giovedì, 1 Ottobre, 2020

Libia, attacco di Al Sarraj, Haftar indietreggia

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Si stanno intensificando in Libia tormentosi venti di guerra, in un intrigo di interessi internazionali sempre più complicato.
In Libia, da ieri è iniziata un’offensiva del Governo di accordo nazionale di Tripoli contro le forze del maresciallo della Cirenaica, Khalifa Haftar. Dopo aver conquistato la base di Al Watiya, l’aviazione del premier Fayez al-Sarraj si è concentrata nelle ultime ore sulla città di Tarhuna, 80 chilometri a sud-est della capitale, ritenuta nevralgica per l’uomo forte di Bengasi.
Dall’alba ieri, jet libici, sostenuti dai turchi, hanno fatto piovere decine di missili contro le postazioni dei miliziani che puntavano a conquistare Tripoli. Solo oggi, secondo il comando dell’operazione Vulcano di Rabbia, sono stati distrutti quattro sistemi antiaerei russi Pantsir-S. Un duro colpo non solo per l’uomo forte della Cirenaica ma anche per i suoi due principali sostenitori: Emirati e Russia.
Il portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico, Ahmed al Mismari, ha annunciato una ritirata di 2-3 chilometri da tutte le linee del fronte a Tripoli per consentire agli abitanti della capitale di muoversi liberamente per le cerimonie della fine del Ramadan. I media pro-governo Tripoli parlano invece di uno sfaldamento delle milizie, divise tra quelle della Cirenaica e quella di Qani che a Tarhuna combatteva al fianco di Haftar e pare si stia distaccando.
Sul fronte politico, Ankara vedrebbe la vittoria finale. Il ministro della Difesa, Hulusi Akar, ha dichiarato: “Il nostro intervento in Libia ha permesso un significativo rovesciamento degli equilibri del conflitto a favore di Fayez al Serraj”. Da Tripoli, invece, il ministro dell’Interno, Fathi Bashaga, ha indicato gli Emirati come “causa principale della crisi. Non ci sarebbe stata alcuna crisi in Libia se gli Emirati avessero interrotto le loro interferenze dannose nei nostri affari interni, il loro sostegno ai golpisti e il loro rifornimento di armi”. Bashaga si è così espresso in risposta a un messaggio del ministro degli Esteri emiratino, Anwar Gargash, che invece accusava le fazioni in lotta in Libia di mirare solo a “vittorie sul piano tattico” e rinnovava l’invito a un cessate il fuoco per una soluzione politica.
Dunque, Egitto ed Emirati Arabi Uniti stanno preparando l’uscita di scena del generale Khalifa Haftar, il comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) impegnato da oltre un anno nell’offensiva per la conquista di Tripoli e che due giorni fa ha perso il controllo di una base aerea strategica da cui lanciava le sue operazioni militari nella zona occidentale della Libia. Sarebbe questa la tesi sostenuta dal quotidiano indipendente egiziano Mada Masr, citando fonti libiche ed egiziane.
Egitto ed Emirati hanno deciso che Haftar “è in uscita”, ha detto a Mada Masr una fonte politica libica vicina al generale, mentre un funzionario egiziano ha dichiarato al quotidiano: “A questo punto l’alleanza Egitto-Emirati Arabi Uniti-Francia che ha sostenuto Haftar è chiamata a decidere la prossima mossa in vista della sconfitta di Haftar. Nessuno può ancora scommettere su Haftar”.
Decisiva sarebbe la perdita della base aerea di al Watiyah, che Haftar aveva conquistato nel 2014, oltre al venir meno della fiducia di alleati politici e tribù nell’Est del Paese.
Una fonte vicina ad Haftar, del suo quartier generale a Rajma, vicino Bengasi, ha detto: “Nell’Est della Libia, ci sono politici e uomini di strada che dicono che la guerra deve finire, sono sotto pressione su due fronti: i loro figli stanno combattendo nell’Ovest della Libia e temono Haftar”.
La base di Al Watiyah è caduta dopo giorni di raid aerei condotti dalle forze turche che sostengono il governo di accordo nazionale di Tripoli (Gna). Ora quella più vicina in mano all’Lna si trova a Jufra, circa 490 chilometri da Tripoli.
Una fonte militare del Gna ha raccontato al quotidiano egiziano che l’attacco di lunedì sarebbe stato messo a segno in coordinamento con le forze della città di Zintan, alleate con Haftar e presenti all’interno della base. Sarebbe stato lo stesso comandante militare del Gna ed ex ministro della Difesa, Osama al-Juwaili, di Zintan, a convincere i due gruppi principali presenti all’interno della base a ritirarsi prima dell’avanzata delle forze di Tripoli.
Una volta conquistata la base, sui social media sono poi apparse le foto e i video dei sistemi di difesa aerea russi Pantsir, venduti agli Emirati e poi passati ad Haftar, e “i russi non sono stati per niente contenti”, ha sottolineato la fonte egiziana.
Secondo la fonte politica libica, gli Emirati, dopo essersi consultati con l’Egitto, avrebbero chiesto al Regno Unito di intervenire a sostegno della road map illustrata nelle scorse settimane dal leader del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, per riformare l’Accordo politico libico firmato nel 2015 a Skhirat con la mediazione dell’Onu. La fonte libica ha detto: “Gli Emirati stanno cercando di ripiegare su Saleh, che è sostenuto da Egitto e Russia”.
Il quotidiano ha anche ricordato che a fronte del calo di sostegno per Haftar nella zona orientale del Paese, da settimane Il Cairo avrebbe iniziato a cercare un nuovo interlocutore libico, aprendo un canale di comunicazione con Abdel Razeq al-Nathuri, capo di gabinetto di Haftar, che non godrebbe più della sua fiducia. Questo significherebbe che Haftar verrebbe sostituito, ma la guerra civile in Libia continuerebbe con gli stessi schieramenti.
Infatti, otto caccia della Russia sono stati trasferiti in Libia. Lo ha comunicato a Bloomberg il ministro dell’Interno del governo di Tripoli, Fathi Bashagha, secondo cui almeno sei MiG 29s e due Sukhoi 24s sono arrivati nell’est della Libia dalla base aerea russa di Hmeimim, in Siria. Scortati, ha detto ancora Bashagha, da due caccia Su-35 russi. Non è chiaro se si tratti di velivoli che già appartenevano alle forze al comando del generale Khalifa Haftar o di nuovi ‘arrivi’ per la sua flotta.
Il capo delle forze aeree dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), Saqr al-Jaroushi, ha minacciato: “Nelle prossime ore assisterete alla più vasta campagna aerea nella storia della Libia. Tutte le posizioni e gli interessi della Turchia in tutte le città sono obiettivi legittimi per i nostri aerei da guerra e chiediamo ai civili di stare lontani da questi. Le prossime ore saranno molto dolorose”.
In risposta, il portavoce della diplomazia turca, Hami Aksoy, in una dichiarazione all’Agenzia ufficiale Anadolu, ha affermato: “In caso di attacco contro gli interessi turchi in Libia, le conseguenze saranno molto pesanti e le forze golpiste di Khalifa Haftar saranno considerate come obiettivi legittimi”.
Ieri il portale di notizie Libya Observer ha dato notizia della distruzione da parte delle forze aeree di Tripoli di sette batterie del sistema antiaereo russo Pantsir-S1 consegnati alle forze di Haftar dagli Emirati Arabi Uniti. Il portavoce delle forze di Tripoli, Mohammed Gununu, ha anche confermato la distruzione di mezzi blindati e di altri mezzi militari in bombardamenti aerei a Tarhuna, oltre ad attacchi aerei ad Al Wishka in cui sono stati uccisi combattenti al comando di Haftar e distrutti depositi di munizioni.
Haftar, alla guida dell’Lna, con l’appoggio di Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, punta dall’aprile dello scorso anno alla conquista della capitale. Due giorni fa il governo di Tripoli ha annunciato di aver ripreso il controllo della base aerea di Watiya, considerata strategica per l’ormai indebolita offensiva di Haftar.
Proprio ieri il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha sostenuto che gli equilibri in Libia siano cambiati in modo considerevole dopo che la Turchia ha iniziato a sostenere il governo di Tripoli con la formazione, la cooperazione e l’assistenza in campo militare.
Dietro le quinte dello scenario libico si muove con molta discrezione anche la Cina che spesso è poco considerata perché non sta scaricando sul suolo libico frotte di mercenari o mobilitando droni per raid aerei come fanno Emirati arabi uniti, Turchia e Russia.
Pechino però sta costantemente investendo a livello economico ed esercitando un’influenza in modi che promuovono l’integrazione della Libia nello scacchiere delle ambizioni globali della Cina. Questo è il significato di un articolo pubblicato dal “Carnegie Endowment for International Peace”, un think-tank di spicco statunitense.

Secondo ‘Foreign Policy’, una delle riviste di politica ed economia più lette al mondo: “Quando scoppiò la protesta contro il regime di Muammar Gheddafi nel 2011, Pechino si astenne nel voto al Consiglio di sicurezza che autorizzò l’intervento militare che ha aperto la crisi ancora in corso”.
Secono il parere di due analisti dell’Endowment: “Si trattò di una posizione che, oltre a contrastare l’influenza statunitense, fu un riflesso della sua calcolata neutralità in Libia. Il coinvolgimento della superpotenza asiatica si è focalizzato sulla penetrazione economica, la sua più forte linea di influenza, e la diplomazia dietro le quinte”.

Già sotto il regime di Gheddafi la Cina si era impegnata nella costruzione di varie infrastrutture: nel 2011 Pechino aveva 75 società che sviluppavano 18,8 miliardi di dollari di affari in Libia attraverso 36 mila dipendenti impegnati in circa 50 progetti fra l’altro di edilizia abitativa, ferrovie, telecomunicazioni e idroelettrico.

Ora ufficialmente la Cina appoggia il governo di Accordo nazionale del premier Fayez al-Sarraj e i suoi diplomatici avrebbero incontrato esponenti dell’esecutivo di Tripoli nove volte tra il 2016 e quest’anno. Si è svolta anche una bilaterale esteri fra Mohamed Siala e Wang Yi a margine del Forum di cooperazione Cina-Africa (Foocac) a metà del 2018 con la firma di un memorandum d’intesa per inserire la Libia nella nuova Via della seta, la strategica iniziativa della Repubblica Popolare Cinese per il miglioramento dei suoi collegamenti commerciali con i paesi nell’Eurasia. Già l’anno dopo il commercio bilaterale fra i due Paesi è schizzato a 6,21 miliardi di dollari con un aumento annuo del 160% trainato soprattutto dall’export petrolifero libico.
Gli analisti Carnagie prevedono però che se il generale Khalifa Haftar dovesse dotarsi di conti in valuta pregiata o imporsi altrimenti a livello finanziario sul governo di Tripoli, la Cina probabilmente rafforzerebbe le proprie relazioni con l’uomo forte della Cirenaica con il quale peraltro si è lasciata canali aperti. Ne è prova l’accordo del 2016 per consentire a imprese statali cinesi di finanziare progetti di sviluppo del governo dell’est della Libia guidato dal premier Abdullah al-Thinni.
Insomma, in Libia ci sono le premesse per una guerra infinita, con continui ribaltamenti di fronti ma senza nessun vincitore. La situazione libica sta diventando analoga ad altri territori del Medio Oriente caratterizzati dalla presenza del petrolio nel sottosuolo. Gli unici sconfitti sono gli abitanti costretti a vivere nella paura e nella povertà o a morire sotto i bombardamenti.

Salvatore Rondello

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