sabato, 24 Ottobre, 2020

Libia nel caos e Italia fuori scena. I contendenti riuniti al Cairo

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I rappresentanti della Cirenaica e di Tripoli, le due parti che si contendono la Libia, sono riuniti al Cairo. Dopo il summit tenutosi in Marocco, questo nuovo incontro si svolge in vista della conferenza di Ginevra prevista per il 19 ottobre, in cui parteciperanno diversi paesi. In Libia starebbe iniziando un processo di riavvicinamento, pur con tutte le difficoltà del caso, dovute anche all’ingerenza di paesi come la Turchia.
Michela Mercuri, esperta di Libia e docente di Storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’Università di Macerata, in un’intervista ha spiegato: “E’ un processo cominciato dal basso, grazie alle rivolte popolari sia a est che a ovest che hanno obbligato le due parti ad avviare un dialogo, a riprendere la produzione di petrolio e soprattutto a raggiungere un cessate il fuoco”.
Al Cairo i temi principali riguardano le elezioni ed il processo costituzionale sotto l’egida delle Nazioni Unite.

 

Secondo la professoressa Mercuri: “I colloqui intra-libici che si tengono al Cairo e che si sono svolti anche in altri paesi come il Marocco sono fondamentali per tenere aperto un canale di dialogo fra l’est e l’ovest della Libia e anche per cementare i  piccoli passi compiuti come il cessate il fuoco e la ripresa della produzione di petrolio. Colloqui importanti anche pensando alla prossima conferenza di Ginevra, che vedrà la partecipazione di diversi attori internazionali”.

Sul ruolo di Haftar e Serraj, l’esperta di Libia ha detto: “Serraj ha dato formalmente le dimissioni, ma il possibile avvicendamento potrebbe scatenare malcontento, perché suscita l’appetito di molti che vorrebbero entrare nel nuovo consiglio presidenziale. Non sarà semplice, ci sono divergenze non solo fra est e ovest del paese, ma anche all’interno degli stessi due blocchi. A ovest si assiste allo scontro fra esponenti, come il primo ministro, vicini alla Fratellanza musulmana e personaggi più moderati. A est sussistono problemi su chi dovrebbe essere l’attore dominante fra il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, e Haftar. Seppure ridimensionato, Haftar gode di un ruolo ancora significativo, perché ci sono attori come gli Emirati Arabi che lo sostengono. Lo scontro fra le forze più moderate e il generale è ancora aperto, anche perché Haftar continua ad avere una forza militare sul terreno”.

 

Sul ruolo giocato dagli Stati Uniti, Unione europea e Italia, la docente dell’Università di Macerata ha osservato: “Da un lato, è vero che gli Usa sembrano essere rientrati in partita per evitare un rapporto strategico tra Russia e Turchia e soprattutto per evitare la presenza militare russa, ma è anche vero che questi accordi di pace hanno visto un interessamento piuttosto limitato degli americani”.
Sui dialoghi intrapresi, la Mercuri ha spiegato: “Sono frutto piuttosto di un dialogo intra-libico ed è questa la novità. Un dialogo che non nasce dall’alto o sulla spinta delle varie conferenze internazionali, ma dalla volontà dei libici di dialogare. Questo dialogo nasce dalla spinta del popolo, in seguito a manifestazioni di protesta sia a est che a ovest. Le rivolte popolari hanno spinto le due leadership a cercare un accordo per placare queste proteste, che mettevano in crisi la loro legittimità e che li hanno indotti, ad esempio, a riprendere la produzione di petrolio”.
Sulla Fratellanza musulmana e la Turchia la professoressa Mercuri ha osservato: “La Turchia ha investito molto nel conflitto libico, ma ha già avuto qualcosa in cambio: una base navale a Misurata e una base aerea. È probabile che la Turchia voglia mettere ancor più mano nell’ovest del paese dopo le dimissioni di Serraj, una persona molto vicina alla Fratellanza musulmana, mentre gli Usa vorrebbero una persona super partes, come il vicepremier libico. In questo senso la Turchia potrebbe essere un problema per i futuri accordi intra-libici”.

Sul ricorso alle elezioni la professoressa intervistata dal Sussidiario ha detto: “Non è la prima volta che si parla di elezioni: ricordiamo Macron nel 2018 quando cercò di fare una road map che portasse il paese al voto entro l’anno. È difficile parlare di elezioni oggi, perché gli equilibri interni restano molto precari,  ed è difficile dire chi possa vincerle, perché tali equilibri da qui a marzo, data ritenuta auspicabile, potrebbero cambiare. I nomi sono molti, anche volti nuovi capaci di convogliare parte del consenso popolare. Mi riferisco al figlio di Gheddafi, che qualche settimana fa si è recato in gran segreto a Mosca per colloqui riservati. Potrebbe essere capace di convogliare parte del consenso, ma è tutto da vedere. La cosa importante è che si tengano elezioni in un clima quanto più coeso possibile”.
Sulla presenza delle ingerenze straniere la Mercuri ha affermato: “Qualunque sarà il risultato del voto, le ingerenze non finiranno mai. Paesi come la Russia, la Francia e la Turchia hanno inviato uomini e mezzi e si sono impossessati di luoghi strategici in Libia. Le ingerenze internazionali continueranno più o meno velatamente a condizionare gli equilibri interni”.

Sul ruolo dell’Italia, Michela Mercuri ha detto: “In questo momento l’Italia ricopre un ruolo, auto inflittosi, assolutamente marginale, avendo lasciato campo libero alla Turchia. L’Italia deve in qualche modo riavvicinarsi ad Ankara, piaccia o meno: non a caso si è appena svolto un incontro fra Di Maio e il ministro degli Esteri turco. L’Italia oggi è marginalizzata e lo resterà. Se vuole tornare in partita, deve ingraziarsi Erdogan, non è una cosa piacevole, ma è quello che il nostro paese ha prodotto per colpa della sua assenza”.
Sul caso dei pescatori italiani fermati e detenuti in Libia, la professoressa ha spiegato: “È un vero e proprio ricatto da parte di Haftar. Il sequestro è avvenuto proprio il giorno dopo in cui Di Maio ha incontrato il presidente del parlamento di Tobruk, rifiutando l’incontro con Haftar. È un modo per dimostrare che il generale conta ancora e vuole un riconoscimento da parte dell’Italia. È anche la prova ulteriore della nostra marginalità. Ci siamo rivolti alla mediazione degli Emirati, dei russi e degli egiziani, a conferma della nostra assenza nel teatro libico. La mediazione però sembra non aver portato alcun risultato, ma potrebbe esserci quasi un paradosso. La Turchia, che ci ha aiutato a liberare Silvia Romano, nella Libia orientale non ha interlocutori e potrebbe rivolgersi a Mosca, finendo che per ottenere la liberazione dei pescatori alla fine dovremo rivolgerci ancora a Erdogan”.

Dunque, il risultato della politica estera italiana in Libia, ha messo l’Italia in ginocchio davanti alla Turchia. D’altronde cosa ci si può aspettare da un governo prono a realizzare ‘cose turche’?

Salvatore Rondello

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