venerdì, 30 Ottobre, 2020

Libia, il coronavirus non ferma le operazioni militari

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Il coronavirus non ferma le operazioni militari in Libia e nemmeno gli sbarchi dei migranti nel nostro Paese. Nonostante il contagio abbia raggiunto Tripoli, pur in forma ridotta, continuano gli scontri armati tra le truppe del Governo di Al Serraj, riconosciuto da Unione Europea, ONU e Usa e le milizie del generale Haftar, sostenute da Egitto, Emirati Arabi ma anche da Russia e Francia. E continuano anche le rivendicazioni spesso in chiave propagandistica di successi militari da una parte e dall’ altra e di abbattimenti di aerei. Una sola cosa appare certa: la nuova missione navale europea ( dopo il termine di quella denominata Sophia),che doveva impedire l’ afflusso di nuovi armamenti si sta rivelando un buco nell’acqua. Di navi europee nessuna traccia e proprio due giorni fa, evitando il contatto con le navi turche, invece presenti, un imbarcazione proveniente dall’Egitto ha scaricato un grande quantitativo di armamenti nel porto di Tobruk, ad esr della costa libica, rifornendo abbondantemente il generale Haftar.

Le truppe dello stesso hanno abbattuto un drone turco che sorvolava la periferia di Tripoli per colpire una base aerea, dove continuano i combattimenti e dove a fasi alterne le due parti comunicano di aver preso il sopravvento. Non cessano invece gli sbarchi dei migranti e proprio nelle ultime ore diversi barconi con centinaia di clandestini sono sbarcati a Lampedusa e ovviamente posti in quarantena. Rimane invariata la situazione sulla nave tedesca Alan Kurti con a bordo 200 migranti ma a cui è stato rifiutato l’ attracco sia da Malta che dal nostro Paese a causa del coronavirus. A proposito del contagio dilagante in Italia si sta sviluppando una gara diplomatica tra i Paesi impegnati nella guerra in Libia. Nonostante si contino le prime vittime anche a Tripoli il Governo di Al Serraj ha inviato un aereo con trenta medici al Governo italiano.

Contemporaneamente Egitto e Emirati Arabi, impegnati sul fronte opposto, hanno fatto pervenire a Roma mascherine e attrezzature mediche. Il fatto è che in Libia a una popolazione già stremata dai combattimenti si potrebbe aggiungere un dilagare del contagio pericoloso da una parte per le insufficienti attrezzature mediche per affrontarlo adeguatamente, dall’altra per i riflessi deleteri sullo stato d’animo dei libici


Alessandro Perelli

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