martedì, 25 Giugno, 2019

Libia sull’orlo della guerra civile

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La stretta di mano tra Al Sarray e Haftar con in mezzo il Premier italiano Conte,  nemmeno cinque mesi fa alla conferenza di Palermo, propagandata dalle foto che avevano invaso i media, assume quasi i contorni del ridicolo visto quello che sta accadendo in Libia. È in atto infatti, in queste ore, una furibonda battaglia alle porte di Tripoli che può essere il presupposto di una vera e propria guerra civile. L’avanzata  delle truppe del generale Haftar, che già controlla Bengasi e la Cirenaica, è giunta a pochi chilometri dalla capitale libica e nonostante la reazione dei soldati del Governo Sarray, riconosciuto dall’Unione europea, costituisce una realtà di fatto che non potrà essere ignorata dai previsti successivi  incontri per trovare un accordo. Ma quello che è ulteriormente preoccupante, oltre alle già numerose vittime, è la regia internazionale  che sembra stia dietro al deteriorarsi della situazione.

Il sostanziale appoggio di Francia, Russia ed Emirati arabi e il silenzio prudente degli Usa alla condotta di Haftar  pongono pesanti interrogativi sul futuro di questo martoriato Paese che dopo la caduta di Gheddafi non sembra riuscire a trovare la strada della pacificazione e della ripresa. Pesano sicuramente le divisioni  tra i vari gruppi etnici che popolano la Libia (e che Gheddafi bene o male era riuscito a gestire), ma pesano ancora di più gli interessi economici sul controllo ed utilizzo delle risorse naturali come il petrolio. L’Italia è in una posizione geopolitica tale da essere il Paese più interessato alle relazioni con quel territorio che fu nel periodo coloniale un suo possedimento e con cui tradizionalmente si sono mantenuti molti legami di ordine sociale, culturale ed economico dopo la raggiunta indipendenza. Si ha l’impressione che le ultime mosse del Governo italiano non abbiano portato molti risultati positivi ed anzi ci sia stato un pericoloso vuoto di iniziativa politica con un acritico avallo al Governo Serray che si è dimostrato controproducente alla prova dei fatti e senza reale peso e strategia politica.

Il recente  ritiro da parte dell’Eni dal personale italiano dai numerosi  impianti per l’estrazione del petrolio  in territori minacciati dal propagarsi del conflitto interno, dimostra  ampiamente la gravità della situazione. Senza parlare delle risorse perse da molti  imprenditori italiani che avevano investito in Libia e che  speravano  di recuperare  almeno parzialmente il frutto delle loro iniziative ma che ora si trovano  nuovamente  nel caos più totale. Per il momento la nostra  ambasciata a Tripoli rimane aperta, così come proseguono le nostre missioni militari e la collaborazione con la guardia  costiera libica per il controllo del problema della migrazioni clandestine  sulle nostre  coste e  sussistono anche degli accorsi comuni sulla pesca, ma  i missili su Tripoli fanno presagire un futuro molto  problematico e incerto.

Alessandro Perelli

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1 commento

  1. Andrea Malavolti on

    Nel contesto della crisi libica, telefonata ieri tra Giuseppe Conte e Donald Trump. Il premier italiano ha chiesto aiuto alla Casa Bianca, ricevendo in cambio delle rassicurazioni ma anche la richiesta di riconoscimento della leadership di Guaidó in Venezuela. “Tutto ciò – scrive La Stampa – dimostra che c’è una partita parallela alla guerra che si combatte in Libia in campo aperto ed è quella diplomatica, terreno sul quale l’Italia sta cercando di recuperare il tempo perduto nei mesi passati”. È qui, in una singolare triangolazione tra Roma, Tripoli e Washington, “che sullo sfondo dello scontro all’ultimo sangue tra Misurata e l’uomo forte di Bengasi, generale Haftar, si delinea l’ombra del Venezuela, potenziale viatico tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca per intendersi poi in pieno anche sulla Libia”. (Fonte Pagine Ebraiche)

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