giovedì, 2 Luglio, 2020

Libia, Di Maio incontra Serraj per fermare il conflitto

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La Lega Araba ha chiesto oggi il ritiro di tutte le truppe straniere dalla Libia e l’apertura di colloqui di pace capaci di mettere fine al conflitto nel Paese. L’organizzazione si è riunita in video-conferenza su richiesta dell’Egitto.
In un comunicato la Lega Araba ha espresso il suo “rifiuto” per “qualsiasi intervento straniero illegittimo” in Libia ed ha chiesto “il ritiro di tutte le forze straniere dal territorio della Libia e dalle sue acque territoriali”.
Il rappresentante del Governo di accordo nazionale presieduto da Fayez al Sarraj, Saleh al Shemakhy, ha tuttavia espresso riserve sull’appello della Lega Araba, dichiarando che le forze straniere che sostengono l’esecutivo di Tripoli hanno contribuito a respingere “l’aggressione” delle forze del generale Khalifa Haftar.
In Libia, mentre si valuta se i soldati di Fayez al Sarraj attaccheranno o meno Sirte, c’è un movimento laterale che desta attenzione. La Turchia da circa un mese ha avviato un ponte aereo sul Mediterraneo. Secondo fonti militari vi farebbero parte velivoli dei 221esimo e 222esimo squadrone, che da Istanbul puntano su Misurata. Tanto che negli ultimi 34 giorni ci sono stati almeno 23 voli verso la Libia. L’ipotesi è che Ankara si stia preparando a riattivare la base aerea di Waitiya e che stia rafforzando il presidio sulla città costiera. Il GNA, d’altronde, non aveva fatto mistero di aver dato il suo ok alla nascita di due basi militari turche come ringraziamento per il sostegno fornito nel contrastare la campagna di Khalifa Haftar verso Tripoli. Resta da capire quale sarà la risposta dell’altro grande attore internazionale, la Russia, schierata al fianco dell’LNA.
Intanto, accelerano i colloqui per riaprire i negoziati tra Sarraj e Bengasi. Ma con Saleh, invece del Generale.
Intanto, nella comunità internazionale, Usa e Russia in primis, lavorerebbero per rilanciare al più presto i negoziati politici in Libia. Non a caso, esponenti del dipartimento di Stato americano hanno serrato i contatti anche con i partner UE. Questo lascerebbe sperare in un rapida conclusione della controffensiva di Sarraj verso Haftar, dopo la riconquista di Sirte dall’LNA. Poi, verrebbe decretata la tregua e inizierebbero gli incontri tra le parti. In proposito, diventa sempre più probabile l’ipotesi che a guidare la delegazione di Bengasi non ci sarà Haftar, ma Aguila Saleh. Il presidente della Camera dei Rappresentanti (HoR) di Tobruk è stimato da entrambi gli attori, in quanto eletto regolarmente e uomo di parola, nonché dei partner internazionali.
Un primo importante segnale per la riapertura dei negoziati sul memorandum Italia-Libia sui migranti è arrivato ieri, dopo che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è volato a Tripoli, a sorpresa, per incontrare il premier libico Fayez al-Serraj, per riprendere un dialogo. Al centro dei colloqui il conflitto ma anche il tema dei flussi migratori, di fondamentale interesse per l’Italia.
Il memorandum è l’accordo siglato nel 2017 dall’allora premier Gentiloni con la Libia per contenere le partenze dei migranti dal Nord Africa, attraverso il potenziamento della cosiddetta Guardia costiera libica. I migranti bloccati vengono riportati indietro e portati nelle carceri libiche, dove vengono sottoposti a violenze e torture. Dopo tre anni lo scorso febbraio l’Italia non ha bloccato l’accordo, che era in scadenza, come veniva chiesto da più parti politiche e da molte associazioni umanitarie, ma ha ottenuto che Oim e Unhcr avessero accesso nei centri di detenzione.
Il titolare della Farnesina ha adesso in mano un documento di sette pagine, “la proposta libica di modifica del Memorandum of Understanding del 2017 in materia migratoria”, che accoglierebbe le richieste avanzate dall’Italia. In uno dei passaggi del testo, si legge: “La Libia si impegna nell’assistere i migranti salvati nelle loro acque, a vigilare sul pieno rispetto delle convenzioni internazionali attribuendo loro protezione internazionale così come stabilito dalle Nazioni Unite”. Ricordiamo però che la Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra.
Il ministro Di Maio ha affermato: “Un risultato importante cui tenevamo molto, bisognerà approfondire i contenuti della proposta, ma da una prima lettura sembra che vada nella giusta direzione, recependo la volontà italiana di rafforzare la piena tutela dei diritti umani”.
Il ministro ha indicato la data del 2 luglio per iniziare a discutere dei dettagli tecnici nella Commissione tecnica italo-libica.
Il ministro italiano ha ribadito: “La Libia resta una priorità della nostra politica estera e della nostra sicurezza nazionale. Siamo più che mai determinati a difendere i nostri interessi geostrategici, che coincidono con quelli del popolo libico, e lo faremo. Nonostante l’importanza dell’impegno turco in Libia, l’Italia resti per Tripoli un partner fondamentale, assolutamente irrinunciabile e insostituibile”.
Guardando agli sviluppi del conflitto libico, nella lotta tra le forze di Serraj e gli uomini del generale Khalifa Haftar, il capo della diplomazia italiana ha espresso al governo di Tripoli la preoccupazione che le operazioni per liberare Sirte potrebbero portare a nuovi combattimenti: “E’ essenziale evitare il congelamento del conflitto che porterebbe una divisione di fatto del Paese per noi inaccettabile. È importante che il confronto sulla nuova linea del fronte a Sirte non diventi punto di partenza per una nuova escalation militare, ma sia occasione per negoziare un cessate il fuoco sostenibile che coinvolga tutti gli attori. Un appello affinché cessi l’afflusso di armi nel Paese in violazione della risoluzione delle Nazioni Unite. In questo senso, un ruolo fondamentale può essere svolto dall’operazione Irini, missione che l’Italia è determinata ad assicurare che sia geograficamente bilanciata e possa operare garantendo efficacia e imparzialità”.
Da parte sua, Serraj ha ringraziato l’Italia per il suo contributo alle operazioni di sminamento a Tripoli e ha fatto presente la necessità che: “La missione europea Irini per far rispettare l’embargo delle armi sia complessiva via mare, terra e aria”.
La risoluzione dell’Onu sull’embargo delle armi in Libia finora non è mai stata rispettata. Prima gli aiuti militari arrivavano ad Haftar attraverso l’Egitto, adesso stanno arrivando ad Al Serraj dalla Turchia.
Ora la partita sarebbe a favore del Governo Nazionale di Tripoli grazie all’intervento decisivo della Turchia che gioca una partita su più tavoli, ma il cui ruolo verrebbe apparentemente ridimensionato dalla discesa in campo diplomatico degli Stati Uniti. Poco se ne è parlato finora, ma la questione libica ha creato posizioni diverse all’interno della Nato dove la Francia sostiene Haftar e la Turchia Al Serraj.
Il ministro degli Esteri francese, spaventato dalla deriva, già un mese fa ha usato il termine ‘sirianizzazione’, brutta parola che però rende bene l’idea. La ripetono in queste ore un po’ tutti: la Libia sta diventando sempre più uno scatolone-regalo per la Turchia e la Russia, le stesse che comandano in Siria e che qui armano l’una il governo tripolino di Fayez al-Sarraj, l’altra il generale cirenaico Khalifa Haftar. Dallo scorso inverno, da quando Erdogan ha portato a Tripoli i miliziani siriani, i rapporti di forza si sono rovesciati.
Il primo a cui sono saltati i nervi è Emmanuel Macron, sostenitore di Haftar, già furioso perché la settimana scorsa le sue fregate che pattugliano il Mediterraneo s’erano imbattute in un cargo turco pieno d’armi, e s’era sfiorata la battaglia navale tra i due Paesi della Nato. Il presidente francese ha detto: “Oltre che una crisi diplomatica, la Turchia sta giocando una partita pericolosa”.
La risposta di Erdogan è immediata: “Il gioco pericoloso lo fate voi. Stando col golpista Haftar e creando il caos”.
Per essere più chiaro, il presidente della Turchia ha fatto arrestare un’ex guardia del consolato francese a Istanbul e tre turchi, tutti accusati d’essere spie a libro paga di Parigi dentro il mondo degli islamisti.
La Libia ha messo in crisi la Nato già nove anni fa, con la cacciata di Gheddafi, a suon di bombardieri francesi, e oggi si ritrova due Paesi membri l’un contro l’altro armato. Lo stesso Eliseo si è così espresso: “È la morte cerebrale dell’Alleanza atlantica, ma bisogna dire ai turchi: è ora di fermarsi. Non tollereremo il vostro ruolo. Avete raggiunto l’obbiettivo di capovolgere la situazione militare: basta così”.
Il concetto è stato ripetuto da Macron in una telefonata a Donald Trump, che finora si preoccupava della Libia solo per il petrolio o per il terrorismo, e invece lunedì ha mandato il capo del Pentagono in Africa, Townsend, a negoziare una tregua militare. In parte somiglierebbe alla posizione dell’Italia, che gioca sui due tavoli. Luigi Di Maio è stato in Turchia, ora va a Tripoli e lascia aperto il canale Haftar, perché la crisi riguarda la nostra sicurezza nazionale e non possiamo permettere nessuna partizione.
L’ultima cosa di cui ha bisogno la Libia sono nuovi interventi dall’estero, ha detto ieri mattina un portavoce Onu. Invece, si stanno agitando in troppi. La Francia, al fianco di Haftar, insieme all’Egitto. Il presidente egiziano Al Sisi ha avvertito: “C’è una linea rossa che i turchi non possono superare”. Questa linea va da Sirte, la simbolica città natale di Gheddafi già liberata dall’Isis, e arriva alla base aerea d’Al Jufra, 250 km a sud, dove i russi hanno piazzato i Mig-29, i Su-24 e le migliaia di mercenari dell’esercito privato Wagner, tutti in appoggio della Cirenaica. Se Sirte cadrà, come sembra, la marcia dei turchi verso Est potrebbe arrivare fino a Bengasi e ai grandi pozzi petroliferi di Ras Lanuf.
Al Sisi, parlando ai suoi soldati non ha escluso un intervento armato in nome della sicurezza nazionale: “Inaccettabile, tenetevi pronti. L’Egitto ha il diritto di difendere i suoi confini”. Così avrebbe ricevuto l’applauso di Arabia saudita, Emirati arabi e di tutta la Lega araba.
Di mezzo ci sono naturalmente le vecchie ruggini con Erdogan, che nel 2013 finanziava i Fratelli musulmani al Cairo come ora dà soldi agli islamici di Tripoli. Ma c’è soprattutto l’alleanza francese ed egiziana con Putin che dice di volere un cessate il fuoco e invece ci soffia sopra mantenendolo acceso, come in Siria.
In Libia la situazione resta complicata come in diversi Paesi dove c’è il petrolio nel sottosuolo.

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