribuito anche il nostro Paese che, con il viaggio di Conte e Di Maio a Bengasi per ringraziarlo della liberazione dei pescatori di Mazara del Vallo dopo due mesi di prigionia, gli hanno restituito credibilità e rappresentanza politica. E questa riabilitazione si è confermata nei giorni scorsi quando il direttore dei nostri servizi segreti (Aise) Gianni Caravelle, si è recato a Bengasi per incontrarlo e la notizia è stata ampiamente diffusa dai media controllati da Haftar. Chissà cosa ne ha pensato Stephanie Williams, rappresentante speciale dell’ONU per i negoziati di pace che avevano esautorato Haftar dalle trattative. Certo è che sugli impegni che dovevano seguire l’accordo di cinque mesi fa praticamente nulla è stato fatto. I due eserciti dovevano abbandonare le posizioni sul fronte e tornare alle loro basi e invece sono tutt’ora posizionati come prima. Il punto più critico è a Sirte, per il cui controllo sono stati bloccati i combattimenti ma proprio da quella località i mercenari russi alleati di Haftar hanno costruito una serie di fortificazioni che sembrano più una preparazione per la ripresa del conflitto che una proiezione futura della pace. I mercenari siriani dalla parte di Tripoli e russi da quella di Bengasi, ché o dovevano essere fatti rientrare nelle zone di provenienza, sono tutt’ora posizionati a fianco del due eserciti libici. Non parliamo poi delle truppe turche che in terra e con le navi da guerra nel Mediterraneo, continuano a supportare Serray. Come continuano le attività di addestramento da parte di istruttori stranieri. In questa situazione sembra fantascienza pensare a ciò che prevedeva la parte finale dell’accordo Serray Saleh e cioè un referendum su una nuova Costruzione e libere elezioni in tutto il Paese entro il dicembre 2021. A questi problemi poi se ne sono aggiunti altri, derivati come già detto, dalle divisioni interne sia Tripoli che a Bengasi, con il pericolo di rese dei conti anche sanguinose. Si attende inoltre di vedere quale sarà l’atteggiamento del nuovo Presidente americano Joe Biden e se sarà confermato il sostanziale disimpegno voluto da Trump. Di certo attualmente vi è solo il sostanziale patto di spartizione territoriale tra Russia e Turchia che riguarda anche lo sfruttamento del patrimonio petrolifero libico. Con l’Italia che tenta di recuperare il suo tradizionale e storico ruolo ormai però ridotto attualmente a quello di osservatore passivo.


Alessandro Perelli

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