sabato, 7 Dicembre, 2019

Libri che raccontano la DC, il PCI e… (bontà loro) anche il Psi

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“Damnatio memoriae” per i socialisti. Perché?

L’autunno della politica ci riserva un libro che Marco Follini dedica al suo partito, la DC, raccontandone «con tenerezza» la storia. Uno storico non politico ma accademico, Ernesto Galli della Loggia, l’ha commentato precisando che si tratta del racconto di un Paese, giacché la DC ne ha rappresentato per lungo tempo la «visione»: poi ad un certo punto non riuscì più a farsene un’idea precisa per il futuro, andò in crisi e cadde. E qui si innesta un suo pesante rilievo. Se l’ultima «visione» forte della DC fu quella di «portare a destinazione il sistema democratico… favorendo in qualche modo l’ingresso al governo del Partito comunista» – per poi giungere, secondo il pensiero di Moro, al regime dell’alternanza tra due poli, quello centrista e quello progressista – forse sta proprio qui il problema. «A distanza di tanti anni – scrive Galli della Loggia – oggi possiamo forse dire che un regime dell’alternanza era con il PSI che bisognava cercare di costruirlo, non con un comunismo italiano dalle cui ceneri era destinato a nascere solo una sinistra minoritaria, confusa e divisa, senza idee e senz’anima».

Sì, oggi si può forse rimeditare più chiaramente la storia della Repubblica, anche se permangono forti incrostazioni con ancora dipinto il PCI di Berlinguer come punta della sinistra democratica, quando invece ne rappresentò un freno. Sul piano morale – presentato a vanvera come un suo pregio – il PCI fu il partito che si finanziava più irregolarmente di tutti: per averne un quadro autentico si rimanda al libro di Cervetti, capo organizzativo del partito berlingueriano, “L’oro di Mosca”, e al più recente libro dell’ex-giornalista de L’Unità, Domenico Del Prete, “L’inganno di Berlinguer.

La mancata svolta verso una sinistra di governo” per cogliere quanti finanziamenti in nero corressero nelle relazioni commerciali del PCI. Ma più ancora sul piano politico c’è una dimenticatissima analisi di una personalità non sospettabile di ostilità verso il PCI – quella di Miriam Mafai, prima giovane comunista, poi compagna di Pajetta e infine deputata PDS – che fin dal 1996 ci lasciò un libro dal titolo esplicito: “Dimenticare Berlinguer”. Perché? Oltre a segnalarne il «tono moralistico e settario», Mafai ricorda che «la parola ‘riformismo’ suonava quasi un insulto nel vecchio PCI»; che Berlinguer, presentato come l’artefice di una presa di distanza da Mosca, la compensò – giacché lo esponeva ad un «deficit di identità» – con una predicazione contro la corruzione degli ‘altri’ ignorando la propria, per l’austerità contro i consumi di massa, per la «fuoriuscita dal sistema liberale» rimarcando sempre la propria «diversità rispetto alla socialdemocrazia». Era questo il PCI, a cui ancora si rifà l’odierno PD, mettendone Berlinguer tra i padri fondatori, quando il suo PCI restò in realtà un partito filosovietico: è sempre Mafai a sottolineare che «la stragrande maggioranza dei delegati comunisti al Congresso del 1986 considerano ancora l’URSS “il Paese più vicino, nonostante errori e difetti, ad una società ideale e giusta”». Si era alla vigilia del crollo di un sistema oppressivo, eppure i comunisti italiani la pensavano così.

Appare dunque pertinente la critica del prof. Galli della Loggia: era col PSI che bisognava costruire un regime dell’alternanza, non con questo PCI. «Ma – aggiunge – dei socialisti curiosamente nel libro di Follini non si fa menzione neppure una volta: una sorta di ‘damnatio memoriae’ proclamata dal pulpito più inatteso». Sì, da altri ci si poteva aspettare questa “dannazione”, che in Follini forse è dovuta alla concitazione: gli avrà pesato l’ultima girata verso il PD, di cui fu fondatore e parlamentare tra il 2008 e il 2013, dopo un lungo passato tra DC, CCD, UDC e ministeri berlusconiani.

Forse fa onore al PSI questa “dimenticanza”, tra tanti clamori insultanti ricevuti. Avvicinandosi il 20° anniversario della morte di Craxi da rifugiato in Tunisia, rasserenano però le osservazioni di un ex-comunista come Piero Fassino che ha usato parole di autocritica: nel suo libro “Per passione” afferma che «il PCI non apparve capace di affrontare il tema della modernizzazione dell’Italia, spingendo così ceti innovatori e produttivi verso chi, come Craxi, dimostrava di comprenderlo». Ci accompagna anche il pensiero più volte menzionato di Mafai che rimpiange la mancata convergenza a sinistra, possibile se il PCI avesse rivolto «una maggiore attenzione al PSI di Craxi, alle argomentazioni di Bobbio e degli intellettuali della rivista Mondoperaio».

Verranno nuovi politici di mente aperta e ancora storici scrupolosi che scriveranno sul PSI – un partito anche portatore di gravi colpe ma non tali da seppellire un’esperienza centenaria – parole di giustizia e verità. Purtroppo non potranno essere produttive nell’immediato, ma serviranno per il domani di una sinistra sinceramente riformista.

Nicola Zoller
Segretario regionale del PSI

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