mercoledì, 24 Aprile, 2019

Libia nel caos. Venti di guerra sempre più forti

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Diventa sempre più difficile stabilizzare la Libia. Fayez al-Sarraj, il capo della Libia riconosciuto a livello internazionale, ha accusato il generale Khalifa Haftar di “averlo tradito” a seguito dell’offensiva militare intrapresa per prendere la capitale Tripoli.
In un discorso televisivo, trasmesso da Al Jazeera, Fayez al-Sarraj ha detto che l’esercito nazionale libico di Haftar incontrerà una fiera restistenza da parte delle forze fedeli al suo governo di unione nazionale sostenuto dalle Nazioni unite.
Al-Sarraj ha detto: “Abbiamo steso le nostre mani verso la pace ma dopo l’aggressione da parte delle forze di Haftar e la sua dichiarazione di guerra contro le nostre città e la nostra capitale non troverà nient’altro che forza e fermezza”. Al-Sarraj ha ammonito anche su “una guerra senza vincitori”.
Jet militari del governo di Tripoli hanno colpito la base aerea di al-Watiyah, 130 chilometri a sud-est della capitale, sotto il controllo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar. Lo ha riferito l’emittente locale ‘al-Ahrar’, sottolineando che è l’unica base controllata dalle forze di Haftar nei pressi di Tripoli. Secondo la tv libica, la base è stata utilizzata per lanciare raid aerei sulla capitale contro le postazioni delle forze fedeli al governo riconosciuto dall’Onu, ubicate a Naqliya camp sulla strada per l’aeroporto internazionale (chiuso nel 2014), nonostante le promesse di lasciare questa base fuori dei combattimenti.
Intanto, gli Stati Uniti sono profondamente preoccupati per gli scontri in Libia. Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha affermato: “All’offensiva militare delle forze del generale Haftar e chiediamo l’arresto immediato delle operazioni contro la capitale libica. Tutte le forze ritornino nelle loro posizioni precedenti all’inizio degli scontri”.
In un comunicato con le dichiarazioni di Pompeo, diffuso dal dipartimento di Stato, si legge: “Le parti coinvolte hanno la responsabilità di ridurre le tensioni, come affermato dal Consiglio di Sicurezza e dal G7 il 5 aprile. La campagna militare unilaterale contro Tripoli mette in pericolo la popolazione civile e soffoca la possibilità di ottenere un futuro migliore per tutti i libici. Non c’è soluzione militare per il conflitto in Libia. Per questo gli Stati Uniti continuano, con i nostri partner internazionali, a fare pressione sui leader libici affinché ritornino al tavolo dei negoziati con la mediazione dell’Onu, perché una soluzione politica è l’unica via per unificare il Paese e offrire un piano di sicurezza, stabilità e prosperità per tutti i libici”.
Al momento è di almeno 32 morti e 50 feriti il bilancio dell’offensiva lanciata giovedì scorso dalle forze del generale Haftar. Lo ha reso noto il ministro della Sanità del governo di concordia nazionale, Ahmed Omar, in una dichiarazione all’emittente ‘Libya al-Ahrar’. Il ministro ha precisato che la maggior parte delle vittime sono civili, ma non ne ha precisato il numero.
Sabato, invece, l’autoproclamato esercito nazionale libico di Haftar ha reso noto di aver perso 14 uomini nei combattimenti.
Il vice presidente del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale, Ali Al-Qatrani, ha annunciato le sue dimissioni e ha espresso il suo sostegno all’operazione dell’Esercito nazionale libico (Lna) a Tripoli. Lo rende noto il Asharq Al-Awsat riportando dichiarazioni dello stesso Al-Qatrani. Al-Qatrani ha detto: “Fayez al-Sarraj è controllato dalle milizie e tale azione condurrà la Libia solo verso ulteriori sofferenze e divisioni. Attraverso l’incoraggiamento di queste milizie, Sarraj ha violato l’accordo politico sulla Libia abusando dei privilegi concessi a lui come capo del Consiglio presidenziale”. Così Al-Qatrani ha salutato la marcia della Lna su Tripoli con lo scopo di liberarla dalle bande terroristiche e criminali.
Non è previsto il ritiro dei circa duecento militari italiani disposti a presidio dell’ospedale di Misurata, in Libia. Fonti qualificate hanno smentito le notizie diffuse dai media libici riguardo un ritiro delle truppe italiane. Le stesse fonti confermano che la struttura italiana rimane operativa a disposizione della popolazione libica.
Gli scontri tra forze armate a Tripoli proseguono, lo ha reso noto l’Onu aggiungendo che la finestra temporale per la possibile tregua per trasferire fuori dalle aree colpite i feriti e i civili è finita domenica sera, senza esito. Le due parti in conflitto, il governo di Tripoli e i militari fedeli al generale Haftar, non hanno aderito alla tregua umanitaria richiesta dalle Nazioni Unite. Nella sola giornata di domenica almeno 21 persone sono morte e altre 27 sono rimaste ferite alla periferia di Tripoli.
La Libia è nel caos. L’autoproclamato Libyan national army (Lna), guidato dall’uomo forte della Cirenaica, ha attaccato il Governo di unità nazionale (Gna) con sede a Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale e guidato dal premier Fayez al-Serraj. Le milizie hanno un ruolo che è ancora una volta determinante: pronte a vendersi al miglior offerente, sono e saranno decisive negli equilibri futuri del Paese nordafricano. Il governo di Al-Serraj gode al momento del sostegno di alcune delle milizie più ‘pesanti’, come quella salafita ‘Rada’.
Che cosa significa per l’Italia una Libia vicina alla guerra civile? Un conflitto alle porte di casa potrebbe sconvolgere l’intera area mediterranea. La speranza dell’Italia e di tutta la comunità internazionale è che la conferenza nazionale in programma a Gadames, nel sud ovest della Libia, che avrebbe dovuto riunire tutti i partiti e le fazioni libiche ad un tavolo, il 14 e 15 aprile, possa ancora svolgersi: ma è un auspicio più che una prospettiva concreta. L’Italia teme che quello libico si trasformi in un conflitto lungo e a bassa intensità. L’incertezza potrebbe avere la conseguenza di favorire un maggior numero di partenze sulla rotta del Mediterraneo centrale, e i flussi potrebbero coinvolgere anche la popolazione libica, oltre ai migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana.
Una guerra civile potrebbe mandare definitivamente in crisi il sistema pensato e messo in pratica sin dai tempi del precedente governo che con il sostegno delle forze armate libiche ha frenato il numero di partenze. Un dispositivo già traballante, (e molto criticato) che in un Paese impegnato in un conflitto interno non reggerebbe a lungo. Il personale militare presente sulle coste verrebbe meno, potrebbe essere facilmente indirizzato altrove. Il timore del governo italiano è un ritorno a quattro anni fa, a quel 2015 in cui il numero di partenze  dalla Libia toccò numeri record. Senza considerare che con la bella stagione ormai dietro l’angolo il numero di partenze potrebbe aumentare in ogni caso. Una eventuale guerra civile provocherebbe una ‘emergenza straordinaria’ secondo l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, ‘anche in termini di sicurezza’, perché ‘una Libia non governata può diventare riferimento sicuro per i foreign fighters di ritorno dalla Siria’.
Sul fronte prettamente economico invece le preoccupazioni sono minori, ma solo per il momento. L’Eni ha sì evacuato il (poco numeroso) personale presente nella regione dove ha impianti petroliferi, ma opera in zone della Libia in cui il controllo di Haftar da anni non è in discussione e dove il sostegno della popolazione locale è sicuro. Le cose cambierebbero in caso di una guerra diffusa, con combattimenti sul terreno anche in aree della Libia fino a oggi stabilizzate. Occhi puntati anche sul gasdotto Greenstream, lungo 520 chilometri, che collega Mellitah e Gela in Sicilia. L’interscambio tra Italia e Libia vale oggi complessivamente 4 miliardi di euro, soprattutto per importazioni di gas e di petrolio. Ma la mossa dell’Eni è stata fatta solo per precauzione: nessuna emergenza, ma la dovuta attenzione.
Il titolare del Viminale, Matteo Salvini, da Vinitaly ha detto: “Non sono tanto preoccupato per la questione dell’immigrazione perché ormai hanno capito che l’Italia ha finalmente iniziato a difendere i suoi confini via terra e via mare, sono preoccupato perché ci sono tanti italiani che stanno lavorando lì, perché c’è l’Eni che significa una delle principali aziende italiane che sta lavorando lì e perché vorremmo riprendere i rapporti commerciali con un Paese stabile”.
Dopo le affermazioni di Salvini, diventa sempre più difficile comprendere la necessità dell’Italia di regalare alla Libia dodici motovedette.
Le truppe di Haftar vanno verso Tripoli. Il premier Conte ha sostenuto: “Non possiamo permetterci una guerra civile”.
La reazione del governo italiano a livello diplomatico è stata molto cauta. L’ambasciata italiana a Tripoli, guidata da Giuseppe Buccino Grimaldi, è rimasta pienamente operativa e non è attualmente prevista alcuna riduzione del personale. La sede continua a monitorare attentamente la situazione.
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha detto: “Bisogna evitare una guerra civile in Libia, questo è il messaggio che il governo italiano sta trasmettendo al generale Haftar e agli altri interlocutori. Stiamo seguendo il dossier da tempo, è una evoluzione che ci preoccupa. Devo confessare che non ci lascia del tutto sorpresi, perché, ovviamente, seguendo con attenzione, avevamo colto questa possibile evoluzione. Non dico altro per via di riservatezza. Ma sicuramente stiamo cercando di rappresentare, soprattutto al generale Haftar e agli altri interlocutori, la necessità di evitare conflitti armati, non possiamo permetterci una guerra civile”.
Il capogruppo Pd al Senato, Andrea Marcucci, ha commentato: “Il silenzio e la totale mancanza di iniziativa del governo italiano sulla Libia stanno diventando imbarazzanti. Aspettiamo Conte in Aula il prima possibile, sempre che abbia qualcosa da dire”.
Emma Bonino ha lamentato: “In Libia rischiamo di ritornare non alla guerra a violenza di bassa intensità ma di ritrovarci in un rogo straordinario con molte conseguenze e non sto parlando dell’ossessione migranti, io quell’ossessione non ce l’ho, cerco di governare il fenomeno, è l’assenza dell’Europa sulla guerra che si paventa in Libia”.
Parigi ha fatto sapere che non era a conoscenza delle intenzioni di Haftar e che non ha alcun programma nascosto sulla Libia. Lo ha detto una fonte diplomatica francese citata da ‘Le Figaro’. La fonte ha quindi ribadito il sostegno francese al governo legittimo di al Serraj, per arrivare alla fine del processo politico negoziato ad Abu Dhabi alla fine di febbraio.
Nella Libia dilaniata dai conflitti fra le milizie e dagli scontri di potere fra la Tripolitania e la Cirenaica, c’è anche la presenza poco pubblicizzata se non addirittura segreta di truppe straniere, dislocate in base agli interessi geostrategici dei principali attori internazionali. Sull’esteso territorio di un milione e 700 mila chilometri quadrati, che per 42 anni era stato controllato dal colonnello Muammar Gheddafi, ci sono militari di Italia (in Tripolitania), Francia (in Cirenaica), Stati Uniti e Regno Unito (a Sirte e nel sud). Ancora più misteriosa è la presenza dei russi, mercenari o truppe speciali, che si muoverebbero sul terreno per consolidare interessi strategici.
L’Italia è presente ufficialmente con la missione Miasit di assistenza e supporto al Governo di accordo nazionale di Fayez Serraj. Prevede un impiego massimo di 400 militari, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei (questi ultimi nell’ambito delle unità del dispositivo aeronavale nazionale Mare Sicuro). Miasit sostituisce e rafforza la vecchia missione Ippocrate (300 uomini e 103 mezzi) che ha permesso la realizzazione di un ospedale militare da campo a Misurata che offre 30 posti letto. I militari italiani sono impegnati anche nell’addestramento delle forze locali.
Il maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, rivale dell’attuale governo libico, ha combattuto in Ciad al fianco di Muammar Gheddafi, poi è tornato in Libia per destituirlo; è stato alleato delle milizie islamiche prima di dichiarare loro guerra; a Palermo ha promesso di rispettare il ruolo di Tripoli e ora la sta invadendo. Il 75enne generale di Agedabia, dato per morto un anno fa quando era ricoverato a Parigi, ha alle spalle una vita da grande stratega militare, cresciuto al fianco del rais Gheddafi prima di essere da lui disconosciuto, e poi condannato a morte in contumacia.
Per anni è stato in esilio in Virginia, negli Stati Uniti, così vicino a Langley, quartier generale della Cia, da destare più di un sospetto di aver collaborato con gli americani nel tentativo di eliminare il dittatore libico.

Salvatore Rondello

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